Numero 11 del 2025
Titolo: Alpinisti Ciabattoni
Autore: Achille Giovanni Cagna
Articolo:
Dove si va? (17a parte)
Il capitano Errero, un Catalano alloggiato fin dal principio dell'estate nella stessa locanda, udendo il miserevole racconto di tanti guai dallo stesso signor Strepponi, era venuto a questa marinaresca conclusione: «Che l'homo despierto non si lascia incantar, che l'argento della mujer conta tanto come una fumarada nella vivienda, e che piuttosto di convivere con una moglie vecchia, una pamposada, una pijota dura da mascar, lui capitano Errero, preferiva andare all'infierno, o farsi fusilar!».
E sul dubbio che il signor Strepponi non avesse ben capito, gli aveva chiesto: comprende?
Povero Strepponi, altro che comprendere! anch'egli era dello stesso parere. Farsi fusilar... lasciamo andare; ma era un fatto che il capitano tagliava netto le questioni col suo coltello catalano. Del resto, lo spagnolo era uomo che non si lasciava facilmente abbordare; pareva lunatico, e qualche volta passava sui piedi dei suoi colleghi di locanda, senza dir: bada.
Era un bell'uomo sulla cinquantina, tarchiato, con un torace atletico, un collo taurino, e certe spalle che spingevano lontano solo a guardarle. Aveva viaggiato tutti i mari del globo, ed ora in causa di frequenti attacchi artritici, aveva dovuto abbandonare la sua nave per curarsi gli acciacchi.
Sopra Oira possedeva una villetta, ma egli preferiva restarsene sulla spiaggia vicino a quel lago, quella chiazza azzurra e mobile che gli richiamava nei suoi mingherlini rapporti l'aere ampio, e l'infido coltrone spumeggiante dell'oceano. Era splendido il capitano, cavaliere perfetto, quando non aveva la luna di traverso. Stava tutto il giorno nella sua camera, scriveva, fumava e beveva grappa. A notte usciva, talora spassandosela in barchetta, o internandosi nella gola del torrente, o rampicandosi su per l'erte, per udire da lontano il chiurlo dei venti, e respirare la raffica dell'aere nereggiante di tenebre dense. Spesso pranzava nella sua camera, e si divertiva allora nell'unica compagnia del figliolino dell'oste, un ragazzo molto vispo, molto vivaracho, e quando aveva volicion di chiacchierare, scendeva abbasso in sala, ed aspettava che gli rivolgessero la parola. Era franco, schietto fino alla rudezza, sputava il vero delle sue impressioni, senza badare a circonlocuzioni. Con le signore era di una galanteria da can mastino a primo incontro, ma poi si rimetteva subito. Non gli piaceva galantear, ma talvolta pigliava le donne in una guardata di falco rapida così, che faceva pensare ai pirati fremebondi, balzati dalle cetre dei poeti romantici. Gli piacevano le donne belle, giovani, vivaci, e non poteva perciò assolutamente tollerare madama Strepponi, sempre irta di nervosismi e di saette.
Una volta avendolo l'ostessa celiato sulla vicinanza di camera che egli aveva con quella signora, e sulla probabilità di intendersi, aveva risposto scappando: «Soga soga! Sobreseguro che starò guardado! piuttosto saltar da una ventana!».
Oltre a questi, altri due ospiti erano all'albergo; il professore Augustini e Carlino suo figliuolo, un bel ragazzetto sui quattordici anni tutto innamorato del suo papà. Erano lì da alcuni giorni, ma si vedevano raramente. Alla punta del giorno padre e figlio pigliavano la strada della montagna e non ritornavano che a notte fatta, stanchi, trafelati; un boccone di cena in fretta, e poi subito a letto, per ricominciare all'indomani le sgambettate attraverso ai monti.
(continua)