Numero 10 del 2016
Titolo: GIORNALISTI- Non perdiamoci di vista
Autore: Stefano Iannaccone
Articolo:
Il perché di un Seminario che racconti il quotidiano delle persone non vedenti
Gli esempi sono decine. Anche troppo numerosi. E tutti incentrati su un problema cronico del sistema dell'informazione: la tendenza ad abusare degli stereotipi. Nel caso del racconto giornalistico sulle persone non vedenti il problema si moltiplica. Sui giornali, cartacei e ancora di più online (senza dimenticare affatto i servizi televisivi), le notizie rincorrono standard antichi, costruiti a misura di pigrizia e sicuramente lontani da una preparazione adeguata da parte del giornalista. Anche perché spesso chi scrive non conosce nemmeno la differenza tra il non vedente e l'ipovedente. Che sarebbe la base per occuparsi di notizie del genere. L'argomento è noto: quante volte, nella rincorsa al sensazionalismo, ci si imbatte in articoli sui falsi ciechi? Il canovaccio è consolidato: nell'immaginario collettivo, alimentato proprio dal sistema informativo, una persona non vedente o ipovedente non può camminare da sola, né tantomeno può svolgere le attività comuni, dall'uscire in strada al fare le più semplici commissioni. Tanto per intenderci: può allungare il braccio con lo scopo di fermare un pullman in arrivo alla stazione? Può chiedere indicazioni a un passante? Oppure può scendere le scale di casa? La risposta, in molti casi, è sì. Ma i giornalisti, o almeno la gran parte, non lo sanno. Tanto che sui giornali, un non vedente o un ipovedente che compie queste azioni da solo finisce vittima della caccia alle streghe: negli articoli viene tratteggiato alla stregua di un truffatore, una persona disonesta che cerca solo di percepire la pensione di invalidità, prendendo soldi degli altri cittadini. Per carità, sicuramente esistono individui che percepiscono soldi in maniera indebita. Ma sono una minoranza della minoranza.
Un errore grave che nasce dal funesto meccanismo della pigrizia: il giornalista vede una storia ghiotta, magari suffragata da un comunicato stampa istituzionale, e ci si getta sopra avidamente, scrivendo un articolo dall'elevato grado di notiziabilità. Perché si tratta di un tema sempreverde (la piaga dei falsi invalidi in passato era oggettiva nel nostro Paese) che crea indignazione e peraltro - come si pensa erroneamente - richiede poca fatica nella stesura. Nell'epoca del giornalismo su Internet il problema si è addirittura aggravato per una duplice ragione: la rincorsa al click facile e l'ulteriore riduzione dei tempi di verifica di un fatto. Certo, gli aspetti sono complessi. Ma la questione è cruciale e ha una sola vera soluzione: l'adeguamento professionale, anche al costo di pubblicare un articolo con qualche minuto di ritardo con conseguente perdita di click (nel caso del web). "Obiettivamente siamo in pochissimi in Italia a fare questo lavoro. E in questo contesto è anche difficile individuare delle buone pratiche da assumere come modello ideale. In Europa la situazione è molto diversa: c'è una preparazione migliore. Penso soprattutto alla mia esperienza con l'Inghilterra", spiega Maurizio Molinari, giornalista e capo ufficio stampa della sede del Parlamento europeo a Roma, uno dei relatori del convegno "Persi di vista. Tra falsi ciechi e falsi miti. Come raccontare il quotidiano delle persone non vedenti".
Come spesso accade, insomma, l'Italia paga il tributo a un'arretratezza culturale, che colpisce anche una categoria che pure dovrebbe confrontarsi quotidianamente con l'innovazione. Eppure proprio il tema dell'innovazione sembra inesplorato. "I ciechi e gli ipovedenti di oggi possono raggiungere in ogni aspetto della loro esistenza un grado di pienezza impensabile solo due decenni fa. Non altrettanto velocemente, però, si è adeguata la loro rappresentazione sui media", sintetizza alla perfezione una parte del programma dell'evento "Persi di vista". "È come se questo cambiamento avesse sorpreso l'informazione, rimasta ancora legata a stereotipi, a vecchie parole e immagini, fino a perdere di vista i soggetti di cui parlava... Si è ancora lontani dal considerare normale il fatto che una persona cieca riesca a svolgere professioni complesse, accudire dei figli, occuparsi della casa, fare sport, avere successo a scuola, muoversi per il mondo in completa autonomia", hanno evidenziato gli organizzatori. Proprio la tecnologia ha comportato dei cambiamenti epocali: oggi, infatti, il non vedente usa uno smartphone senza alcun problema. Le funzioni vocali dei telefonini sono davvero infinite e rendono possibile l'impiego totale dello strumento di comunicazione. Ma, anche in questo caso, un fatto banale rischia di tramutarsi in pietra dello scandalo con articoli pronti a svelare un altro caso di "falsi ciechi che usano uno smartphone". Maurizio Molinari tocca con mano la radice del problema: "L'aspetto principale è la conoscenza. Si tende a semplificare il concetto, proprio perché non c'è la conoscenza del fenomeno che viene trattato. Io capisco bene che un giornalista a volte si trovi a scrivere un articolo in tempo stretto e finisca per proporre stereotipi. Ma non può essere sempre una giustificazione". Molinari propone un esempio: "Se si scrive che un cieco fa la spesa da solo, non significa per forza che si tratta di un falso cieco. Bisogna farsi una domanda in più rispetto a quanto sembra semplice”. Appunto farsi una domanda. Un suggerimento valido è quello di contattare gli esperti per farsi spiegare che quell'evento non sia poi così impossibile. E in questo caso non c'entra nemmeno molto l'aggiornamento professionale o la necessità di integrare le proprie conoscenze: riguarda le vecchie regole del buon giornalismo. Scoprire, verificare, approfondire. "Un altro problema - rileva Molinari - è che c'è un grande sensazionalismo sull'informazione relativa ai non vedenti. Nel 2016 non ci si può meravigliare che un non vedente usi il cellulare da solo. Oggi gli smartphone, senza alcun altro supporto, possono essere usati senza problemi da un non vedente. Eppure talvolta si parla con toni sensazionalistici". Eppure l'approccio urlato non è solo nella descrizione dei falsi ciechi. Anche quando non viene raccontata la presunta truffa, sul non vedente si staglia l'ombra del pietismo.
La questione, infine, si integra in un problema più ampio, relativo al lavoro giornalistico: "In Italia non ci sono giornalisti non vedenti. Certo, questo è un tema molto complesso che andrebbe affrontato in altra sede perché oggi ci sono problemi di occupazione per tutti i giornalisti. Quindi figuriamoci se riescono a trovare lavoro i giornalisti non vedenti", dice Molinari. D'altra parte, aggiunge, "questa mancanza di sensibilità generale è legata anche all'assenza di cronisti non vedenti nelle redazioni. Se ci fossero più non vedenti ci sarebbe una maggiore conoscenza diretta". Ma sulla questione c'è un'evidente mancanza di volontà, e anche di coraggio, nella valorizzazione delle persone non vedenti. Proprio Molinari, sul tema, è stato protagonista di una splendida risposta a Massimo Fini, giornalista e scrittore, che nel marzo 2015 ha scritto la sua resa: "Sono diventato cieco. O, per essere più precisi, semicieco o ipovedente per usare il linguaggio da collitorti dei medici. In sostanza non posso più leggere e quindi nemmeno scrivere. Per uno scrittore una fine, se si vuole, oltre che emblematica, a suo modo romantica, ma che mi sarei volentieri risparmiato". Molinari, in una lettera, ha replicato con fatti che non potevano essere più concreti. Ha raccontato la sua esperienza di vita: "Sono cieco praticamente dalla nascita eppure faccio il giornalista per la BBC, per varie altre radio europee e per l'agenzia Redattore sociale. Sono sempre stato un lettore forte e onnivoro e ho avuto in passato velleità di scrittore che non ho portato avanti probabilmente per mancanza di metodicità e non certo perché non vedo. Tutto questo per dirle che non capisco proprio perché, con la perdita della vista, dovrebbe smettere di scrivere o di fare il giornalista. Semmai dovrebbe dare l'esempio per far vedere che si può essere un bravo giornalista pur essendo o essendo diventato non vedente". Ecco, aggiungere altro sarebbe superfluo sulla battaglia di conoscenza dell'informazione.