Numero 5 del 2026
Titolo: L'avvocata delle donne
Autore: Ilaria Solari
Articolo:
(da «Donna moderna» n. 11-2026)
Così viene ricordata Tina Lagostena Bassi. Difese Donatella Colasanti, sopravvissuta al massacro del Circeo. Sdoganò in aula il termine «stupro». Lavorò alla legge che riconosce la violenza sessuale come reato contro la persona. Le sue conquiste rivivono oggi nella serie «Illuminate» con Cristiana Capotondi
«Una donna è una persona che ha quasi gli stessi diritti dell'uomo e ha scelto di fare le medesime cose che fanno i maschi, ma con un'ottica femminile». Se c'è un modo per ridare eco alla potente testimonianza di Tina Lagostena Bassi - femminista e avvocata storica delle donne scomparsa nel 2008 a 82 anni - parte sicuramente da qui: dalla consapevolezza che l'uguaglianza consiste nel prendersi ciò che ci è stato a lungo negato senza snaturare la nostra voce.
A rimettere in circolo la sua eredità è «Illuminate», su Rai 3 da domenica 8 marzo: la settima stagione della docuserie prodotta da Gloria Giorgianni per Anele, in collaborazione con Rai Cultura, dedica a Lagostena Bassi un episodio interpretato da Cristiana Capotondi, accanto ai ritratti di altre donne esemplari: Eleonora Giorgi (con Ornella Muti), Lea Pericoli (con Sveva Alviti) e Rosita Missoni (con Greta Ferro). Capotondi, che dà corpo e sguardo all'avvocata interrogandone le ragioni, ci guida, sulla scorta delle memorie di chi ne condivise la vita e la lotta, lungo l'adolescenza in Svizzera, in fuga dalle leggi razziali e dalla guerra, presto interrotta dal matrimonio: un'unione fatta di rispetto e complicità che le consente, giovanissima madre di due bambini, di continuare a studiare, negli anni genovesi dell'amicizia con Paolo Villaggio e Fabrizio De André. Lagostena Bassi diventa avvocata negli anni 60, ma è quando comincia a occuparsi in modo sistematico di violenza e di diritti delle donne che la sua attività assume un profilo pubblico nazionale. Un contesto storico rievocato con precisione da Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Corte di Cassazione: «Fino al 1963 le donne non avevano accesso alla magistratura». La voce stentorea di Tina rompe un silenzio femminile millenario. «Dopo di lei cambiarono le aule di giustizia, ma anche il modo di difendere e di scrivere le sentenze».
In quel mondo visceralmente maschile, Lagostena Bassi diventa una presenza perturbante. «Una donna in toga che sceglie di difendere altre donne era per i tempi una provocazione» ricorda lei stessa in una registrazione d'archivio. «Ogni volta che entravo in aula sapevo che il processo sarebbe stato doppio. Uno alla vittima e l'altro a me». Sono due in particolare, tra i tanti casi che la vedono in prima linea, a diventare spartiacque di un'epoca: il processo per il massacro del Circeo, nel 1975, e, nel 1979, il dibattimento immortalato da «Processo per stupro», documentario che mostrò in tv la disturbante verità di un processo per violenza. È Anna Finocchiaro, ex magistrata, già parlamentare, ministra per le Pari Opportunità e compagna di tante battaglie, a ricostruire la scarna cronaca del caso del Circeo: «Quattro giovani di buona famiglia appartenenti ad ambienti neofascisti attrassero con l'inganno due ragazze di borgata in una villa al Circeo, lì le stuprarono e le torturarono per due giorni. Una sola, Donatella Colasanti, sopravvisse». A difenderla, nel processo d'appello a Roma, è Lagostena Bassi. «La vittima e la sua avvocata erano le uniche donne in aula, fuori premevano i collettivi femministi» ricorda Di Nicola Travaglini. In quella penalizzante asimmetria, Lagostena Bassi non si limita a difendere la vittima: trasforma il processo in un confronto sul modo stesso in cui la giustizia e la società guardano, e giudicano, le donne. Quattro anni dopo «Processo per stupro» amplifica quella consapevolezza. È Loredana Rotondo, autrice e regista, a ripercorrere le circostanze del processo che la tv porta per la prima volta nelle case degli italiani: milioni di spettatori sperimentano la durezza dei toni, le domande insinuanti, le strategie - che ora chiamiamo vittimizzazione secondaria - che convertivano (e tuttora convertono) la vittima di una violenza in imputata. «Io non sono il difensore di questa donna» rivendicava indignata Lagostena Bassi. «Sono l'accusatrice di un certo modo di condurre i processi per violenza».
La sua è «rivoluzione culturale prima che giuridica» dichiara ancora la giudice Di Nicola Travaglini, che attraversa la società e il linguaggio, senza sconti. È l'avvocato e sodale Anton Giulio Lana a richiamare un aneddoto: «Dopo un'udienza in cui il presidente si ostinava a chiamare «avvocati» i colleghi maschi e Tina «signora», lei si ripresentò in aula con un gomitolo e si mise provocatoriamente a sferruzzare», restituendo al mittente il sottotesto di quei termini. A chi la definisce «avvocato» risponde seccamente: «Sono una donna, mi chiami avvocata». Un altro collega, Mario Melillo, ricorda quanto tenesse a quella desinenza femminile. «Non è un vezzo» chiariva. «È la prima forma di difesa, non per me, per tutte». Con lo stesso rigore, sdogana il termine «stupro»: nominare con precisione quel tipo di violenza significa sottrarla, spiegava, alla sfera della sessualità, del desiderio, per riportarla alla sua vera natura di sopraffazione e abuso. Non è un caso che parte dell'episodio sia ambientata nei corridoi della Casa Internazionale delle Donne di Roma, laboratorio politico, culturale e sociale fortemente voluto da Lagostena Bassi che, accanto alla battaglia in tribunale, lavora per creare presìdi stabili di ascolto e tutela, come la grande rete di sostegno e intervento del Telefono Rosa.
È così che la missione dell'avvocata assume una dimensione politica, contribuendo a una conquista di civiltà giuridica a lungo invocata dai movimenti femministi: lo spostamento del crimine di violenza sessuale dal campo dei delitti contro la morale a quello dei reati contro la persona. «Consultammo le colleghe deputate dei diversi schieramenti» ricorda Anna Finocchiaro, tra le protagoniste di quel lavoro trasversale, «per sondarne la disponibilità a lavorare in segreto, senza informare né i gruppi parlamentari né i partiti di appartenenza. Ci riunivamo la sera, alla fine dei lavori. Quando riuscimmo a confezionare il testo, lo proponemmo ai capigruppo, che restarono francamente sconcertati. Facemmo un passo indietro e li obbligammo a firmare per primi, perché si assumessero la responsabilità politica di portarlo in fondo. La discussione non fu una passeggiata: avvertivamo l'ostilità di quelle aule, composte in prevalenza da uomini». La legge, alla fine, arriva nel 1996. Il resto è storia. Oggi contempliamo la traiettoria di conquiste di Tina Lagostena Bassi da una prospettiva tutt'altro che pacificata. Lei stessa, presagendo con lungimiranza il rischio costante di perdere terreno, ammoniva la nipote Beba: «Non abbassarti mai, neanche per allacciarti le scarpe». «Oggi ne avrebbe di battaglie da combattere, come penalista e come militante delle ragioni delle donne» ammette Finocchiaro. «Sarebbe in prima fila tutti i giorni».
Ilaria Solari