Numero 10 del 2016
Titolo: SPORT- La mia medaglia
Autore: Carmen Morrone
Articolo:
Carmen Morrone intervista Assunta Legnante
Se c'è una persona che incarna la parola perseveranza, quella è Assunta Legnante, fresca vincitrice della medaglia d'oro nel getto del peso alle Paralimpiadi di Rio 2016. Ferma e costante nel raggiungere gli obiettivi. Nonostante. C'è sempre un nonostante nella vita di Assunta Legnante. Un imprevisto. Tanti imprevisti. Che per molti sarebbero stati ostacoli. Per Assunta invece sono stati problemi a cui ha trovato soluzioni. Assunta è una gigantessa, è alta circa due metri e pesa oltre 100 kg. È una montagna. La sua immagine fa pensare a una persona inscalfibile dagli eventi. Severa, algida. Assunta è sì una roccia, ma di una dolcezza senza pari. Ti accoglie con il sorriso. Anche quando è appena rientrata dal Brasile. E per via di sbalzi termici patiti in Brasile, ha 38 gradi di febbre.
D. Una medaglia d'oro e un quarto posto. Non male le Paralimpiadi di Rio?
R. Per quanto riguarda il lancio del disco, purtroppo il sogno del podio è svanito. Questa non è la mia specialità. Da vedente non l'ho quasi mai fatta. Ci ho provato ma il mio problema è legato alla tecnica.
D. Hai lanciato senza rotazione…
R. Ho lanciato da ferma…
D. Per via dei postumi dell'intervento alla schiena. Non ne parli mai…
R. Sicuramente non a Rio. Il cervello ascolta le tue parole. A chi mi chiedeva dei dolori alla schiena rispondevo: Quali dolori? Quale schiena? In ogni caso in gara ti assicuro che il dolore sparisce. Entri in una sorta di trance agonistica. In ogni caso è vero, lo scorso maggio ho subito un intervento chirurgico per un'ernia discale. E non sono ancora guarita. Per questo non ho potuto fare la rotazione, perché non posso fare torsioni del busto. Ho cominciato la gara un po' in sordina. Il primo lancio l'ho fatto a 27,21, poi l'ho migliorato con 29,70 e in finale sono riuscita a trovare la misura di 31,51. Il rammarico della quarta posizione c'è.
D. Poi nel peso è arrivata la medaglia d'oro.
R. Sono scesa in pedana con l'idea di ammazzare la gara subito. E lì c'è stata la sorpresa dell'atleta uzbeka. La ipovedente Safiya Burkhanova che si è aggiudicata l'argento con il record del mondo di categoria F12 (15,05). Il bronzo è andato alla messicana Rebeca Valenzuela Alvarez (13,05). Io sono riuscita a piazzare la misura di 15,74 con traslocazione. Come dicevo i dolori in certi momenti non li sento. È stata una gara in progressione. Il primo lancio l'ho fatto da ferma e ho raggiunto 15,30, poi una traslocazione che mi ha portato a 15,54 e infine una torsione totale del busto e la medaglia d'oro. Anzi prima l'urlo.
D. Generalmente il lancio è accompagnato dal silenzio del pubblico in attesa della misura. In Brasile invece…
R. Soprattutto nella gara del lancio del disco, che è stata pure la prima gara, ho fatto moltissima fatica a concentrarmi. C'era un tifo da stadio. Il pubblico applaudiva e urlava verso tutti. Incitava. È stato uno spettacolo. Per chi invece doveva concentrarsi non è stato proprio un aiuto.
D. Prima della premiazione hai fatto più di una dedica…
R. C'erano due anni di dolore dentro di me, ma questo oro lo dovevo a casa, alla mia allenatrice Nadia Checchini Questa gara è stata la più dura degli ultimi quattro anni. Dopo che ha lanciato l'uzbeka e ha fatto 14,87 al primo tentativo, mi sono detta che mi dovevo impegnare seriamente nonostante i dolori alla schiena e alle gambe. È dai Mondiali di Doha che non lanciavo ma, come dice mio padre Luigi, la fame di vittoria e conoscenza aiuta sempre.
D. La tua medaglia d'oro è stata la prima del medagliere azzurro. Hai rotto il ghiaccio…
R. Da capitana dovevo dare il buon esempio.
D. Ai Giochi di Rio si è riproposto il problema classificazioni. Anche tu hai fatto le gare accorpate?
R. Sì, gli atleti delle due categorie, non vedenti-F12, e ipovedente-F11, hanno gareggiato insieme. Io ormai ho una cecità completa. Nell'atletica ci sono stati problemi anche nelle gare in pista.
D. Ormai è diventato un gioco indovinare gli occhi della tua mascherina da gara. Chi la inventa?
R. Gli artefici sono alcuni amici. Fanno delle sorprese anche a me. Per la prima gara ho indossato la mascherina di IT. È un pagliaccio e mi sta bene perché io scendo in pedana per divertirmi e fare divertire. È un po' cattivo e un pizzico ci vuole in gara. Poi sono tornata allo sguardo di Diabolik, quello che alcuni amici di Ascoli Piceno mi avevano regalato per le Paralimpiadi di Londra.
D. Quando eri a Rio, sei riuscita a visitare la città?
R. Per niente. Ma c'ero stata da vedente, nel 2001. Una metropoli, e come tale caotica. Poi tante cose spettacolari, la collina Pan di Zucchero, la statua del Cristo Redentore. Ma c'è pure tanta povertà. I brasiliani sono molto calorosi. Musica, canti, balli. Alla mia anima campana è piaciuto molto tutto ciò.
D. Dal punto di vista organizzativo, la Paralimpiade come è stata?
R. Siamo partiti con notizie poco rassicuranti. Si era parlato espressamente di tagli al budget e quindi ci aspettavamo di avere problemi. Tutto sommato non ci sono stati.
D. Il villaggio paralimpico com'era?
R. Dispersivo. Ma questo è dovuto al modo in cui è stato pensato e costruito. Posso fare un esempio: per andare dalle stanze in cui si soggiornava alla mensa si doveva camminare per almeno 40 minuti. Non proprio una comodità. Per fortuna c'erano le navette. Però se perdevi la navetta, ti toccava far tutta quella strada a piedi. Magari dopo una gara hai bisogno di risposare…
D. Per due anni (sino ai Giochi invernali che si terranno nel 2018) sul mondo paralimpico calerà il silenzio. Ti sei abituata?
R. Speriamo che se ne continui a parlare. Per le Paralimpiadi sta accadendo come per i Mondiali di calcio. Anche chi non si interessa di sport li vede, si informa, partecipa. Qualche anno fa, mi dicono, non accadeva nemmeno quello. Oggi la gente sa chi è Zanardi.
D. Adesso sei tornata in Italia. Cosa farai?
R. Mi voglio prendere dieci giorni di niente. Proprio non far niente. A Rio ho pure riposato il cervello che ogni giorno invece è messo a dura prova dai miei due monelli…
D. Michael e Nicole?
R. Sì, sono i figli del mio compagno. Sono Michael che ha 5 anni e Nicole, 4 anni. Da febbraio vivono con me. Quando sono partita, mi hanno detto: "compraci la medaglia", ma io non l'ho comprata, l'ho vinta.
D. Come stanno vivendo la tua cecità?
R. Per loro sono una persona con gli occhi rotti. Come le bambole. Come me si comportano in maniera spontanea. A volta siamo seduti sul divano a vedere la tv. E loro si mettono seduti a terra davanti al teleschermo. Quando gli dico spostatevi, loro prontamente mi rispondono: ma tanto non ci vedi. Seriamente, sono piccoli ma hanno capito i miei problemi e i miei bisogni. Senza dire nulla mi aiutano, anticipano le miei mosse per agevolarmi. Sono fantastici, i bambini hanno intuito. Sono meravigliosi Michael e Nicole.
D. Con gli altri, bambini e adulti, che incontri tutti i giorni nella cittadina dove vivi, che rapporto hai?
R. Vivo in provincia, qui c'è ancora molta ignoranza in fatto di disabilità. Le scuole però stanno facendo molto. Ad esempio, io vengo spesso chiamata per fare degli incontri nelle scuole. Generalmente ne faccio almeno sei all'anno. Quando incontro i ragazzi capita ancora che qualcuno mi chieda come faccio a camminare in casa mia, come faccio a vestirmi.
D. Ti chiederanno anche come sei diventata una lanciatrice. Ce lo vuoi ricordare?
R. Facevo pallavolo, poi per continuare a giocare avrei dovuto viaggiare e i miei non hanno voluto. Così cominciai a fare atletica. Essendo molto alta e ben piazzata, qualcuno mi disse di provare a gettare il peso. A me, però, non piaceva. A me piaceva correre o fare salto in lungo. Su insistenza degli allenatori cominciai a fare le gare di getto del peso. I risultati arrivarono subito. Vincevo. Sono una che si fa portare dagli eventi e così il peso ha portato in giro me. Prima nel mondo degli olimpici, poi in quello dei paralimpici.
D. A Tokyo 2020 avrai 42 anni, il getto del peso è una disciplina longeva?
R. Facciamo un passo alla volta. Adesso mi godo le ricadute positive di Rio 2016.
D. Nel 2017 hai già degli obiettivi agonistici?
R. La priorità ora è la mia schiena. Devo venirne fuori, guarire bene. Nel frattempo testa e cuore stanno già lavorando su di un progetto: i Mondiali di Atletica del 2017. Se riesco a stare bene, si fanno. Niente scuse.
D. Sei severa o caparbia?
R. Mio padre era Carabiniere e in famiglia altri parenti sono nell'Arma. Siamo stati abituati sin da piccoli alla disciplina. Da piccola sognavo di indossare anch'io la divisa. Non è un caso se faccio atletica…
D. In che senso?
R. L'atletica richiede abnegazione. Per migliorare di qualche secondo o di qualche centimetro occorre lavorare mesi. E dipende dalle risposte del tuo corpo. Poi in gara ci sono molte variabili e tutto il lavoro fatto non è coronato da una medaglia. Occorre sapere perdere…
D. Cosa dici ai ragazzi per farli avvicinare all'atletica?
R. Sappiamo che a una certa età per spirito di contraddizione fanno proprio l'opposto di quello che consigliano i genitori. Quindi cosa dire? Io invito sempre tutti a provare a fare qualche sport, oltre al calcio. La pallavolo ad esempio. È uno sport che si può giocare anche quando hai 40 anni. Fra le tante attività che si fanno nella vita, non deve mancare la pratica sportiva. Che non significa agonismo, significa socializzazione, conoscenza del proprio corpo, della propria mente, significa alimentazione, stili di vita sani senza per questo rinunciare al divertimento, alla birra con gli amici.
D. Nella tua vita ci sono stati tanti "nonostante" o sbaglio?
R. Nonostante i miei genitori non volessero più che facessi pallavolo ho continuato a fare sport; nonostante la cecità ho continuato a essere un'atleta; nonostante la mia cecità vivono con me il mio compagno e due bambini; nonostante la cecità sto vivendo anche l'esperienza di essere una madre, anche se acquisita. Nonostante la cecità, le persone non vedenti hanno una vita del tutto normale, con una famiglia, un lavoro, hobby, amici, viaggiano.
D. Nonostante certi avvenimenti, non hai perso di vista i tuoi obiettivi. Mi pare una prova di grande perseveranza.
R. Tutto e subito non esiste. Si deve lavorare in maniera costante per raggiungere gli obiettivi. Questo non significa che per raggiungere un traguardo occorrano anni. Semplicemente significa non farsi distrarre da cose non prioritarie, non divagare. Occorre gettare il peso là dove si desidera che vada. Anche nella vita.