Numero 21 del 2018
Titolo: Libertà, niente è scontato
Autore: Anna Tagliacarne
Articolo:
(da «F» n. 42-2018)
Qual è la più importante per noi? Alcune non dovrebbero mai essere messe in discussione. È bastata una mozione contro l'aborto, presentata durante un consiglio comunale a Verona, per attaccare la 194, una legge conquistata a fatica nel 1978 per rendere meno terribile la più dolorosa delle scelte e salvaguardare la salute femminile. Questo episodio ci ricorda quanto sia importante difendere i diritti acquisiti. Ma ci fa anche riflettere su che cosa rappresenti la libertà per noi. L'abbiamo chiesto a due scrittrici da sempre in prima linea a favore delle donne, e a un esperto dei meccanismi del corpo e della mente
Maria Rosa Cutrufelli
La legge sull'aborto ci permette di decidere del nostro corpo. La libertà di scegliere è quella più importante
D. Cos'è la libertà?
R. Una parola magnifica, ma ci rendiamo conto di cosa significhi quando la perdiamo, non quando l'abbiamo. Oppure ne capiamo il valore nel confronto con gli altri. Io, che ho superato i 70 anni, vi assicuro che le ragazze della mia generazione capivano, facendo il paragone con il destino dei fratelli, di avere una libertà limitata. Per molte donne è stato così: il maschio studiava e la femmina no, perché tanto la bambina sarebbe stata moglie e madre, mentre il ragazzo doveva farsi una posizione.
D. Oggi per le donne alcune libertà vengono messe in discussione. Pensiamo alla mozione contro l'aborto appena votata a Verona.
R. Chiariamo che l'aborto non è una libertà, ma un evento tragico della vita di una donna: è un problema di autodeterminazione per qualsiasi persona scelga di farlo o sia costretta a farlo. Ma nessuno deve privare la donna di una cosa che avviene sul suo corpo: è in questo senso che la donna deve essere libera di scegliere. La più grande conquista della legge 194 è stata il fatto di poter essere padrone di se stesse. Se non c'è più questo diritto, significa che siamo espropriate del nostro corpo, come è stato per secoli.
D. Il movimento antiabortista è ancora forte e le interruzioni di gravidanza difficili. Come mai, secondo lei?
R. Disciplinare il corpo delle donne è una questione politica perché è proprio attraverso il corpo femminile che si porta l'ordine sociale. E non un ordine nel segno della libertà, ma un ordine nel segno dell'assoggettamento.
D. In origine il movimento femminista non parlava di libertà, ma di liberazione: qual è la differenza?
R. Significava che era stato individuato qualcosa di preciso da cui volevamo liberarci. Allora il diritto di famiglia era di là da venire, il padre era un padrone e c'erano ingiustizie grandi come macigni. Bastava alzare un po' il velo dagli occhi per vedere di cosa dovevamo liberarci per raggiungere la libertà. Ma prima c'è stata la spinta alla liberazione.
D. Liberazione da cosa?
R. Dai ruoli imposti. Dal fatto di avere un destino preassegnato di madre e moglie, che non contemplava altre opzioni. L'ambizione più grande era avere dei figli e un marito, e questo ruolo conteneva anche tutti i tabù sessuali. Eravamo come bombe a orologeria: qualcosa doveva scoppiare, e infatti è scoppiato il femminismo. Anche fenomeni come la minigonna di Mary Quant sono stati atti liberatori, non perché spogliarsi o indossare la gonna inguinale, come anch'io ho portato, fosse di per sé liberatorio, ma perché in quel momento rompeva le regole che ci venivano imposte.
D. Oggi per le donne cosa significa essere libere?
R. Il corpo non è più un tabù, non c'è più quella riduzione all'immobilità che ha generato la spinta alla ribellione nella mia generazione. Però le ragazze ragionano in solitudine. E quando vado nelle scuole a parlare con loro, e chiedo cosa vivono come ingiustizia, mi stupisce che subito dopo l'argomento violenza, si lamentino del fatto che la sera, mentre i fratelli escono, loro stiano a casa ad aiutare le madri. Nonostante gli elettrodomestici siano in ogni abitazione, da Nord a Sud, torna il discorso delle incombenze domestiche a carico esclusivamente delle femmine. Ancora oggi le ragazze sentono questo peso come una mancanza di libertà.
Dacia Maraini
Quando ero prigioniera nel lager ho avuto paura di morire. E sognavo la normalità
D. Cos'è la libertà?
R. Ci sono tante libertà: quelle spirituali, quelle affettive, quelle sentimentali, quelle culturali. Ma forse la domanda riguarda le libertà sociali e politiche che, secondo me, si riassumono in tre punti fondamentali: la libertà di parola, la libertà di movimento, la libertà del dissenso. Sono le tre libertà che spariscono appena si insedia una dittatura. Perciò vanno difese con tutte le forze. Sono la base della democrazia.
D. In quali modi le esprimiamo, le manifestiamo?
R. La libertà va coniugata con la responsabilità. Non possono essere separate l'una dall'altra. Esprimiamo la libertà attraverso le nostre scelte, che possono essere influenzate, ma non debbono essere determinate da leggi restrittive. Anche la giustizia può essere libera o non libera. A volte anche una giustizia libera, se ci mette anni per pronunciarsi, diventa ingiusta.
D. Donne e uomini vivono allo stesso modo la libertà o ci sono differenze?
R. Le differenze sono nella cultura che ha creato i ruoli all'interno della famiglia, della coppia, della società. L'altro giorno in un negozio ho chiesto un giocattolo per una bambina e mi hanno mandato in un reparto dove ho trovato cucine in miniatura, bambole di tutte le dimensioni, scatole con specchi, pettini e lustrini. Il reparto maschi, invece, proponeva fucili grandi e piccoli, trenini, palloni, libri di ingegneria e di chimica. Un esempio di come ancora vengano divisi i compiti secondo il sesso.
D. La persona più libera che ha conosciuto nella sua vita?
R. Mia madre. E anche mio padre. Ma soprattutto mia madre, che ha sempre agito seguendo le sue idee e i suoi principi, anche quando sapeva che avrebbe pagato duramente. Come quando, nel 1943, mentre eravamo in Giappone, ha scelto di non firmare per la Repubblica di Salò pur sapendo che sarebbe finita in un campo di concentramento con le tre figlie bambine.
D. Qual è per lei il modo di sentirsi libera?
R. Per me è importante scrivere quello che sento senza essere influenzata dalla redazione di un giornale (e devo dire che - sul mio giornale, il «Corriere della Sera», non mi hanno mai censurata, qualsiasi cosa abbia scritto) o dalle esigenze del mercato quando scrivo un libro.
D. La sensazione di libertà passa attraverso la mente o attraverso il corpo?
R. Non faccio separazioni fra mente e corpo.
D. Quando si viene privati della libertà, come è successo a lei negli anni che ha passato nel campo di concentramento giapponese, quali pensieri sono più frequenti?
R. Prima di tutto la paura di morire in quella segregazione. Il desiderio, che spunta prorompente anche nei sogni, di uscire, di tornare a una vita normale, non condizionata dalle brutali regole della prigionia. Il sogno di mangiare, come nel nostro caso, visto che ci davano solo di che sopravvivere.
Daniele Trevisani
Per essere liberi dobbiamo sbarazzarci dei modelli che la società ci impone
D. Cos'è la libertà?
R. È il fluire delle energie. Quella corporea: il contrario è la malattia. Quella della motivazione: in sua assenza siamo apatici. E poi le energie spirituali, che ci fanno sentire le forze intangibili della vita.
D. Parte dal corpo o dalla mente?
R. Dal corpo e arriva alla mente. Ma in casi straordinari c'è chi trova la libertà mentale allo stato puro. Penso a Rita Levi-Montalcini, che disse: «Il corpo faccia quello che gli pare, io non sono il mio corpo: sono la mia mente».
D. Uomini e donne la manifestano nello stesso modo?
R. No. C'è una base neurofisiologica che determina marcate differenze: la porzione più antica del cervello, il cervello rettiliano, sede degli istinti primari, manda all'uomo che - antropologicamente appartiene alla società di cacciatori - input di conquista e difesa, spingendolo a comportamenti che riguardano l'accoppiamento, la lotta e la caccia. Il maschio di oggi manifesta questi comportamenti nella voglia di uscire, di scoprire. Le sue armi ora sono i computer, le auto, le moto.
D. Ma il cervello rettiliano lo hanno anche le donne.
R. Certo, ma nella donna succede l'opposto: la spinge a sentire, a osservare. La libertà per la donna è assaporare, fermarsi e seguire il suo ruolo di raccoglitrice, che richiede una competenza e una capacità di osservazione minuziosa, lenta e sottile, mentre per l'uomo è correre, saltare in macchina e andare. Per questo motivo sostare davanti alle bancarelle di un mercatino dell'antiquariato per un uomo può essere un tormento. O una prova d'amore.
D. Queste differenze sono più biologiche che culturali?
R. Sulla base biologica si inseriscono i condizionamenti culturali. Se a una bambina vengono dati come modelli i vestiti della Barbie, la casa della Barbie, quella bambola - un oggetto impossibile che non ha misure anatomiche umane - diventerà il suo archetipo di ragazza, e poi di donna. La libertà inizia quando ci sbarazziamo degli esempi che ci costringono a essere ciò che non siamo.
Anna Tagliacarne