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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Kaleîdos

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Numero 5 del 2026

Titolo: Tu non puoi, se io non voglio

Autore: Lucia Valerio


Articolo:
(da «Grazia» n. 5-2026)
Non vogliamo più sentire quelle domande che umiliano le donne abusate. Dalla nuova legge sulla violenza sessuale è sparita una parola chiave: «consenso». Quella che distingue un rapporto dallo stupro. Al suo posto è stata scelta una formula ambigua. E le vittime potrebbero tornare a essere interrogate come fossero colpevoli
Ci avevano promesso che nella nuova legge sulla violenza sarebbe stata messa al centro l'espressione «consenso libero, consapevole, inequivocabile e revocabile». Significa che perché non sia stupro, l'accusato deve dimostrare che il partner abbia detto «sì» al rapporto. Invece quelle parole, che erano state concordate da politiche di maggioranza e opposizione, sono state sostituite dall'espressione «atto contro la volontà della persona». E cambia tutto. In futuro una donna, al processo, dovrà dimostrare di aver detto «no». L'attenzione si sposta dall'imputato al comportamento della vittima, su quanto e come abbia manifestato il proprio dissenso.
Certo, le pene sono state inasprite e la legge potrebbe cambiare ancora. Ma le domande ai processi rischiano di essere le stesse del passato: un trauma per la donna. «Perché non ha denunciato subito?». «Perché non ha urlato?». «Perché non lo ha morso?». «Il reggiseno lo aveva?». «Come ha fatto a toglierle gli slip?». «Perché non è scappata?». Interrogatori che non vorremmo sentire mai più, perché fanno sentire colpevole la vittima e scoraggiano chi vuole denunciare. Cambiatela come volete, questa legge. Ma chiediamo che nessuna donna abusata debba più dimostrare di essere innocente.
Lucia Valerio



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