Numero 3 del 2023
Titolo: SPECIALE DONNA- Donne e disabilità. C'è ancora strada da fare
Autore: Nadia Massimiano
Articolo:
Marzo è il mese della donna e si accendono i riflettori sulle campagne di sensibilizzazione per la salute, la parità di genere, i diritti, le opportunità. Sembra che in questo periodo in particolare la donna venga esaltata per le sue qualità, pur con la consapevolezza che ancora oggi in ogni contesto, a parte quello domestico, le donne sembrano non essere mai al posto giusto, continuano a non godere delle stesse opportunità degli uomini, nonostante tutti i dibattiti, le manifestazioni, le ribellioni e le lotte, le donne risiedono ancora in una posizione di rilevanza inferiore rispetto agli uomini e si percepisce un vuoto culturale ed emotivo rispetto al riconoscimento del valore della donna. C'è ancora grande necessità quindi di enfatizzare la giornata e il mese dedicato alla donna, di continuare a combattere perché i giudizi e i pregiudizi vengano superati.
Ci sono moltissime convinzioni stereotipate nei confronti della donna, alla quale viene ancora riconosciuto il ruolo di angelo del focolare, di protezione e cura dei figli, del marito e della casa, ma in questa visione delle cose si intrecciano maldestramente opinioni di stampo più moderno, ma altrettanto mediocri, per cui se una donna non lavora è considerata una mantenuta, se invece decide di voler lavorare deve comunque dimostrare di non lasciare indietro i suoi impegni domestici. La donna deve ancora mostrare un corpo che sia in linea con gli stereotipi del nostro tempo, che sono ancora presenti, martellanti e costringono a doversi mostrare in forma smagliante a tutte le età, come se fosse una qualità personale, allo stesso tempo convincendo se stessa e gli altri di non dover dimostrare null'altro se non la propria intelligenza, lottando contro il body shaming e la discriminazione, ma spesso vergognandosi di non essere ritornata come era prima della gravidanza o di non essere tonica dopo la menopausa. La scelta di una gravidanza è quanto mai complessa per la donna del nostro tempo, che è costretta ad arrivare a questo momento all'altezza della situazione, non troppo giovane da essere considerata irresponsabile, ma nemmeno troppo avanti con l'età per rispettare la predisposizione biologica, sufficientemente autonoma economicamente e con una buona posizione professionale, deve essere capace di non chiedere troppo aiuto, ma di non perdere il percorso personale intrapreso. Questa donna deve dimostrare sempre, in ogni occasione di essere coraggiosa, ma delicata, intraprendente, ma discreta, intelligente, ma femminile ed il fatto stesso di dover dimostrare qualcosa, di dover superare ostacoli, non già per migliorarsi quanto per superare la portata del giudizio, diventa purtroppo la forza che alimenta il divario, la discriminazione e la diseguaglianza. E quando una donna viene apprezzata, viene valorizzata, automaticamente ciò avviene spesso in relazione ad un uomo, alla sua posizione o al suo ruolo, basti pensare al detto "dietro un grande uomo c'è una grande donna", anche se la donna è presa in considerazione per le sue capacità deve comunque rimanere in una posizione subalterna.
Quando l'essere donna incontra la disabilità il pregiudizio, gli stereotipi, le aspettative e le credenze si amplificano, si intrecciano e si mescolano alla mancanza di informazione e di conoscenza. Nel caso delle donne con disabilità, infatti, si parla di doppia discriminazione, quella legata al genere e quella relativa alla disabilità. Tutte le questioni delle quali abbiamo accennato diventano ancora più spinose, nella lotta per l'inclusione e per il riconoscimento dei diritti, di fatto si ergono barriere e quanto a questo non sono escluse le donne con disabilità visiva. Dal punto di vista professionale e dello studio molti indirizzi ed altrettante posizioni vengono ancora considerate inadeguate o troppo complicate perché un non vedente possa pensare di desiderarle, allo stesso modo l'imprenditoria sembra un miraggio per qualcuno che non viene pensato capace di essere completamente indipendente, figuriamoci per una donna. Alla donna non vedente vengono attribuite solo alcune opportunità lavorative e, crescendo, viene orientata per seguire queste e non altre, e in maniera automatica ed inconsapevole viene scoraggiata a seguire delle strade considerate impossibili. La donna non vedente non viene considerata nemmeno sufficientemente in grado di occuparsi della sua casa e delle cose che si è costruita e che le appartengono e questa mancanza di stima, di fiducia nelle sue capacità, è il frutto di una carenza e di lacune profonde nella conoscenza stessa della disabilità visiva, ma la cosa più preoccupante è che, la maggior parte delle volte, questa forma di pregiudizio, che spesso si cela dietro ad un tentativo di protezione, viene generata dai familiari stessi e dalle persone più vicine. La credenza della necessità di assistenza continua e la difficoltà nel riuscire a concepire in che modo si possano fare le cose anche in mancanza della vista diventa un assioma, una incontrovertibile premessa. Quando si parla di matrimonio e di avere dei figli la strada sembra ancora di più restringersi, le donne non vedenti vengono considerate incapaci di potersi prendere cura del famoso focolare e di poter garantire le cure primarie ai bambini, anzi addirittura vengono ritenute fonti di pericolo per se stesse e per i loro figli. La maggior parte delle donne sembra quasi rassegnata all'idea di non poter fare molte cose o che alcune di queste le siano precluse e dà la colpa di questa condizione alla disabilità, aumentando il senso di frustrazione, di insoddisfazione e di stima di sé, senza rendersi conto che invece la responsabilità non è tanto da attribuire a questo, quanto, molto di più, alla mentalità, alla cultura, alle credenze ancora radicate sulla disabilità.
Questa situazione è talmente impattante ed invalidante nella vita delle donne proprio perché contribuisce a strutturare l'autostima, il senso di autoefficacia. Con questo termine intendiamo la percezione che l'individuo ha circa le proprie capacità di far fronte a situazioni, raggiungere obiettivi, risolvere problemi, organizzare la propria vita in funzione della consapevolezza delle proprie risorse, così come dei propri limiti reali. Il senso di autoefficacia è quello che ci permette di lavorare quotidianamente sul potenziamento delle nostre competenze e sul superamento dei nostri limiti e che, quindi, ci consente di metterci in gioco e di affrontare sfide, ma anche di realizzare i nostri progetti e i nostri sogni. Chiaramente più è basso il livello di autoefficacia, minore è la nostra energia nel tentare di assumere un atteggiamento proattivo, volto al miglioramento delle nostre condizioni di vita. Quando inoltre gli sforzi compiuti in questa direzione impattano contro il giudizio degli altri, la svalutazione e la mancanza di fiducia, quasi come a sottolineare che qualunque cosa si pensi di poter fare non servirà o non sarà sufficiente, si sviluppa quella che viene chiamata impotenza appresa, vale a dire la sensazione appunto di non avere speranze, di non avere risorse, di non avere alcuna possibilità. La combinazione tra scarsa autoefficacia ed impotenza appresa si riscontra in maniera molto comune tra le donne con disabilità, che spesso si sentono ostacolate e incomprese dalle stesse donne e non solo dagli uomini, e quindi il problema non è banalmente il maschilismo, ma è che la visione patriarcale è molto più connaturata al nostro pensiero ed alla nostra cultura di quanto probabilmente siamo in grado di immaginare. Non è raro osservare, a fronte di quanto detto, nelle donne con disabilità visiva sindromi ansioso-depressive che spesso superficialmente vengono attribuite alla mancata elaborazione della patologia che ha generato la disabilità stessa o al vissuto traumatico legato alla perdita della vista. Spesso invece è proprio lo scoramento legato all'affrontare tutto ciò che viene dopo, alla consapevolezza di questa doppia discriminazione, alla percezione di una serie infinita di ostacoli da dover superare, e spesso anche qui si insinua la percezione di dover dimostrare, di dover fare di più e meglio, di non voler sembrare agevolate dalla propria condizione e di voler mostrare agli altri di potercela fare da sole e di non aver bisogno di chiedere aiuto. E così si ricade in un circolo vizioso che non finisce mai, che si autoalimenta e che non è purtroppo mai abbastanza, un generatore di ansie, insicurezze, paure ed insoddisfazioni. Ecco perché ancora oggi è necessario dibattere sui temi legati alla donna, perché nonostante i nostri sforzi, abbiamo spesso combattuto battaglie che più che liberarci ci hanno ulteriormente incatenate, perché ancora fianco a fianco possiamo confrontarci, supportarci e sostenerci per trovare una ulteriore strada da percorrere insieme.