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Kaleîdos

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Numero 21 del 2018

Titolo: Alessandra Sardoni. Amo la politica

Autore: Mariella Boerci


Articolo:
(da «F» n. 42-2018)
E ve la racconto da trent'anni. Eppure c'è ancora chi fa battute sul mio aspetto. Perché ai miei colleghi non capita mai. L'inviata di punta del TgLa7, spalla di Enrico Mentana durante le maratona tv, è una prima della classe. «Non ho mai mirato alla sufficienza», dice: anche quando, giovanissima, la affiancarono a un collega degli interni: «Non ne sapevo nulla e avevo paura di bruciarmi. Poi mi sono appassionata»
Per Aldo Grasso, autorevole critico del «Corriere della Sera», «è un esempio di giornalismo televisivo». Di più: «un mito». Mentre Maurizio Crippa, su «Il Foglio», la definisce addirittura «divina». Parliamo di Alessandra Sardoni, classe 1964, «anchorwoman» de La7. Giornalista di razza e mai schierata, conduce con rara bravura un talk show sulla politica italiana. Basta vederla la mattina, a «Omnibus», fronteggiare l'ospite di turno con autorevolezza e, se necessario, anche con durezza, senza mai alzare la voce, senza farsi prendere dal diffuso «furore morale», ma riportando, semplicemente, l'invitato al punto. Sempre sul pezzo, sempre preparata. Per non dire delle maratone di politica, ore e ore di diretta in cui i suoi duetti con Enrico Mentana sono vero e purissimo cult che fa impazzire il web, da Twitter a Facebook, con hashtag e meravigliose pagine dedicate. E dire che lei, da ragazza, non aveva mai pensato di diventare giornalista: «Studiavo danza ed ero affascinata dalla regia teatrale». La passione per il giornalismo è arrivata negli anni del liceo, lo storico Mamiani della capitale, e, dopo la laurea in Filosofia del linguaggio, con le prime collaborazioni a «la Repubblica», Mediaset e Videomusic. Anni di gavetta e di praticaccia nella sezione spettacoli e cultura fino alla scoperta della politica negli anni di Tangentopoli. Da lì la svolta professionale e la conquista delle platee televisive con una professionalità che lascia di stucco. Perché Sardoni è una tosta. Anzi: tostissima. Una «prima della classe».
D. Alessandra, è vero che si è fatta piacere la politica per forza?
R. È vero che un tempo non mi interessava. Neppure quando andavo al Mamiani, che era un liceo molto politicizzato. E nonostante un padre che, per un lungo periodo, è stato segretario della sezione di Monte Mario del Partito repubblicano. Non mi piaceva. Punto.
D. Finché...
R. Finché, a un certo punto, a Videomusic, mi hanno proposto di affiancare un collega che si occupava di quello. E io, che all'epoca vivevo la politica come la cosa più lontana da me, lì per lì ho avuto paura: non ne sapevo nulla, non avevo alcun background, mi potevo anche bruciare. Però, erano gli anni di Tangentopoli e l'arrivo sulla scena di Berlusconi aveva cambiato tutto segnando l'inizio di una nuova storia che, in qualche modo, metteva tutti alla pari. Capii che era l'occasione per entrare nel gioco e mi buttai: non conoscevo le vecchie liturgie, ma imparai velocemente le nuove. Studiando, certo, e facendo molta fatica per avere quello spessore in più che mi mancava. E appassionandomi finalmente e totalmente alla politica.
D. Tanto che, prima e unica donna, nel 2013 è stata eletta presidente della maschilissima Associazione Stampa parlamentare.
R. Be', eravamo già in tante, quando sono diventata presidente, a occuparci di politica. Però sì, sono ancora l'unica e ne sono molto orgogliosa perché, da questa esperienza, ho imparato moltissimo.
D. Eppure, si dice, ancora oggi lei passa il tempo a leggere saggi su saggi per colmare eventuali lacune della sua formazione. È vero?
R. Certo, sento di avere bisogno di recuperare guardando anche indietro, non soltanto in avanti, e, in ogni caso, non si finisce mai di imparare: però leggo anche romanzi. Poi, conducendo una trasmissione come «Omnibus», dove intervengono ospiti di qualità, cerco sempre di essere preparata tenendo d'occhio anche il dibattito internazionale.
D. Sempre la prima della classe, insomma. Non ha mai voglia di spettinarsi un po'?
R. No, no, anche se non è che coltivo particolarmente questa immagine. Sarà un mio limite, ma io sono proprio così: mi riesce difficile muovermi nella dimensione pop in cui invece si muovono altri conduttori.
D. Eppure, nelle maratone, un po' pop lo è...
R. In questo caso parliamo di rappresentazioni grandiose fatte di strepitosa esperienza, istinto e velocità di intuizione dove Mentana fa entrare anche me coinvolgendomi con battute e gag che tolgono la noia al racconto ma non lo spazio: di mio, io sarei certamente più noiosa. Secondo me, non solo le maratone hanno cambiato il modo di raccontare la politica, ma hanno dimostrato che il giornalismo televisivo è assolutamente alla pari con quello della carta stampata. In più arriva prima. Al di là della fatica, infatti, quello che mi piace di questi eventi è leggere i quotidiani il giorno dopo e dire: «Va be', noi abbiamo dato tutto». Ieri.
D. Ma è più faticoso gestire Mentana, i politici, o i suoi capelli? Si dice che è sempre in lotta con i suoi ricci e che durante le maratone riesce a trovare il tempo per la messa in piega...
R. Ah ah ah...Questa è una leggenda metropolitana! I miei capelli, che sono crespi e non ricci e per questo mi fanno soffrire, vengono gestiti la mattina da una truccatrice che, prima di andare in onda, si occupa del make up e della messa in piega. Mia e di tutte le colleghe e i colleghi. Dopo di che, io non tocco più niente, anche perché non saprei nemmeno da dove cominciare.
D. Un'altra cosa che l'ha fatta soffrire in passato è il suo aspetto fuori dai canoni delle bellone tv. Un attacco su un sito di gossip, anni fa, la fece piangere.
R. È vero. Qualcuno, non ricordo chi, mi aveva definita «ripugnante» e io ci rimasi malissimo. Ora, è vero che sono fuori dai canoni, che sono irregolare - una figura un po' alla Almodóvar, come disse Giuliano Ferrara - però ripugnante proprio no. E comunque certi canoni non servono per il mio lavoro. Lo dimostra il fatto che sono lì da trent'anni.
D. La attaccano ancora per l'aspetto?
R. Sì, magari utilizzando la frase che Berlusconi indirizzò a Rosy Bindi: più bella che intelligente. Ed è la cosa che mi disturba di più. Non soltanto per la volgarità e la sgradevolezza, ma perché dimostra che c'è ancora tanto sessismo in giro: non ho mai sentito fare dell'ironia sull'aspetto dei colleghi.
D. Mi sembra che anche i politici non siano da meno, donne comprese. A «Omnibus», proprio lei ha preteso le scuse da Crosetto, che si era rivolto in modo sessista a una sua ospite.
R. Purtroppo è questa oramai la cifra di uomini e donne del nostro tempo, in politica o meno. Sarà che questa è un'epoca in cui l'argomentare è un genere che si pratica sempre meno e lo si sostituisce con l'insulto, la parolaccia, la frase apodittica (cioè inconfutabile, ndf). Sarà che oltre a non avere argomenti, molti, spesso, non hanno neanche idee.
D. Parliamo d'amore?
R. Dobbiamo? Cosa vuoi che interessi alla gente! Io poi sono riservata. Mi imbarazza.
D. Dobbiamo. Ce l'ha un amore?
R. Gli amori ci sono, come per tutti. Ma non ho un compagno, vivo da sola, anche se non mi sento sola. Mi dispiace di non avere figli, questo sì.
D. Colpa del lavoro?
R. No, il lavoro non c'entra, il mondo è pieno di donne che tengono insieme figli, famiglia, carriera e che lo fanno benissimo. La colpa è mia: ho commesso errori, ho compiuto scelte sbagliate. Tutto qui.
D. La sera, quando chiude gli occhi, a che cosa pensa?
R. A quello che devo fare il giorno dopo. Io sono così, non ho mai mirato alla sufficienza, ce la metto tutta per fare il mio lavoro nel migliore dei modi.
Mariella Boerci



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