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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Kaleîdos

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Numero 19 del 2017

Titolo: Ti uccido col cric o ti brucio?

Autore: Alina Rizzi


Articolo:
(da «F» n. 41-2017)
Anna Maria è un'attrice di 22 anni quando concede a Nino l'ultimo appuntamento. Lui si trasforma in una belva: la picchia a sangue finché lei non lo convince a farsi portare in ospedale. Quella terribile notte è diventata uno spettacolo teatrale e un video. Per dire alle altre donne: «Denunciate subito»
Uno schiaffo. Due schiaffi. Poi mi arriva il pugno in faccia. Sento il sapore del sangue e abbasso la testa per ripararmi. Lui mi prende per i capelli, mi strattona e torna a colpirmi. «Basta, ti prego, basta!», grido tra le lacrime. Ma chi può sentirmi? È notte, siamo nell'abitacolo della sua auto, in aperta campagna. Ho tentato di scappare, ma sono finita in mezzo ai rovi, caduta in una buca, lui mi ha riacciuffata subito e trascinata a forza dentro l'auto. «Credi davvero che ti permetterò di lasciarmi, puttana?», ringhia picchiando forte. Il dolore mi invade tutto il corpo, la paura mi blocca il respiro, mi sento svenire. Chiudo gli occhi e mi affido a Dio. È finita? Un colpo di tosse proveniente dalla platea mi riporta alla realtà, per fortuna. Torno al presente, davanti a me ci sono gli spettatori che assistono senza fiatare alla mia interpretazione. In sala, vedo occhi lucidi, sguardi commossi. E allora ricordo che è tutto finito, passato da più di 20 anni. Ricordo che sono viva e che mi trovo su questo palcoscenico per gridarlo forte: sono viva! Ora lo ripeto davanti al mio pubblico e a tutte le donne che sono venute a sentirmi. Poi scattano gli applausi, sinceri, appassionati e allora il mio cuore torna a battere al suo ritmo e riesco a sorridere. Finalmente.
Bisogna denunciare subito. Sono un'attrice, e anche questa sera ho portato in scena la mia storia personale, perché la violenza sulle donne deve essere combattuta con ogni mezzo e il primo è denunciare. Anche se sono trascorsi tanti anni da quella sera terribile, il ricordo è intatto dentro di me e le emozioni fortissime, perché le ferite del corpo guariscono, ma quelle dell'anima no. Per andare avanti e superare il trauma, ho bisogno di incontrare altre donne, vittime di violenza come me, per aiutarle e sostenerle. Tutte loro devono sapere che ci si può salvare, che si deve sopravvivere. La mia esperienza vuole essere un esempio, perché alla fine queste storie si assomigliano tutte. Anche io, purtroppo, ho concesso un ultimo appuntamento al mio fidanzato e non avrei dovuto. Ma avevo solo 22 anni, mio papà era ammalato, mia mamma era una donna molto apprensiva, non sapevo a chi chiedere aiuto. Così mi sono fatta forza e ho deciso di affrontare da sola Nino, quel giovane uomo possessivo e morboso che diceva di amarmi. Ma ho sbagliato.
L'ultimo appuntamento. «Ti porto all'inaugurazione di una nuova discoteca», mi ha detto quella sera del 1993. Ho intravisto un coltello spuntare dalla tasca dei suoi pantaloni e mi sono spaventata, ma non volevo mettere a rischio i miei genitori. Sono salita in auto con lui e gli ho parlato col cuore in mano. Gli ho detto che non mi sentivo più sicura della nostra storia, che volevo prendermi del tempo, che era meglio non vederci più. Ma lui non mi ascoltava.
Era totalmente fuori di sé. Guidava come un matto verso la campagna, ha bloccato l'auto in un luogo desolato e buio e mi ha detto in siciliano: «Tu a tua madre non la vedrai più. Questa è stata l'ultima sera, io ti faccio solo scegliere: decidi come vuoi morire, col cric o ti brucio?». Poi ha iniziato a picchiarmi e insultarmi. Il panico mi ha travolta. L'ho implorato di fermarsi, ma non è servito a niente. Ho capito che sarei morta quella sera, in quell'auto. «È colpa tua se ti ammazzo. Guarda cosa mi fai fare?», ripeteva fuori di sé.
«Sei solo mia, lo devono sapere tutti». Allora mi sono tornate in mente tutte le volte che mi aveva accusata di essere una poco di buono, di voler sedurre gli uomini che venivano a vedermi in teatro quando recitavo. «Ti piace stare mezza nuda in pubblico, vero?», mi diceva. «Ti piace essere mangiata con gli occhi. Ma tu sei solo mia, e lo devono sapere tutti». Poi quando eravamo in pubblico sibilava al mio orecchio: «Tieni gli occhi bassi, non guardare nessuno, ci sono solo io per te». Ecco come mi vedeva: un oggetto nelle sue mani, che a quel punto voleva solo fare a pezzi. Quella notte, in auto, ho alzato le braccia per proteggermi il viso e mi sono affidata a Dio.
«Signore sia fatta la tua volontà». Mentre pronunciavo dentro di me queste parole, ho trovato la forza per un ultimo disperato tentativo di salvarmi la vita. Gli ho promesso che lo avrei sposato, che se mi risparmiava sarei stata per sempre con lui. Solo a quel punto l'ho visto esitare. «Mi stai prendendo in giro?», ha chiesto sospettoso. L'ho tranquillizzato, fingendomi sincera, anche se stavo malissimo e perdevo molto sangue. «Portami in ospedale», ho sussurrato, «voglio guarire per stare con te». Nino ha accettato, ha messo via il coltello. «Racconta di essere caduta dalle scale, perché se racconti quello che è successo ti ammazzo», mi ha minacciata davanti al Pronto Soccorso. I medici hanno capito subito la verità e mi hanno aiutata a fare partire la denuncia. Dopo due mesi di ricovero lui mi ha ordinato di ritirarla, ma le indagini sono andate avanti e si sono concluse con sei mesi di carcere per lui. Da quel giorno non ho avuto più dubbi: se sono sopravvissuta è per fare pagare il conto al mio boia e a tutti quelli come lui, che credono di poter usare le donne e poi disfarsene come oggetti, che si sentono padroni delle vite delle loro compagne, che credono di rivendicarne la proprietà sibilando «tu sei mia». Sono parole che nessun essere umano deve e può pronunciare. E io non mi stancherò mai di ripeterlo a tutte le donne e a tutti gli uomini.



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