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Il Progresso

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Numero 5 del 2020

Titolo: Itinerari- Weekend a Trieste, tra antichi caffè e botteghe vintage

Autore: Claudio Agostoni


Articolo:
(da «Viaggi.Corriere.it» del 2 marzo 2020)
Cuore culturale della Mitteleuropa, ponte fra Balcani e Mediterraneo. Rifugio di scrittori, laboratorio di architettura, snodo commerciale e polo di ricerca scientifica. Ecco cosa vedere a Trieste, fra sapori, monumenti, paesaggi, dove il soffio della bora avvolge storie passate e sogni futuri
Accenti slavi e colori dei Balcani, memorie asburgiche e piaceri italiani. Trieste dista 450 chilometri da Milano e 500 da Budapest, ed è alla medesima longitudine di Berlino. È l'estremo nord del Mediterraneo: un posto dove, a secondo della prospettiva, compare il primo ulivo o nasce l'ultima palma. Capolinea della nuova Via della seta (nel capoluogo del Friuli-Venezia Giulia Pechino punta a un grande terminal per fare entrare le sue merci in Europa), è la città in Europa con il più alto numero di ricercatori. Nel 2020 è capitale europea della scienza e dal 5 al 9 luglio ospiterà l'Euro Science Open Forum, l'evento biennale scientifico più importante d'Europa. Della città giuliana si inseguono i venti, gli odori, del caffè tostato, dello stoccafisso, il brusio sospeso sul mare (da leggere, Trieste, la città dei venti di Veit Heinichen e Ami Scabar, edizioni e-o, 16 euro), le statue degli scrittori, Italo Svevo in testa. Trieste sembra un puzzle da ricomporre, «una Sissi col body in lycra. Ha ancora le dita affusolate della principessa, ma si mangia le unghie» (Mauro Covacich, Trieste sottosopra, Laterza), e solo esplorandone piazzette e caffè si fanno i conti con la babele di culture, di suoni e lingue. Anche questo è un vento che stordisce e commuove.
Cosa vedere a Trieste: piazza Unità d'Italia, il Castello di Miramare, il Canal Grande
Assaporando una Cittavecchia, la miglior birra artigianale di Trieste, ci si può sentire contemporaneamente a Costantinopoli e a San Pietroburgo. Basta degustarla in uno dei tanti locali tra la chiesa di San Nicolò dei Greci - seduce ogni senso la magia dei suoi ori - e il tempio serbo ortodosso della Santissima Trinità e di San Spiridione, sul Canal Grande, con le barche ormeggiate. Nel cuore del Borgo Teresiano, sulle sponde del Canale si affacciano edifici celebri come palazzo Gopcevich e palazzo Carciotti. Bighellonando poi nelle vie che circondano le due chiese ci si imbatte in suggestioni prese a prestito da un passato che fece di questo luogo dell'Adriatico un decanter di lingue e culture. A Trieste i traghetti per Istanbul passano lentamente davanti alle Alpi. Non a caso lo scrittore Paolo Rumiz ama sottolineare che la città è una linea in bilico tra montagna e mare.
Cosa vedere a Trieste: il Canal Grande
Il mare incornicia l'epicentro cittadino: piazza Unità d'Italia, la più grande in Europa, aperta sul mare. È il salotto di Trieste: battezzata Piazza Unità dopo l'annessione, il 4 novembre 1918, diventò Piazza Unità d'Italia solo nel 1955. Tre lati delimitati da edifici maestosi (Palazzo Stratti, Palazzo del Lloyd Triestino), con facciate dove sono incise figure di volti e leoni che di sera hanno il colore della luna. Il quarto è foderato dalle onde del mare. Le montagne regalano, agli appassionati di arrampicata, la falesia napoleonica, una splendida palestra en plein air. Con la linea tranviaria urbana si sale a Opicina, nel Carso triestino, punto di partenza per itinerari in bici e a piedi, come i cinque chilometri della panoramica strada napoleonica, un sentiero facile, nel verde, con affacci da cartolina sul golfo. Ci si ferma, si ascolta il passo ritmato di chi fa jogging e si studia la mappa per abbracciare altri orizzonti. Per esempio, anziché procedere verso Opicina e le falesie, si attraversa Borgo San Nazario giungendo al laghetto di Contovello; da qui il ripido sentiero Natura porta al castello di Miramare. Come alternativa c'è la tratta che collega la stazione centrale con Barcola e oltre. Il percorso si snoda parallelo ai chilometri di inferriata, e di muro, oltre i quali si nasconde un segreto di 700 mila metri quadrati. È una città nella città, un luogo nato come parte integrante dello spazio urbano, oggi separato dal centro abitato da mura alte, recinti e valichi sorvegliati. È il Porto Vecchio, l'antico scalo marittimo cresciuto ai tempi dell'impero asburgico, motore dell'economia finché Trieste fu emporio dell'Austria-Ungheria, quindi avviato a un declino lento e inarrestabile dal novembre del 1918, quando la città fu occupata dall'esercito italiano. È uno dei waterfront più appetibili d'Europa, un complesso di archeologia industriale, anche d'impronta Art Nouveau, che rappresenta un enorme potenziale per la città. L'idea è di un progetto gigantesco di riqualificazione urbana, per il quale è stato chiamato anche l'architetto Massimiliano Fuksas.
Musei e mostre da non perdere a Trieste
Ci sono brezze e venti da mezzo mondo, raccolti in improbabili contenitori, al Magazzino dei venti al Museo della bora (info: museobora.org): bottigliette di plastica e vetro, sacchetti, barattoli, otri... Un flaconcino raccoglie la brezza della val Seriana; il brik di un succo di frutta contiene il vento che, cinque anni fa, spirava a Nyala (Darfur - Sudan); in un vecchio rullino fotografico dimora il soffio di Epidauro (Grecia); una scatoletta di caramelle al cardamomo imprigiona aria raccolta sull'Empire State Building, New York, il 27 dicembre 2007... È esposta anche un'incredibile raccolta di girandole, spaventapasseri eolici, aquiloni, boomerang. Tra le mostre in corso, da non perdere quella dedicata alle opere labirintiche dell'olandese Escher, in calendario fino al 7 giugno al Salone degli Incanti, nell'ex-pescheria centrale (ingresso gratuito per chi soggiorna almeno una notte negli alberghi aderenti all'iniziativa Gift for Guests, info: discover-trieste.it). La rassegna propone anche spazi ludici dove prendersi gioco della propria vista. È il caso della «stanza degli specchi»: attraverso una riproduzione infinita dello stesso elemento, viene spiegata l'illusione tridimensionale dell'opera Profondità.
I caffè di Trieste
A Trieste il caffè si beve, ma soprattutto si respira. Ogni via, ogni palazzo, sono legati alla bevanda: importatori, magazzini, torrefazioni, locali (lo scorso luglio ha riaperto la Caffetteria Pirona, amata da Joyce). Non basta ordinare «un caffè». Per un espresso bisogna chiedere un nero; un cappuccino è un caffè macchiato, «un capo in b» è un cappuccino servito al bicchiere, mentre un gocciato è un caffè con una goccia di schiuma. Durante il Trieste Coffee Festival (a ottobre) una sfida tra i baristi designa il miglior «capo in b». Indirizzi sicuri: la Torrefazione Caffè Guatemala, per scoprire le singole varietà (info: caffeguatemala.com), e l'Antico Caffé San Marco (via C. Battisti), del 1914. La Rigojanci, la mitica torta che si può gustare in pochissimi posti al mondo: a Trieste si trova alla Bomboniera, pasticceria della famiglia Eppinger dal 1836.
Dove mangiare a Trieste
La cucina giuliana, che sia di terra o di mare, soddisfa ogni palato. Nel primo caso basta andare Da Pepi, il buffet mitteleuropeo aperto nel 1897 da Pepi Klajnsic (info: buffetdapepi.com). È la mecca dei fondamentalisti del maiale: Keiserflaisch (carne affumicata), pancetta, lingua, testina... Chi preferisce il pesce non ha che da imbarcarsi sul traghetto per Muggia, enclave veneziana appiccicata al lembo più orientale di Trieste. Su una terrazza da cui ammirare le stelle, una cooperativa di pescatori (info: ittiturismomuggia.com) smercia il bottino del giorno, sardoni, canoce, polpi, seppie e pedoci. Il tutto annaffiato da un bianco frizzante. È rigidamente secco il vino che i sudditi austriaci della principessa Sissi erano soliti allungare con l'acqua. Quello triestino era considerato troppo forte, ed erano ignari di dar vita a quello che poi è diventato lo Spritz, il re degli aperitivi giuliani. Lo si può bere nel celeberrimo Caffè degli specchi accompagnato da un tagliere di formaggio e pršut, un prosciutto sloveno. Ma qui tutto si mischia, si amalgama. Un meticciato che trova riscontro nella lingua parlata, un italiano che intreccia il dialetto locale e parole prese in prestito dal croato, dal greco. La maggioranza della popolazione dei centri vicini parla sloveno. E non è un caso che l'alternativa allo Spritz sia l'hugo, un prosecco aromatizzato al fiore di sambuco tirolese. Il nome della bevanda potrebbe derivare dal vento marino o essere un imbastardimento della parola Jugoslavia. Un rebechin (stuzzichino), il tipico aperitivo triestino, si può gustare negli storici caffè, ma anche al Posto delle Fragole all'interno del parco di San Giovanni, là dove un tempo c'era l'omonimo ospedale psichiatrico. A mezza costa, fra mare e Carso, è un bar-ristorante nel verde, gestito da una cooperativa figlia dell'esperienza basagliana. C'è sempre della musica a far compagnia (non solo cover dei Beatles), e un cartellone vivace di iniziative culturali. Si tengono anche laboratori culinari per imparare a preparare i rebechin (info: ilpostodellefragole.eu).
Negozi vintage a Trieste
Come succede spesso in questa città, molte storie si incrociano, si smentiscono a vicenda e talvolta sono false. È inevitabile, come pure il fatto che Trieste sia una culla del vintage: fortissima la nostalgia per le glorie passate. Per respirarla a pieni polmoni basta sedersi a un tavolino dell'Antico Spazzacamino, conosciuto come il ristorante della musica (via delle Settefontane 66). Qui il proprietario e designer Edy Supp ha abbinato, ai vecchi affreschi, televisori anni Cinquanta e biciclette e organizza concerti jazz. Katastrofa è un antro colmo di passione e poesia che, ai visitatori, propone oggetti d'arte, stampe, antiche ceramiche e vetri ricercati in Italia e all'estero. Nel laboratorio i vecchi mobili vengono ridisegnati e personalizzati con decori a mano, scritte, richiami floreal-romantici o linguaggi rock-barocchi. Una commistione di stili che (apparentemente) nulla hanno in comune. Imperdibile, tra i tanti, Ex voto, un libro di poesie e disegni di Francesca Martinelli, la padrona di casa (info: katastrofa.it). Il vero regno del vintage però è la drogheria Toso (p.za San Giovanni 6): tutto è come nel 1906. Dagli scaffali, con cassetti color avorio alti fino al soffitto, agli articoli meno diffusi. Ci sono ossidi per decoratori, caramelle al rabarbaro, i diavolini, le mente bianche. E poi catturapolvere in piume di struzzo, scope in crine di cavallo, grattaschiena in legno. L'odore è quello delle spezie, dei chiodi di garofano, della citronella, dei semi di senape. È il passato che diventa presente. A Trieste succede ogni giorno.



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