Numero 3 del 2023
Titolo: RISTRUTTURAZIONE- La nostra casa: ieri, oggi e domani
Autore: Alessio Tommasoli
Articolo:
I lavori di ristrutturazione della Presidenza Nazionale
Quando si ammira un monumento, un fascino particolare ci viene offerto dal contrasto con ciò che lo circonda: la città che si evolve, mentre lui resta immobile e saldo, come resistesse al tempo.
È il fascino che ammanta una città come Roma, certe sue zone, come il rione Campo Marzio, quel triangolo di Storia che si apre tra il Campidoglio, il Quirinale e il fiume Tevere, ai limiti di Piazza Venezia, Piazza Barberini e Villa Borghese, distendendosi lungo via del Corso e custodendo al suo interno i salotti a cielo aperto di Piazza del Popolo e Piazza di Spagna, la meraviglia prospettica della Scalinata di Trinità dei Monti e quelle storiche dell'Ara Pacis e del Mausoleo di Augusto.
In questo rione, una serie di arterie connettono Piazza di Spagna a via del Corso, strade che sembrano corridoi più che vie, come se il quartiere fosse un immenso e lussuoso appartamento arredato da pregiati mobili d'epoca dalla forma di palazzi storici. Corridoi dai nomi celebri in tutto il mondo, da via dei Condotti a via Frattina, passando per via Borgognona.
Ed è proprio in quest'ultima che ci fermiamo, qui dove il tempo si è immobilizzato attraverso l'architettura: solo nel XV secolo questa strada iniziò ad arricchirsi di edifici borghesi, in particolare quelli eretti dai mercanti provenienti dalla regione francese della Borgogna, da cui deriva il nome attuale, che si fecero spazio tra piccole casupole di prostitute di medio e basso livello, già presenti da molto in un luogo nel quale, fino a poco prima, non c'era altro che campagna, prendendo, appunto, il nome di "via delle meretrici". Un'area di certo poco signorile nella Roma Cinquecentesca, soprattutto a causa della sua posizione facilmente soggetta alle inondazioni di un Tevere ancora privo di argini. Come l'alluvione che nel 1566 scatenò il disastro umano di una guerra tra poveri nell'arretrata Roma papalina: una parte della popolazione, accorsa inizialmente per salvare le prostitute, si abbandonò al saccheggio e all'omicidio una volta scoperti i beni di cui queste erano proprietarie.
Eppure, nonostante già nel Seicento la famiglia nobile fiorentina dei Rucellai avesse eretto qui la propria dimora (Palazzo Ruspoli), fu soltanto nell'Ottocento che via Borgognona subì delle modificazioni profonde capaci di aprirla finalmente, come l'intera zona, all'ambiente aristocratico che ci immaginiamo oggi. In particolare, grazie all'acquisto di Palazzo Nuňez da parte della famiglia Torlonia e all'apertura dell'Hotel d'Angleterre da parte della famiglia Serny, già proprietaria della "Locanda Serny" in piazza di Spagna.
Ma fu solo nella seconda metà dell'Ottocento, con l'annessione di Roma al neonato Regno d'Italia e la sua elezione a Capitale, che via Borgognona vide finalmente terminati i problemi derivanti dal vicino fiume Tevere: il 28 dicembre 1870 è la data della più grande alluvione che Roma ricordi, la cui traccia resta tuttora indelebile grazie a una lapide incastonata lungo via Borgognona nella quale è indicato il livello raggiunto dalle acque del Tevere; l'ultima alluvione, in realtà, quella che porterà alla realizzazione dei Muraglioni, cambiando definitivamente l'urbanizzazione della città, fino a trasformarla in quella che è oggi.
È quindi da questo intervento che il rione di Campo Marzio diventa il lussuoso appartamento a cielo aperto che ammiriamo oggi, quello nel quale attraversiamo le strade tra una piazza e l'altra come corridoi tra un salone e una sala di ricevimento, contemplando quegli arredi splendidi che ci appaiono lungo il percorso sotto la forma di palazzi, come il Palazzo di Spagna, sede dell'ambasciata spagnola presso la Santa Sede.
E tra tutti gli arredi di via Borgognona, ci fermiamo di fronte al civico 38. Un edificio già registrato all'antico catasto nel corso del 1875, intestato anch'esso alla famiglia nobile romana dei Torlonia, edificato intorno al 1868 dal Duca Giulio Torlonia, il cui progetto iniziale è arrivato a noi attraverso una serie di preziosi disegni rinvenuti nell'Archivio Capitolino che documentano gli interventi realizzati in copertura e al piano terra (tra i quali un progetto del relativo alla risistemazione del teatro situato nel cortile interno), nonché alcuni disegni d'insieme dei prospetti esterni.
Un palazzo con più di un secolo e mezzo di storia, 155 anni di vita durante i quali la città attorno si è mossa, cambiando nel tempo, trascinata da una società che non ha potuto smettere di evolvere: in mezzo al mutamento, questo edificio sembra essere rimasto immobile, come uno dei tantissimi arredi architettonici di questo rione, come un monumento.
O almeno così sembra a guardarlo dall'esterno, perché, entrando, si scopre che questa immobilità è mera apparenza: al suo interno, infatti, vive, respira e si muove senza sosta un organismo che corre insieme alla società, a volte l'anticipa e spesso ne determina il cambiamento, l'Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti. Dal 1969, il secondo e il terzo piano di questo edificio storico sono la Sede Nazionale dell'associazione rappresentante di oltre 2 milioni di persone con disabilità visiva, delle loro esigenze quotidiane, dei loro diritti fondamentali, di un tassello essenziale della società e della Storia.
E come spesso il contenuto influenza la forma, così il dinamismo genetico dell'Unione arriva a modificare l'edificio nel quale ha la propria Sede Nazionale e una delle sue attività prevalenti, quella del Libro Parlato: da gennaio di quest'anno sono iniziati i lavori di ristrutturazione, interventi necessari alla manutenzione straordinaria dell'immobile, di carattere strutturale e architettonico/impiantistico. Per quanto riguarda il primo, si stanno realizzando delle aperture nelle murature e il consolidamento del solaio tra secondo e terzo piano, mentre per l'ambito architettonico, si sta mettendo a punto un adeguamento alla legge che concerne la sicurezza nei luoghi di lavoro (rifacimento di tutti gli impianti esistenti, realizzazione di alcune tramezzature, sostituzione di pavimenti e rivestimenti).
Dalle informazioni raccolte dall'architetto responsabile, Michela Esposito, e dall'ingegnere, Luigi Serio, l'edificio avrebbe subito una sola ristrutturazione datata 1940, oltre a una ricostruzione del solaio con strutture in legno di castagno originarie e acciaio, realizzata in più fasi tra gli anni '50 e '60.
Il progetto di ristrutturazione prevede la conservazione delle strutture esistenti, assicurando un migliore collegamento delle travi in ferro alla muratura e di queste alla struttura in legno soprastante. L'obiettivo di questo intervento di ristrutturazione è il miglioramento dell'organizzazione degli uffici, realizzando delle aperture nella muratura, in entrambi i piani, nonché demolendo e ricostruendo alcune tramezzature.
Un lungo lavoro che, tuttavia, non bloccherà le attività della Presidenza Nazionale, né quelle del Fund Raising, né quelle dell'Ufficio Stampa, né tantomeno quelle del Libro Parlato: tutti gli uffici, infatti, continueranno a lavorare appieno, garantendo la normale attività grazie a un'organizzazione che sfrutta l'alternanza tra presenza e smart working. Perché se la società non si ferma, non si ferma certo l'Unione che con il suo dinamismo la spinge quotidianamente in avanti, anche quando si tratta di mettere mano al Tempo, alla Storia, restaurando un monumento.