Numero 23 del 2017
Titolo: Un faro nella notte - Capitoli 25 - 26 - 27 - 28
Autore: Sabina Santilli
Articolo:
Capitolo 25
La zia Mariuccia, la vicina vecchia cucitrice
All'intelligenza e al ragionamento, la mia osservazione si faceva sempre più acuta e attenta. So che una volta Mia «Mamma» voleva fare un vestito a me e ad Angiolina, aveva comprato una bella stoffa di lana, di un colore verde scuro. Mi mandò a prendere la rivista dalla vicina Mariuccia, la sarta.
Osservai la figura del modello scelto: una ragazzina accanto ad una ragazza più grande, vestite della stessa stoffa, dello stesso modello, vestite uguali. Riportando poi la rivista dissi a zia Mariuccia: «Ora ti faccio vedere quale ha scelto» e, rivoltando le pagine, finalmente lo trovai. Mia «Mamma» ebbe l'idea di farlo uguale anche a noi due, perfino il colore del modello era quasi lo stesso della stoffa che aveva comperato mamma. E quando la zia Mariuccia sentì la scelta fatta, disse: «Eh! Quante ne pensa tua mamma!». Esclamò la buona donna.
Capitolo 26
I giochi
Nei miti pomeriggi, la strada e il cortile erano il nostro campo di gioco: giochi vari, a forcelle, alla sposa, alla famiglia ecc... Si sentivano ogni tanto le ragazze cantare una canzone in voga (canzoni in dialetto abruzzese) come: «O Mariannì cu piagn a fà, t sò fatt l scarp nere p' ballà chi carabiniere, t so fatt l'scarp giall p ballà chi marsciall e tu Mariannì cu piagnn a fà». «I scarpin punta punta, la suttana larga, larga, ballerò con te, ballerò con te».
Una ragazza raccontò che mentre cantava questa canzone sulla porta di casa sua, con le spalle alla strada, passò il maresciallo e sentendola esclamò: «Eh Sì» e la canzone risuonava nell'aria come se le strade fossero esclusivamente nostre verso quelle ore. Spesso, poi, finivamo con litigare perché il gioco non era riuscito e chi aveva perso non voleva convincersene, tanto meno essere oggetto degli scherni delle compagne, perché magari il gioco non finì così. Fra un gioco e l'altro, si faceva sera all'aperto. Quando era l'una precisa, ci ritiravamo ognuno a casa sua.
Capitolo 27
La cittadella
Giù per la strada a pendio, sotto la chiesa, scendendo diritto o svoltando a destra verso la chiesa protestante, quasi ogni giorno mi recavo alla Cittadella, denominata anche «a valle». Non rinverdivano ancora le siepi, un giorno di sole caldo, dopo giornate di pioggia, scendevo sola per la via del Fucino. È difficile riconoscere quelle strade deserte e tranquille con pochi fabbricati e mezzo demoliti; oggi, al contrario, costeggiate da case abitate abbastanza trafficate e chiassose. Allora la via Fucino con qualche casa abitata, da un lato tutta siepi ed orti, dall'altro, nei periodi di pioggia, fangosa fino alla caviglia (faceva da scolo alla discesa superiore). Era ordinariamente immersa in un silenzio di tomba, né si vedevano passare che rare persone. In quel fondo di silenzio risuonavano spesso alti e sonori colpi di martello sulle lastre di latta provenienti dalla bottega più bassa della strada di uno stagnaro.
Mai come leggendo per la prima volta il «Quo Vadis», il picchiare del martello dello schiavo vestito da Biscaronte sulle porte di ferro dei condannati a morte nell'arena, mi tornò così schiettamente all'orecchio quel suono squillante e tagliente nell'aria di quel silenzio di morte, sì da rendermi ancora più viva, reale ed impressionante la sensazione lugubre di ciò che leggevo.
Una delle prime giornate di sole di marzo, mentre scendevo sola per quella strada, una signora con pelliccia al collo mi andava avanti e vedendo un bimbo impalato sulla strada tra il fango, gli gridò festoso in italiano, letteralmente: «Cocco, bel Cocco, come stai»? Con una «i» acuta e prolungata tanto che risuonò oltre la siepe. Il bambino, che poteva avere tre anni, non rispose, ma rimase immobile a guardarla, ancora zitto, finché essa lo raggiunse e lo prese affettuosamente con sé. Erano accanto al macello di C. dove tanto spesso vedevo pelli d'agnello stese a seccare al sole. Una zona poco abitata in quel tratto; ho sentito risuonare, non di rado, i nomi di Elena, Olimpia, Emidio. Quest'ultimo accompagnato dalla figura d'un viso magrolino di un buon vecchietto, non mai conosciuto da vicino, ma particolarmente familiare. Di quel crocivio mi è rimasto il «glù», «glù» quieto che dall'alto mi sollecitava l'orecchio ogni volta che passavo.
Capitolo 28
La visita medica al paese di Cerchio
Il dottore, nel visitarmi, ebbe lo spirito di chiamarmi «Bella di Fucino», fatto che divertì molto i miei genitori. L'avevo già fatta quella strada, sulla via che porta a Cerchio, andando dal dottore per non so quale malattia e quello che ricordo è solo il celeste splendido del cielo. Era ancora estate, la casa del dottore era di un bel colore con vasi di piantine fiorite; le signorine figlie del medico colsero, per regalarmi gentilmente, alcuni di quei fiori che presi con gioia, nient'altro.
Ma di quando vi andai più volte a trovare la sorellina tenuta a balia, ero più sveglia e ricordo di più. Mi aggiravo infatti vivacemente per la casa della nutrice curiosando ed osservando le fasce stese lì vicino, tutta contenta. «Queste sono di Esterina», mentre mia mamma guardava la bambina nella culla che vomitò caffè nero, interpellando allora la donna: «Ma che fai? Le hai dato del caffè?». «Stamattina ha visto mio marito prendere il caffè, l'ha voluto anche lei e gliene ha dato» risponde la balia imbarazzata e intimidita. Ma mia madre non ammise una tale ragione e decise di riportarsela a casa il giorno stesso.
L'altra gemellina era pure a balia, ma a S. Benedetto; anche lei tornò a casa con un malcontento di mia mamma. Era tempo di mietitura, in casa eravamo tutti indaffarati per preparare il tradizionale pranzo ai mietitori. Un festino veramente luculliano in onore del nuovo grano e, fra tanta confusione, giunse la balia con la piccola: «Tenetela voi per oggi perché devo andare a portare il pranzo ai mietitori». E, fra tutto quel da fare, si aggiunse la musica dei doppi pianti delle bambine.
(Continua)
Sabina Santilli