Logo dell'UIC Logo TUV

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Kaleîdos

torna alla visualizzazione del numero 1 del Kaleîdos

Numero 1 del 2018

Titolo: Revenge porn: come difendersi?

Autore: Elena Buzzo e Alessandro Massone


Articolo:
(da «Donna Moderna» n. 51-2017)
Lo dimostrano gli ultimi casi di cronaca: la condivisione di foto sexy e video hot, con l'obiettivo di umiliare o ricattare una donna, è un fenomeno subdolo. Ma sempre più diffuso e allarmante. Per contrastarlo è necessaria una alleanza. Fra la tecnologia e la legge
Il 5 novembre Michela Deriu, una ragazza sarda di 22 anni, si è uccisa nella casa di un'amica dopo essere stata ricattata da 3 conoscenti: avrebbe dovuto versare loro dei soldi per evitare la condivisione di un suo video hard. Questa è l'idea dei magistrati che indagano con l'ipotesi di istigazione al suicidio, diffamazione aggravata e tentata estorsione. È solo l'ultimo caso di «revenge porn»: ovvero, la diffusione non autorizzata di immagini intime di persone - perlopiù donne - riprese in pose sexy o atti sessuali, a volte a loro insaputa. Perciò è il momento di chiedersi come arginare un fenomeno potenzialmente devastante.
Le immagini circolano in chat e in gruppi chiusi
Tutti gli addetti ai lavori, dalle forze dell'ordine agli esperti informatici fino a chi si occupa dell'assistenza legale e terapeutica alle vittime, descrivono un fenomeno in crescita, difficile da controllare, che ci riguarda molto più da vicino di quanto immaginiamo. «A chi non è capitato di condividere uno scatto intimo con una persona di cui ci si fidava?» riflette Andrea Muzzi, sales engineer dell'azienda di sicurezza informatica F-Secure. «A volte però il rapporto di fiducia non basta». A far girare quelle immagini spesso sono gli ex partner o persone nella cerchia di amici e familiari. E i luoghi di scambio preferiti sono le chat e i gruppi chiusi su Facebook e WhatsApp, ma anche siti e forum specializzati nella ricondivisione. Talvolta, addirittura, la futura vittima è almeno all'inizio consenziente, oppure è lei stessa a dare il via alla gogna magari spedendo una foto o un video alla chat sbagliata.
Le piattaforme non sono affidabili
Il caso delle 63 studentesse di Modena, che avevano l'abitudine di scambiarsi scatti erotici via smartphone prima che un loro compagno di liceo li intercettasse postandoli sul web, è emblematico. La prudenza, quando si trasmettono file di questo tipo, non è mai troppa: «Va mantenuto un approccio critico con i servizi che si usano, in particolare quelli gratuiti» continua Muzzi. «Nemmeno i social che permettono di dare una scadenza alle immagini e ai video che si allegano, come Instagram e Snapchat, o quelli che segnalano gli screenshot altrui, garantiscono la sicurezza totale». Infine, bisogna ricordare che tutti i portali online, da Google e Facebook fino ai siti di incontri, fanno raccolta dati e spesso possiedono un backup dei nostri file, ma i loro livelli di sicurezza sono variabili. «Ognuno di noi dovrebbe proteggersi almeno leggendo a fondo la licenza dei servizi che usa e gestendo in modo restrittivo le impostazioni della privacy del proprio telefono» conclude Muzzi.
Le norme sono arretrate
Quali strumenti legali ha per difendersi chi scopre che i dettagli della propria intimità sono stati diffusi sul web? Al momento non troppi. Pochi giorni fa i familiari di Tiziana Cantone, la ragazza che si è uccisa nel 2016 dopo la comparsa online di un suo video hard, hanno visto archiviato il procedimento contro il suo ex fidanzato. Anche perché il reato di istigazione al suicidio non tiene conto delle dinamiche accelerate della Rete e degli effetti che possono avere sulla nostra psiche. «In Italia la legge non è particolarmente avanzata in materia» ammette Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa. La onlus, che assiste le donne vittime di violenza, ha dovuto fronteggiare un numero crescente di richieste d'aiuto di questo tipo. «Tutelare le vittime da molestie simili è molto difficile, perché spesso sono consenzienti nel momento dello scatto o delle riprese, ma non in quello della diffusione». È proprio quanto è successo a Tiziana Cantone, e accade quasi quotidianamente nei cosiddetti casi di «sextortion», il ricatto in cambio della non diffusione di materiale. Secondo Moscatelli, il problema andrebbe affrontato dalle aziende che gestiscono i servizi web: «Devono essere in grado di bloccare i contenuti segnalati una volta che iniziano a circolare. Anche perché sono le uniche a poter agire con cognizione e rapidità». Per una vittima, ma anche per gli inquirenti, è impossibile sapere dove si trovino, o fino a che punto siano circolati. Spesso è addirittura difficile risalire al responsabile della prima condivisione. Per questo, continua la presidente di Telefono Rosa, «l'impegno ora spetta alla politica, che dovrebbe varare norme più stringenti nei confronti dei social e una legge che tenga conto della specificità del fenomeno». Oggi per tutelare le vittime non ci sono strumenti ad hoc, ma l'aumentare dei casi e la loro pericolosità imporrebbero un salto di qualità. Una proposta presentata nel settembre 2016 prevede in caso di «diffusione online di immagini e video sessualmente espliciti» fino a 3 anni di carcere e ulteriori aumenti di pena se il fatto è commesso da partner o ex partner. Ma non è stata mai discussa in aula.



Torna alla pagina iniziale della consultazione delle riviste

Oppure effettua una ricerca per:


Scelta Rapida