Numero 3 del 2026
Titolo: ATTUALITÀ- Gli occhi coi quali guardiamo il mondo
Autore: Maria Grazia Calandrone
Articolo:
21 marzo Giornata Mondiale della poesia
Il fatto che mia madre sia diventata cieca quando ero poco più che ventenne ha creato un dissesto profondo nella nostra famiglia. Sulle prime, essendo l'unica figlia, mi sono occupata di lei integralmente. Ma interessa raccontare il suo percorso di emancipazione, tanto efficace che, dopo qualche mese di allenamento, decise di andare a vivere da sola. Faceva tutto, nella sua nuova casa, dalla cucina alle pulizie, incluse quelle della gabbia dei canarini, che con lei ebbero vita più lunga del prevedibile. Per uscire, oltre che di me, si avvaleva dei volontari dell'Unione Ciechi. Uno, in particolare, di nome Enrico, col quale strinse una vera amicizia e del quale prese a frequentare la famiglia.
Essendo stata una professoressa di Lettere e appassionata amante della letteratura, le furono di grande aiuto gli audiolibri, registrati per gli iscritti dell'Unione e, negli anni Ottanta, ancora oggetti di avanguardia, e la radio, in particolare Radio 3 Rai. Interveniva spesso nei programmi di cultura e politica che aprivano i microfoni agli ascoltatori. In particolare, ricordo un suo intervento a proposito del cambio del nome del Partito Comunista Italiano, appunto da PCI a PDS, Partito Democratico della Sinistra, definizione di impatto certamente minore. Era il 1989 e ben presto il partito si sarebbe attestato su posizioni socialdemocratiche, che non soddisfacevano i solidi appartenenti come lei, moglie di un ex deputato PCI e fervida sostenitrice di ideali di democrazia e uguaglianza.
Fatta questa premessa, la poesia! La poesia era, per mia madre, fonte di gioia e commozione. Era la zona franca nella quale poteva permettersi di intenerire. Idealista, integralista, logica e politicamente impegnata, nella poesia poteva permettersi di provare ed esprimere l'intera scala dei suoi sentimenti. La poesia era dunque, letteralmente, per lei, il canale emotivo. E allora io che, fino a prima che diventasse cieca dipingevo, cercai nella poesia la zona di comunicazione con quella donna complessa e razionale. In sintesi, le restituii il dono che mi aveva fatto nell'infanzia, quando mi faceva copiare a mano i versi dei grandi autori (Pascoli, Neruda, Pasolini) e così, col quadernetto misto di disegni e parole, mi preparava da privatista alla seconda elementare, facendomi saltare la trafila dell'istruzione pubblica dei rudimenti che si svolge all'ingresso nella scuola.
E questo è il più grande regalo che le devo: la poesia che, ovviamente, non è esclusivamente espressione sentimentale, ma possibilità di accedere a una zona interiore profonda e, soprattutto, comune a tutti gli esseri umani, di ogni luogo e tempo. Attraverso la poesia chiunque, al di là di dove e quando viva e in quale condizione, si collega al resto dell'umano. Pensiamo agli internati nei campi di concentramento che, precisamente allo scopo di rimanere umani e non lasciarsi contaminare dall'orrore (la strategia nazista era anche, e forse soprattutto, quella di ridurre gli esseri umani a mera materia affamata e terrorizzata, tentando di cancellarne ogni caratteristica emotiva e personale), ripetevano Dante a voce alta.
La poesia a voce alta, che è quanto è dato a chi non vede più con gli occhi, è una profonda, continua rivoluzione, perché elimina il sentimento della solitudine, paradossalmente anche quando lo descrive, per il semplice fatto che, se un altro lo ha provato e descritto, quella solitudine è almeno comune. La poesia contiene dunque il sentimento della comunità e, per ciò, è tanto più necessaria per chi quella comunità non la vede con gli occhi, ma ne percepisce l'emanazione, e tanto più necessaria in un momento sociale nel quale la paura viene insinuata dalla politica nelle vite di tutti.
La paura porta alla violenza. La poesia porta alla comunione. La paura porta a respingere l'estraneo. La poesia porta ad accogliere l'estraneo, con curiosità e amore. La poesia è l'esatto contrario della paura e delle sue devastanti conseguenze sociali, è la coscienza profonda di appartenere tutti allo stesso corpo, che si sposta sul pianeta disseminato in entità distinte, tutte ugualmente umane. Poesia, dunque, come antiveleno alla paura e all'odio che ne consegue. Poesia come antiveleno alla violenza.
Poesia come posizione forte davanti al mondo, perché la vera debolezza è chiudersi, scacciare, allontanare, mentre chi sente come sentono i poeti ha la forza e il coraggio di tenere aperte le porte, di sapere che gli occhi coi quali guardiamo il mondo sono gli stessi coi quali il mondo ci guarda. Che lo vediamo o no.