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Kaleîdos

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Numero 5 del 2026

Titolo: Papà, non fare il peluche

Autore: Benedetta Sangirardi


Articolo:
(da «F» n. 9-2026)
Non dà regole, tratta i figli come amici, asseconda ogni loro desiderio. È troppo spesso l'identikit del padre moderno secondo il pedagogista Daniele Novara, che qui spiega come si può (e si deve) invertire la rotta. Per il bene di tutta la famiglia
«E il tuo babbo dov'è?». «Lì, tra il pinguino e Winnie The Pooh». Nasce da una vignetta che mostra due bambini tra i giocattoli, pubblicata dopo una conferenza del pedagogista Daniele Novara, l'intuizione del «papà peluche», una figura affettiva e complice, ma anche pallida e fragile. Novara la analizza nel suo ultimo libro, dove spiega anche come svoltare.
D. Il papà peluche è lontano anni luce dal padre padrone. Ma come si è arrivati a questa deriva?
R. Il colpo di grazia avviene con l'avvento del narcisismo. Finita la rivolta contro le autorità che da sempre avevano segnato la vita sociale delle persone e dei gruppi, la prima figura che scompare dall'orizzonte sociale è quella del padre, perché non c'è più bisogno di limiti, delle regole. I figli prendono il comando, bambini e bambine diventano preziosissimi esseri da proteggere.
D. Lei parla di un paradosso: il mammo che è diventato il papà peluche.
R. La paura del padre dispotico e autoritario, negli anni, ha portato a situazioni quasi comiche come il mammo, il papà amico e, da ultimo, il papà peluche. Padri che vogliono stare in intimità con i figli, che non stabiliscono la giusta distanza educativa e che, di conseguenza, perdono il proprio status, travestendosi da compagno, confidente, addirittura psicologo, per diventare, alla fine, una parodia.
D. Un «pupazzo» che non sa dove collocarsi?
R. Il termine non ha alcun valore tecnico o scientifico, è solo una metafora di un padre che, come un peluche, è lì a disposizione. È servizievole, versa l'acqua a tavola al bambino di 8 anni: l'idea è di rendersi utile, ma lo fa a discapito dell'autonomia di chi deve crescere. Cerca l'intimità con i figli: che sia nel lettone, in bagno, sul divano abbracciati a guardare la tv, gli piace sentire l'intimità anche fuori tempo massimo, ossia con bambini sopra i cinque anni. È disponibile per qualsiasi cosa - compiti, sport, accudimento - in un'iperpresenza che chiede anche il coinvolgimento, l'amicizia. Il papà peluche, invece di stabilire regole chiare, preferisce spiegare, spiegare, spiegare con scarsi risultati. Ma è anche il padre che vuole a tutti i costi mettersi alla pari. Un esempio è il papà che gioca alla Playstation e mostra la stessa voglia di vincere di un cinquenne.
D. Questo spiega anche la competizione affettiva con la madre.
R. L'aspetto più pericoloso. C'è una specie di tiro alla fune interno alla famiglia volto ad attirare il figlio o la figlia nel proprio campo piuttosto che nell'altro. Ma per educare un figlio non serve la competizione, serve che ognuno abbia il suo ruolo e lo eserciti con autorevolezza.
D. Però è vero anche che le madri oggi hanno un ruolo preponderante nella crescita dei figli...
R. Certo, perché si sono ritrovate padri indecisi. Dirò una cosa forte, ma con molta determinazione: la crisi dei genitori sta nella fragilità del padre, che non è riuscito a riconvertirsi in senso educativo ed è finito, il più delle volte, a scimmiottare semplicemente la madre. È indicativa la frase di Matteo, 5 anni, rivolta al papà: «Se non ti sbrighi a farmi giocare, quando arriva la mamma glielo dico!». La madre oggi ha il comando della nave, ma gestire da sola il timone è faticoso, non è sano né utile.
D. Lei propone la figura del padre educativo, di cui i figli hanno un gran bisogno: chi è e come si comporta?
R. Il suo compito è spingere i figli verso l'autonomia, sostenere la loro voglia di libertà, e affrancarli dagli eccessi di accudimento e apprensione tipici dei pur necessari codici materni. Quando sono neonati, bene il sostegno alla madre nel cambiare il pannolino e fare il bagnetto, poi fare il «vola vola» e portarlo sulle spalle a 4-5 anni per creare un rapporto di fiducia, offrire regole, strutturare il senso del limite, iniziando a creare negli anni successivi il primo distacco. Fino ad arrivare alla preadolescenza e adolescenza, quando il suo ruolo diventa determinante.
D. Perché?
R. Perché l'attaccamento materno è finito, i ragazzi cercano l'indipendenza, e il padre aiuta i figli a uscire dalla situazione assolutistica del materno, compiendo alcuni rituali che rendano il figlio autonomo e sicuro: la paghetta, le chiavi di casa, gesto simbolico che responsabilizza i ragazzi, il telefono cellulare. Nell'età più complessa, serve un padre concreto, pragmatico, che attui un'educazione attraverso una giusta distanza, lo rassicuri nelle prime uscite, viaggi e notti fuori di casa, indichi la strada ma non la percorra insieme ai figli.
D. Il gioco di squadra in famiglia è sempre la ricetta vincente?
R. Assolutamente. In un gioco di squadra che funzioni, paterno e materno dialogano senza sovrapposizioni e, età per età, giocano la loro partita insieme.
Benedetta Sangirardi



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