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Corriere dei Ciechi

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Numero 9 del 2025

Titolo: ATTUALITÀ- Miriam Mafai nel racconto di Annalisa Cuzzocrea

Autore: Luisa Bartolucci


Articolo:
Le interviste di Slash Radio web

"E non scappare mai. Miriam Mafai, i segreti e le lotte nella tempesta della storia", edito Rizzoli, questo è il titolo dell'ultimo romanzo della giornalista e scrittrice Annalisa Cuzzocrea, mediante il quale segue le tracce di una grande donna: Miriam Mafai.

D. Come nasce questo romanzo?
R. Ho iniziato a lavorare sulla vita di Miriam Mafai, mentre stavo scrivendo il mio precedente libro. Avevo avuto in custodia le lettere di Miriam da parte della figlia, così avevo capito che Miriam Mafai era stata una figura mal raccontata e che, invece, aveva tanto da dire. C'è voluto davvero del tempo per scrivere questo libro, soprattutto per dargli la forma che volevo e per rispondere all'ambizione di far rivivere, attraverso le pagine, questa donna. Ho scelto poi di farne un romanzo, non un saggio o una biografia come era mia intenzione in origine.

D. Quanto è stato difficile lavorare a questo romanzo, non tecnicamente, ma sotto il profilo emotivo?
R. È stato molto complesso, perché ho dovuto esercitare nella scrittura due sentimenti opposti: da una parte vi era la necessità di mantenermi fedele al materiale che mi era stato consegnato, poiché ho scritto un romanzo, ma con i nomi reali delle persone, quindi i dialoghi li ho dovuti ricostruire, ma anche un po' immaginare, così come le scene, ma le persone sono assolutamente reali: Miriam Mafai, Giancarlo Pajetta, figure storiche importanti, come pure Berlinguer e Macaluso. Vi era, però, anche l'esigenza di tradire, almeno un poco. Sotto certi aspetti io ho tradito Miriam Mafai, raccontando alcune vicende della sua vita che aveva scelto di non narrare. Miriam Mafai ha redatto una propria biografia, che non è giunta alla fine, giacché quando ha iniziato la stesura era già malata, si è fermata ad un certo punto, però quel determinato punto prevedeva il suo matrimonio con l'ebreo egiziano Ugo Naxon ed il dolore che ne è scaturito dal punto di vista cronologico. Lei però lo ha saltato, non ha mai parlato di quel matrimonio e di quel dolore. Quindi mi sono chiesta se io avessi o meno il diritto di parlarne. Sono andata avanti perché ho sentito di avere come un mandato di fiducia da parte della figlia e della famiglia. Sara Scalia, la figlia di Miriam, nel corso della prima presentazione del romanzo che abbiamo effettuato a Roma, ha asserito di aver visto come restituita l'immagine, la figura di sua madre, nella sua interezza, incluse le ombre. A parere di Sara, vi era la necessità di questa interezza, poiché sono anche le ombre a parlare, non solo la vita esposta, soprattutto quando si tratta della biografia di una persona nata nel 1926, che ha attraversato la guerra, la persecuzione raziale, la lotta partigiana, l'impegno politico con il Partito comunista, l'impegno civile mediante il giornalismo; di un simile personaggio parlano anche le ombre. Ho ritenuto opportuno raccontare la forza di una donna che parte da un dolore indescrivibile, quasi una maledizione, rappresentata dal biglietto che le lascerà Ugo, quasi una maledizione, come ho detto, che però Miriam supererà, non fuggendo dal dolore, piuttosto andando avanti. Questo trovo sia un modo di vivere, di essere proprio di quelle generazioni, delle generazioni dei nostri nonni, che erano sopravvissuti alla guerra ma non ne parlavano, perché in quel momento c'era nel Paese l'esigenza di ricostruire, quindi non ci si soffermava sul dolore, piuttosto lo si nascondeva, si lottava. Questo aspetto mi interessava fosse raccontato, anche perché questa non è solo la storia di Miriam, ma di tante donne di quella generazione.

D. Erano donne che dovevano spesso scegliere tra i sentimenti, la famiglia e il lavoro...
R. Penso che questo non sia un problema legato solo ai tempi di Miriam, purtroppo è una difficoltà che abbiamo ancora, è il motivo per il quale credo che questa storia dovesse essere raccontata, poiché parla all'oggi e alle ragazze di oggi. Io lo dico anche alla fine del romanzo; del resto credo che si viva in una specie di riflusso, io ho visto la generazione di mia madre, che dava per scontato che le figlie dovessero lavorare e costruirsi un futuro che partisse da loro e non da un uomo al quale affidarsi; invece ho constatato, rimanendone colpita e lo racconto nel libro, ho sentito questa idea che c'è ancora, per cui le ragazze giunte ad un certo punto della loro vita, si vedono messe di fronte ad una scelta: puntare sui sentimenti, sulla famiglia o sul lavoro, quasi fosse indispensabile un aut aut. Nel 2025 non dovrebbe essere così, la parità e le condizioni di vita dovrebbero essere garantite. Tutti i dati del gender-gap, come quelli della occupazione ci raccontano che non vi è una parità effettiva. Per questo io ritengo che sfortunatamente, siano stati compiuti diversi passi indietro. Non di rado le condizioni di parità, le conquiste, non vengono difese come si dovrebbe.

D. Non tutte sono ancora consapevoli che oggi è indispensabile lottare ancora molto...
R. Lottare è difficoltoso, la storia di Miriam Mafai lo insegna, difendere i propri diritti è faticoso, è più facile lasciarsi andare alla corrente; invece no, serve pagare un prezzo, che non si paga solo per sé, ma anche per tutte le altre, onde far sì che ad avanzare siano tutte e insieme. È questo un aspetto che il femminismo di oggi ha un po' perso perché concentrato e scisso in mille divisioni un po' ideologiche e poco orientato sulle conquiste pratiche da ottenere.

D. Vi è un episodio che non so se considerare più inquietante, o divertente: mi riferisco al viaggio compiuto da Miriam Mafai insieme a Luciana Castellina...
R. Questo episodio è una prova dell'ostinazione di Miriam Mafai nel voler parlare con tutti. Nonostante vi fossero alcuni che si erano allontanati dal PCI, nonostante la diaspora de "Il manifesto", Miriam proseguirà ad incontrare Luciana Castellina, con la quale andrà anche in Egitto, poiché continuerà con lei e altri a parlare di un mondo che si era allontanato dal Partito comunista, ma faceva comunque parte di quella storia politica. Miriam riuscirà comunque a riavvicinare quei due mondi, Giancarlo Pajetta e Luciana Castellina, come era necessario fare, dopo anni in cui le persone cambiavano marciapiede, figure che avevano militato insieme, dormendo nelle stesse case, vivendo in una quotidianità continua, avevano cessato di comunicare tra loro. Tutto ciò Miriam non lo poteva accettare e Giancarlo Pajetta, che conosceva il suo amore per la libertà, l'ha inseguita per tutta la vita, cosa che non ci si sarebbe mai aspettato da un dirigente comunista come Pajetta, che aveva alle spalle la lotta partigiana; questo uomo così duro, nutriva però una tenerezza infinita per Miriam, la inseguirà per tutta la vita, non le dirà mai ti amo, ma le scriverà "aiutami a vivere". Nelle lettere a Miriam vi è tanta passione trattenuta, forse tanto più bruciante quanto più è trattenuta nelle parole. Miriam aveva un modo di amare furtivo, anche quello molto pragmatico, infilava i regali di nascosto nella valigia di Pajetta quando stava partendo. Ho avuto con me per cinque anni le lettere che Miriam Mafai e Giancarlo Pajetta si sono scambiati: sinceramente non mi ero resa conto che non si fossero mai scritti ti amo, lo ha segnalato sul pezzo che ha scritto sul libro Annalena Benini. Personalmente non me ne ero resa conto: c'era talmente tanto amore, che non avevo osservato che mancasse l'espressione "Ti amo". Di fatto non era necessaria questa frase. La cosa bella è che in queste lettere, profonde, personali, è sempre presente l'impegno civile. Miriam e Giancarlo erano persone totalmente dedite al ruolo che avevano scelto di vivere, di ricoprire nel mondo. Il loro modo di affrontare la vita era pubblico, legato ad un forte senso di responsabilità, sentivano che il bene collettivo era indispensabile, quindi traspare da qualsiasi cosa: dalle missive di Miriam alla sorella Simona, sorelle davvero inscindibili, che anche nel loro ultimo scambio di sms parleranno del destino del nostro Paese; questo prendere su di sé il peso del mondo è qualcosa che mi commuove profondamente. Oggi è difficile riscontrare atteggiamenti analoghi, vi è un maggior ripiegamento sul privato, una minore adesione ad un'idea, ciò finisce per togliere forza. Io invidio, se così si può dire, alla generazione di Miriam Mafai questo impegno, questa idea-convinzione che sia possibile cambiare le cose. Oggi siamo più educati e abituati al disimpegno, a ritenere che qualunque cosa si faccia tanto non cambierà nulla, perché c'è comunque qualcuno che decide per te, sia esso un algoritmo o un miliardario. Quando c'erano i grandi partiti organizzati, vigeva l'impressione che il singolo potesse essere un agente trasformatore della realtà che lo circondava. Questo è un libro al quale sono particolarmente affezionata, perché sono legata a questa tipologia di figure, alle loro numerose sfumature, che spesso non si conoscono, ma che è assolutamente utile portare alla luce. Nella Miriam del romanzo io credo sia facile identificarsi ed anche, in qualche misura, sentirsi ingaggiati, responsabilizzati.



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