Numero 10 del 2025
Titolo: ATTUALITÀ- Il dibattitto sul fine vita
Autore: Marco Cappato
Articolo:
Rispettare e riconoscere la dignità delle persone nelle fasi più difficili
Il dibattito sul fine vita in Italia si trova oggi a un bivio cruciale. A vent'anni dal caso Welby e a otto dal primo sollecito della Corte costituzionale, il disegno di legge in discussione in Parlamento rischia di cancellare diritti già acquisiti grazie alle disobbedienze civili e alle sentenze della stessa Consulta.
Il testo attuale infatti non mira a regolamentare il fine vita, ma rappresenta un pericoloso passo indietro. Si vogliono modificare infatti i parametri stabiliti dalla Corte costituzionale, restringendo così l'accesso al suicidio medicalmente assistito solo alle persone collegate a macchinari ("dipendenti da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali") ed escludendo chi dipende dall'assistenza di terzi, come famigliari e caregiver (previsti invece dalla Consulta). Il risultato è che la quasi totalità delle persone che chiede di poter esercitare questo diritto verrebbe esclusa in partenza.
Le criticità non finiscono qui. Il testo prevede tempistiche tali da negare di fatto l'aiuto alla morte volontaria di malati terminali o con patologie neurodegenerative che si troverebbero ad attendere fino a sei mesi per avere una risposta. Viene inoltre totalmente cancellato il ruolo del servizio sanitario nazionale, sostituendo il parere consultivo dei Comitati etici territoriali e la valutazione dei medici della Asl con la decisione di un Comitato nazionale di nomina governativa che non avrà la possibilità di stabilire un rapporto personale con i malati: la persona che riceve il parere positivo dal Comitato dovrebbe a quel punto rivolgersi ai privati, in Italia o in Svizzera.
Particolarmente controversa è anche l'obbligatorietà delle cure palliative come condizione di accesso. Le cure palliative sono già un diritto da quindici anni e lo Stato ha il dovere di proporle al malato terminale. Inserire quest'obbligo nel percorso di fine vita significa trasformare le cure palliative in un trattamento sanitario obbligatorio, snaturandone la principale funzione.
Guardando oltre i confini nazionali, il panorama europeo offre esempi significativi sia nel merito che nelle modalità del dibattito su un tema come il fine vita. Belgio, Olanda, Lussemburgo e Spagna hanno scelto la legalizzazione piena dell'eutanasia, con esperienze pluridecennali che potrebbero fornire spunti fondamentali per il nostro Paese. Ma non è solo questione di contenuti normativi: è il metodo del dibattito che fa la differenza. In Francia e Regno Unito il confronto si è svolto al di fuori delle logiche di partito. Nel Regno Unito la proposta è passata nonostante il voto contrario di due ministri. In Francia il testo parlamentare è stato preceduto da mesi di lavoro di un'assemblea di cittadini estratti a sorte.
In Italia, al contrario, il Governo ha presentato un testo frutto di un'intesa tra i partiti di maggioranza, senza consultazione pubblica degna di questo nome, se non qualche confronto informale con la Cei. Una differenza che la dice lunga sulla qualità del nostro dibattito democratico.
È sul fronte territoriale che invece qualcosa si muove nel verso giusto. Attualmente siamo una situazione a macchia di leopardo per quel che riguarda l'applicazione del diritto ad accedere al cosiddetto "suicidio assistito": ci sono Regioni che erogano servizi e verifiche nei tempi adeguati, altre no. La sentenza della Corte costituzionale è applicata ovunque ma in modo difforme. La Toscana è stata la prima ad approvare la legge regionale di iniziativa popolare "Liberi Subito", proposta dall'Associazione Luca Coscioni a tutte le Regioni per dare certezza di tempi e modalità nell'attuazione dell'aiuto al suicidio. Le leggi regionali non modificano le regole nazionali su chi ha diritto a essere aiutato, ma danno certezze ai malati e regole uniformi ai medici su come attuarle.
La mancata applicazione corretta delle pronunce della Consulta costringe i malati a ulteriori sofferenze e discriminazioni, obbligandoli ad andare all'estero per veder rispettata la propria scelta e a dilatare il tempo di attesa nella sofferenza, prigionieri di un corpo che non risponde più. Come Martina Oppelli che dopo due anni di battaglie legali è stata costretta ad andare all'estero per poter vedere riconosciuto un diritto che in Italia le è stato negato per ben 3 volte. Come "Fabrizio", 79enne ligure, che dopo un diniego alla sua richiesta di morte volontaria assistita dichiara di essere determinato ad andare in Svizzera per porre fine alle sue sofferenze.
Oltre alle leggi regionali, come Associazione Luca Coscioni abbiamo proposto al Parlamento la legge di iniziativa popolare "Eutanasia legale", sottoscritta da oltre 50.000 persone, per rafforzare i diritti esistenti e consentire l'aiuto alla morte volontaria anche per mano medica e per pazienti non dipendenti da trattamenti sanitari. Parallelamente, continuiamo con l'aiuto fornito tramite il "Numero Bianco" (06 9931 3409) che grazie a volontari formati punta a fare luce su tutti i diritti in tema di fine vita: cure palliative, interruzione delle terapie, DAT, amministrazione di sostegno, pianificazione condivisa delle cure e scelte di fine vita.
La battaglia per il diritto al fine vita non è solo questione giuridica o sanitaria: è questione di civiltà. Significa riconoscere la dignità delle persone nelle fasi più difficili, rispettare la loro autonomia e garantire che lo Stato sia al loro fianco invece di moltiplicare ostacoli burocratici.