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Corriere dei Ciechi

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Numero 10 del 2025

Titolo: ATTUALITÀ- Moda adattiva

Autore: Francesca Martinengo


Articolo:
Quando vestirsi bene è per tutti

Negli ultimi anni si sta facendo largo una nuova idea di moda, quella adattiva. In poche parole, si tratta di creare abiti e accessori pensati per chi ha una disabilità, sia temporanea che permanente. Ma non è solo questione di vestiti: la adaptive fashion è anche un passo avanti a livello culturale e sociale. Aiuta le persone con disabilità a sentirsi più incluse e a vivere meglio, anche grazie a qualcosa che tutti usiamo ogni giorno: l’abbigliamento.
L’abito fa il monaco? A volte sì.
Hai presente quella sensazione che provi quando indossi il tuo jeans preferito o quella maglietta che ti sta da Dio? Ti senti più sicuro, più a tuo agio, magari anche un po’ più figo. Ecco, questo vale per tutti. Anche per chi ha una disabilità.
Lo dice bene Mindy Scheier, fondatrice della Runway of Dreams Foundation, un’organizzazione no-profit americana che si occupa proprio di moda per persone con disabilità. Nel suo TED Talk, racconta quanto un semplice abito possa fare la differenza, non solo per l’aspetto, ma per l’autostima e la voglia di affrontare il mondo e di come tutto questo valga ancora di più per chi convive con una forma di disabilità.
Comunicare chi siamo, anche con i vestiti
I vestiti non sono solo una questione di moda. Sono anche un modo per raccontare chi siamo. Lo spiega bene Simona Cuomo della SDA Bocconi: il nostro stile dice molto di noi e ci aiuta a sentirci bene, a livello emotivo e psicologico. Sentirsi a proprio agio con quello che si indossa significa sentirsi a proprio agio con se stessi.
Ecco perché la moda adattiva è molto più di un trend: è un diritto. Un modo per permettere a tutti di esprimere la propria personalità anche attraverso ciò che si indossa.
Come funziona la moda adattiva?
Molti vestiti "normali" possono essere un ostacolo per chi ha una disabilità: bottoni piccoli, cerniere scomode, cuciture fastidiose... sono vere e proprie barriere architettoniche nel nostro guardaroba, barriere che impediscono al corpo di muoversi nell’ambiente circostante.
La moda adattiva interviene proprio lì, con modifiche intelligenti che spesso non si notano nemmeno:
Chiusure in velcro o magnetiche al posto dei bottoni
Zip più facili da usare
Orli e cinture regolabili
Tessuti elasticizzati e traspiranti
Aperture strategiche su spalle, schiena o fianchi
Etichette stampate direttamente sul tessuto per evitare irritazioni
Pantaloni pensati per chi sta in carrozzina, senza tasche dietro o cuciture che danno fastidio
Insomma, piccoli accorgimenti, quasi invisibili a prima vista, che fanno una grande differenza, donando alla persona disabile dignità (ovvero essere vestiti "giusti" a seconda dell’occasione) e autonomia nel vestirsi.
La moda adattiva è anche un mercato enorme. Secondo Vogue Business, nel 2019 solo negli Stati Uniti valeva più di 400 miliardi di dollari. E a livello globale, si stima che 1,4 miliardi di persone con disabilità rappresentino un potere d’acquisto di 8 trilioni di dollari l’anno. Quindi sì, fare moda inclusiva conviene anche dal punto di vista del business.
Come dice Jonathan Kaufman su Forbes, la moda ha il potere di cambiare le regole del gioco, di creare nuovi standard di bellezza e, soprattutto, di includere davvero tutti.
Certo, fare moda adattiva richiede impegno: bisogna pensare a ogni dettaglio, scegliere i materiali giusti, proporre una gamma ampia di taglie e - cosa non banale - coinvolgere anche modelli e modelle con disabilità.
È ancora un settore di nicchia, ma con un potenziale enorme. Perché alla fine, vestirsi bene dovrebbe essere un diritto di tutti, non un privilegio per pochi.
La situazione nel settore Beauty e Personal Care
Per fortuna, qualcosa si sta muovendo anche nel mondo del beauty. Alcuni brand stanno iniziando a fare scelte più inclusive. Per esempio, Bioderma, Humanrace, L'Occitane e Dr. Jart hanno cominciato a inserire il Braille sulle confezioni. Too Faced ha aggiunto i QR code per aiutare a riconoscere i prodotti più facilmente. Herbal Essences ha messo un sistema tattile super semplice - cerchi e linee - sul retro dei flaconi, così anche chi non riesce a leggere il Braille può distinguere lo shampoo dal balsamo.
E poi c’è Olay, che ha lanciato una crema con un coperchio "easy-open", più facile da aprire. Lo stesso ha fatto Rare Beauty, il brand della popstar Selena Gomez, che si è ispirata alle sue difficoltà personali per creare packaging accessibili a tutti. Estée Lauder, invece, ha creato un'app con intelligenza artificiale che guida le persone cieche o ipovedenti nell’applicazione del trucco, usando la voce per dare indicazioni passo passo.
Ma il futuro sta nei brand indipendenti. Se grandi marchi spesso vanno a rilento quando si tratta di inclusività, sono i brand più piccoli a essere molto più veloci nel rispondere ai bisogni reali delle persone, avendo ben recepito il pensiero che tutti i corpi sono validi, e che ognuno - con o senza disabilità - vuole sentirsi bello/a, curato/a, sicuro/a di sé.
E sì, hanno anche capito che essere inclusivi è un’opportunità: anche nel beauty adattivo c’è un intero mercato, enorme, che spesso viene ignorato.
Qualche nome? Kohl Kreatives ha creato pennelli da trucco pensati apposta per chi ha difficoltà motorie: hanno impugnature flessibili, testine adattabili, e sono molto più facili da usare di quelli tradizionali.
Human Beauty coinvolge direttamente le persone con disabilità nella creazione dei suoi prodotti: test, feedback, progettazione... tutto fatto insieme a loro.
E poi Guide Beauty, uno dei primi brand di make-up adattivo. Fondato nel 2020 dalla make-up artist Terri Bryant, dopo che le è stato diagnosticato il morbo di Parkinson e ha iniziato ad avere difficoltà anche nei gesti più semplici. Lei stessa ha detto:
"Le tecniche di trucco che facevo ad occhi chiusi sono diventate difficili, quasi impossibili. Così ho deciso di ripensare tutto: il trucco, e il modo in cui lo applichiamo."
Nel progetto ha coinvolto anche Selma Blair, attrice e attivista a cui è stata diagnosticata la sclerosi multipla, oggi direttore creativo del brand.
Sia nel mondo della moda che in quello della bellezza adattiva c’è ancora tanto da fare per diventare davvero inclusivi.
Serve un cambiamento a 360 gradi, come dicono anche gli esperti. Il primo passo? Sviluppare abiti, prodotti e confezioni adatti a tutti. Ma non è solo una questione tecnica: bisogna chiedere direttamente a chi usa quegli abiti e quei prodotti che cosa servirebbe e che cosa manca. I brand devono andare oltre la rappresentazione di facciata e coinvolgere attivamente le persone con disabilità già nella fase di progettazione e sviluppo, ascoltando i loro feedback per creare qualcosa che possa funzionare davvero.
E poi, fondamentale: abbigliamento e prodotti di make up e cura della persona devono avere un prezzo accessibile, e non essere un lusso per pochi.
Il passo successivo? Dare più spazio e visibilità alle persone con disabilità anche nelle pubblicità, nei servizi fotografici, nelle campagne editoriali. Bisogna sfidare gli stereotipi e mostrare una bellezza più ampia, più vera, che rappresenti tutti.
Insomma, è un percorso continuo, che va alimentato e migliorato giorno dopo giorno.

BOX
I principali brand che fanno moda per tutti
Al momento, i marchi più attivi nella moda adattiva si trovano soprattutto in USA, Regno Unito e Australia, dove le persone con disabilità hanno fatto più sentire la propria voce, anche a livello di diritti civili.
Ad esempio:
Tommy Adaptive, linea di Tommy Hilfiger, esiste dal 2017 e continua a crescere.
IZ Adaptive, brand canadese fondato dalla stilista Izzy Camilleri (quella che ha vestito Meryl Streep in "Il diavolo veste Prada"!).
Zalando, nel 2023, ha lanciato la sua prima collezione adattiva con più di 140 capi.
In UK c’è Unhidden, che partecipa alle sfilate del calendario ufficiale della London Fashion Week e punta su capi adattivi e sostenibili.
Nel febbraio 2025 anche Primark ha lanciato una linea di abbigliamento adaptive a prezzi accessibili.
E in Italia?
Da noi siamo ancora indietro, tuttavia alcuni marchi si stanno facendo notare:
Iulia Barton, che propone collezioni genderless, senza oni e molto sostenibili
Lyddawear, D – Different e Takaturna sono altri esempi italiani di realtà emergenti
C’è molto spazio per crescere, e infatti stanno nascendo, da scuole di design o da istituti di moda, diversi brand "giovani" che nei capi delle loro collezioni affrontano il tema della disabilità e della diversità.

*Giornalista e consulente in strategie di comunicazione, autrice del libro “Il mio Abito ha i Superpoteri, Moda e Bellezza adattiva, quando l’inclusione passa da guardaroba e make up” (Amazon)



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