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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Voce Nostra

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Numero 5 del 2026

Titolo: Alpinisti Ciabattoni

Autore: Achille Giovanni Cagna


Articolo:
Aure fresche, e mal di denti (35a parte)
Il Cecco, vecchietto burbero tagliato via da un quadretto Goldoniano, si cuoce da sessant'anni in lesso ed arrosto nella sua cucina fiamminga, ravvolto nel suo ampio grembialone da sguattero; squarta, frigge, rimesta pentoloni, non bada ad alcuno, non parla, non risponde; interrogato, sghiscia in mezzo alle sue padelle, e non si lascia più vedere. Il buon vecchio ci tiene alla rinomanza del suo esercizio; più sollecito della riputazione che del guadagno, si è assunto in buona fede di rimpinzire la gente a buon mercato, e mandare innocentemente in malora gli osti ed i trattori del dintorno.
«Buona la minestra! magnifica la costoletta!» sciamò Gaudenzio sgocciolando l'ultimo fondo della bottiglia.
Ma la povera Martina non aveva assaggiato grazia; quel maledetto dente le dava trafitture atroci. Gaudenzio avrebbe fatto volontieri una passeggiatina; ma con quella pioggerella non c'era modo di metter fuori la punta del naso.
E Martina sempre lì, col tovagliolo sulla guancia. La tavoleggiante che sparecchiava, messa al fatto del tormento della signora, sentenziò che la migliore era di farsi strappare il dente guasto. Appunto era di passaggio un cavadenti che il giorno innanzi aveva fatto affaroni sulla piazza; alloggiava poco lungi, nella locanda del Cannon d'Oro; in un attimo, e con un paio di lire, si andava fuori da quel malanno.
Gaudenzio un po' per sollievo della moglie, ed un po' anche per desiderio di levarsi la molestia, votava per la strappata del dente, e già aveva chiesto alla moglie: «Ehm de andà? l'è un minut».
Era facile il consiglio, ma affrontare la tanaglia è ben altra cosa, e Martina non ne volle sapere. Salirono invece su nel loro bugigattolo. Martina si buttò sul letto, e Gaudenzio, ravvolgendosi nel solito copripiedi, si incantonò sul sofà, borbottando con un po' di allegrezza: «Doman andem a Intra, e la sera sem a casa!». E blandito da questo dolce pensiero, si addormentò con l'animo in festa.
Si svegliarono dopo le tre. Non pioveva più, e Martina pareva alquanto sollevata dal suo tormento. Uscirono. La strada era tutta un pantano; attraversarono il paese ed andarono sul ponte della Negoglia a guardare il lago. Non era bello; le acque, agitate dalla risacca, sobbollivano a creste a spruzzaglie in uno squasso disordinato; le onde sbattute correvano a squagliarsi in ciacche e spumeggiature sulla ripa. Le montagne circostanti livide, turchinicce, barbigiate di nuvolaglia bianca; il cielo sporco di rifrazioni e colori di tempesta, schiaffati giù a pennellate da scenografo; batuffoli di nuvoloni gravidi di pioggia si rincorrevano soffiati dal vento.
La spianata tutta fanghiglia e guazzi, rispecchiava il cielo e le case, come una veduta di Canal Grande; le barche dell'approdo, nere, viscide e piene d'acqua, ballonzolavano scompigliate. Ricominciava a soffiare una sizzolina che gelava il fiato, ed i Gibella ripararono nel caffè sotto il portico.
I villeggianti erano tutti lì a sbadigliare la crepaggine che li ammazzava. Gaudenzio entrando nei caffè passò proprio sui piedi dell'elegante Rulloni, che era seduto presso la porta, in compagnia dell'ormai suo inseparabile Giuseppino.
Gaudenzio, da persona bennata, tentò ancora una volta di salutare il suo compagno di viaggio, ma decisamente il signor Rulloni non voleva saperne di lui, ed il droghiere questa volta perdette la staffa e ringhiò passando: «Eh va in malora, lavativ d'un lavativ!».
Gli sposini Segezzi che erano lì addossati presso un tavolino, furono assai più gentili, e come videro i Gibella, fecero un sorrisetto di riconoscimento. Gaudenzio ordinò due caffè, intanto prese informazioni sul modo più spiccio per portarsi a Intra l'indomani. Bisognava adattarsi a noleggiare una vettura, perché l'orario della diligenza era molto incomodo. Stettero là rannicchiati per oltre un'ora, rovistando i giornali, noiati a morte, poi uscirono per vedere la partenza del battello.
Gli sposini Segezzi venivano giulivi a braccetto verso il ponte, salutarono ancora una volta i Gibella, si imbarcarono, e sparirono subito giù per la scaletta dell'interno.
Che bella cosa, pensava Gaudenzio, che bella cosa potersi ritirare là sotto, andar dritto fino a Gozzano, e di là a Sanazzaro subito per ferrovia! Ah, decisamente i viaggi sono inventati per far sembrare più buona la tranquillità della nostra casa!
Erano quasi le sei: l'ora del pranzo. Gaudenzio aveva buone disposizioni di appetito; Martina tutt'altro; il suo dente ricominciava a tribolarla. S'incamminarono all'albergo schivando i guazzetti, e stringendosi nei panni contro il vento che gli soffiava sulla faccia.
(continua)



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