Numero 5 del 2026
Titolo: La Zanzara - Storia di uno scandalo
Autore: Ilaria Solari
Articolo:
(da «Donna moderna» n. 11-2026)
1966: il giornale del liceo Parini di Milano pubblica l'articolo «Che cosa pensano le ragazze d'oggi?». Le risposte su amore, sesso, matrimonio, figli fanno scalpore (al punto da finire in tribunale). In questi 60 anni sono cambiate?
«I fatti grandi della vita, mentre accadono, sono fatti piccoli» dichiarava la siciliana Franca Viola, intervistata molto tempo dopo quel 1966 in cui, rapita e stuprata da un ex pretendente a 17 anni, aveva rifiutato il matrimonio riparatore. Un precedente titanico in un'Italia in cui vigeva il delitto d'onore, il divorzio non era ancora legge, l'aborto era illegale e la violenza sessuale figurava tra i reati contro la morale pubblica. Nello stesso anno, a latitudini diverse, un episodio apparentemente innocuo era destinato a far inciampare 3 coetanei nella stessa fattispecie di reato. La Zanzara, periodico studentesco del liceo Parini di Milano, pubblicava l'inchiesta «Che cosa pensano le ragazze d'oggi?», frutto di un confronto tra 9 studentesse su amore, contraccezione, educazione sessuale, matrimonio, lavoro, religione. Alla vigilia del 68, per la prima volta un gruppo di ragazze prendeva la parola sul proprio corpo e sul proprio futuro, sottraendoli al controllo della morale. Tanto bastò per trasformare un confronto scolastico in caso nazionale: gli studenti responsabili dell'articolo - due ragazzi e una ragazza - subirono denunce per oscenità, convocazioni in procura, perquisizioni, un processo seguito anche dalla stampa internazionale.
È ciò su cui torna Gianmichele Laino nel libro «Che cosa pensano le ragazze di oggi?» (Ponte alle Grazie), che, a 60 anni dal caso, lo rilegge per interrogare il presente. «Non è solo un episodio di cronaca: fotografa il momento in cui una società mostra quanto sia pronta a reggere una parola femminile pubblica». Giornalista e insegnante, Laino gira la stessa domanda a una redazione studentesca di oggi, quella di «Il Cavò» del liceo Cavour di Roma, affidandole anche un podcast con due dei protagonisti di allora, Marco De Poli e Marco Sassano, e altri esperti. Ne esce un'istantanea che somiglia a un inventario di rivendicazioni mancate: l'educazione sessuo-affettiva ancora latitante dalle scuole; l'assenza di dibattito sul consenso; la persistenza di un doppio standard reputazionale; la frattura tra aspirazioni e costi reali in lavoro, carriera, maternità. Oggi i diritti sono forse più codificati, ma la libertà resta un privilegio negoziabile, come aveva intuito Claudia Beltramo Ceppi, l'unica ragazza del trio della Zanzara, che pagò il prezzo più alto, in termini di carriera scolastica e reputazione. C'è insomma sempre una buona ragione per chiedersi «che cosa pensano le ragazze»: registrarne paura e desideri resta il miglior termometro per misurare la salute di una società, la sua capacità di tenere insieme libertà, equità e diritti.
«La Zanzara ha ancora bisogno di volare» sostiene Laino. «È una vicenda che ha un caleidoscopio di significati, in cui si possono identificare migliaia di ragazzi, in tutta Italia». Se è così, vale allora la pena di riportare quel ronzio dove per la prima volta si è trasformato in scandalo: al Parini di Milano. Agata, Cecilia e Virginia hanno più o meno l'età dei «colleghi» del 66: affiatate, colte, un mix di grazia e garbo che è tutto fuorché docilità. Del caso della Zanzara, che scosse il loro liceo e il mondo, non hanno contezza, ma le loro riflessioni restituiscono il medesimo nodo di asimmetrie e urgenze. Se nel 66 prendere la parola su temi così sensibili era un'offesa alla morale pubblica, oggi più spesso alimenta sanzioni reputazionali. «Ad amplificare il giudizio ci sono i social» riflette Agata. «Basta un post perché si crei subito il coro di critiche. Quando vedo ragazze parlare liberamente di educazione sessuale o di relazioni, nei commenti non mancano mai giudizi maschili, spesso offensivi. Che nel 2026 arrivino anche dai nostri coetanei è sconcertante». «Ne abbiamo parlato in classe con una professoressa» aggiunge Cecilia. «In molti ambiti, per i maschi certe esperienze sono ancora viste come vanti, mentre chi di noi ha avuto più relazioni è spesso criticata. Sono indizi di una mentalità che non è sparita». Virginia conferma: «Viviamo in una società in cui se una ragazza parla in modo esplicito di sesso, esplorazioni, contraccettivi, viene ancora mal vista». «È da apprezzare che oggi si discuta di più di questi temi, anche a scuola» prende atto Agata. «Resta però sottotraccia l'idea che parlare di sessualità, relazioni e responsabilità - quindi di rispetto e consenso - sia più una cosa da ragazze».
Resta al palo anche l'educazione sessuo-affettiva a scuola, già rivendicata dalle ragazze del 66, e il tema ora imprescindibile del consenso, nei giorni in cui il Parlamento sposta invece l'asse sulla «volontà contraria». È Agata a coglierne l'urgenza: «Forse perché un «no» viene compreso più facilmente non è ancora spontaneo chiedere, ma senza un «sì» esplicito perdiamo di vista le emozioni di chi abbiamo davanti». E a chi nostalgicamente obietta che formalizzare un consenso rischia di spegnere il gioco della seduzione, Cecilia risponde: «Credo invece che chi aspetta il tuo «sì» renda tutto più romantico: dimostra di vederti davvero, di avere un'intelligenza emotiva». Un altro nodo della prima inchiesta era la famiglia, cornice in cui la fiducia può favorire il processo di emancipazione e la protezione diventare limite. Virginia lo ammette: «Per me è un punto di riferimento: ho una mamma aperta che mi ha ascoltato e sostenuto senza giudicare, anche nell'incertezza delle prime volte». E mentre Cecilia confessa che, «pur avendo genitori aperti», si confida più facilmente con la sorella, Virginia tocca un punto delicato: «Inconsapevolmente, i miei trattano in modo diverso me e mio fratello, perché la società ritiene le ragazze più esposte, vulnerabili, ma la loro ansia mi trasmette il messaggio che in realtà non si fidino di me».
Se il matrimonio, tema sensibile per le coetanee del 66, è ora una delle scelte possibili, la maternità è ancora un presagio critico. Virginia va al punto: «Per una donna che tiene alla carriera, avere figli è tuttora un ostacolo che un uomo non vive allo stesso modo». Agata aggiunge: «Ai colloqui c'è ancora chi chiede impunemente alle ragazze: «Hai in mente di avere un bambino?». Non credo che i nostri coetanei mettano in conto questo genere di inciampi». È un orizzonte lontano, ma tutte si augurano per allora «di essere abbastanza informate e salde da reagire a discriminazioni e soprusi, anche se capitano ad altre».
È in questa complicità senza enfasi, anticorpo ormai inscalfibile, che risuona una delle conquiste più evidenti, insieme a una visione genealogica della battaglia per la parità, di cui sono grate. Se adesso è più facile nominare amore, desiderio, consenso, è perché qualcuno prima di loro ha accettato di pagare un prezzo. «Allora voleva dire aprire uno squarcio nel pensiero comune» riconosce Cecilia. «Oggi, per fortuna, è una conversazione possibile». È Agata a chiudere il cerchio: «La capacità di capirci e sostenerci è un'altra eredità cruciale. Una forza che può generare grandi cose, come la speranza che le nostre figlie sapranno affermarsi senza paura». «Ora è il momento di far diventare solidarietà e consapevolezza un sentimento condiviso» rilancia Virginia. «Contagiare i coetanei, i genitori, la società adulta e la politica».
Ilaria Solari