Numero 6 del 2026
Titolo: Alpinisti Ciabattoni
Autore: Achille Giovanni Cagna
Articolo:
Aure fresche, e mal di denti (36a parte)
Le vecchie case di Omegna gocciolavano di umidore; i negozi, non ancora illuminati, parevano bocche di spelonche cieche. I salami ed i prosciutti esposti sulla bottega del pizzicagnolo, col taglio fresco della carne, gemevano un'atroce stonatura di roseo sanguinante nell'aria bigia e fredda.
Gaudenzio ebbe un brivido di pietà passando vicino a quel carname lacerato, e, per successione di idee, rammentò di aver veduto qualche cosa di simile in un quadro raffigurante il martirio di un povero santo, cui avevano tagliato di netto le gambe, e stava là, poveretto! rassegnato, coi monconi rotondi delle cosce grondanti di sangue e di lacerti.
Brrr... che orrore!
Nell'albergo una ressa di avventori che si rubavano i posti, gente sopra e sotto, in tutte le sale e in tutti i bugigattoli. Un tepore nutritivo, saturo di fritto e di padella unta, circolava in tutti gli ambienti; le tavole strette e lunghe con le tovaglie chiazzate di macchie policrome, erano ingombre di piatti, di bottiglie, di alzate con frutta e dolci, e di cataste di tondi smessi, rabescati di leccature e di sughi.
Abbasso, nelle sale buie del pianterreno, si pigiava la clientela più alla mano, poco pretensiosa, e lì bisognava adattarsi nelle tavole strette gomito a gomito con due sconosciuti ai fianchi, ed un altro più sconosciuto in faccia, così dappresso da barattarsi il flato. Sotto le tavole, gesummaria! un aggrovigliamento, un ripieno di gambe e di scarpacce, che non ci stava più una paglia. E via uno che aveva finito, altri dieci che aspettavano alla queue, ustolando i posti vacanti.
Un chiasso di discorsi, di chiamate, di sghignazzate, una fumiggine grassa che avvolgeva ogni cosa, un via vai affaccendato, scomposto, di gente di servizio che dava in tavola, e portava via montagne di rosicchii maciullati.
Le finestre alte, claustrali, chiazzavano di chiarore scialbo le teste dei tavolanti; teste di ogni genere, incappellate; tipi e figure da ripieno, che parevano schizzate con tratti vigorosi da un disegnatore audace e fantasioso. Barbette e barbacce incolte, ballonzolanti in su in giù e di traverso, secondo i movimenti delle ganasce; bocche nere che sempre inghiottivano, baffi unti di sugo che si tuffavano risciacquandosi nei bicchieri; occhi desiosi, pascolanti a tutta presa sulle nuove portate, e da ogni parte brancicamenti, incrociarsi di mani che brandivano bottiglie, e colmavano bicchieri.
Martina affacciandosi alle sale del pianterreno, si sentì ributtare dal tanfo di chiuso e dalle occhiate sfacciate dei mangiatori attruppati.
«Andem de sura» disse Gaudenzio.
Di sopra convitavano i villeggianti; le sale avevano un aspetto meno selvatico. C'erano signori in punto e virgola, teste pettinate, lisce, presentabili; persone ammodo che sanno piluccare nei piatti, e spazzarli con garbo, senza aver l'aria di rapinare la porzione degli altri. Alcune signore in linci, posate a mensa con distinzione e compostezza, davano all'ambiente un tono di famigliarità signorile; le sale erano meno fumide, le tovaglie più fresche, niente chiasso, baffi unti da sgrassare nel bicchiere. Si mangiava bene là entro; quei signori sapevano forbirsi le labbra civilmente, senza ridurre il tovagliolo in uno strofinaccio di cucina, come facevano gli avventori di sotto. E anche lì non un posto, neanche a pagarlo.
I Gibella occhieggiavano sulla porta senza trovare misericordia; nessuno badava a loro; le donne di servizio passavano affaccendate, urtandoli, spingendoli ora su un battente ora sull'altro, senza dirgli crepa. Gaudenzio, un po' seccato, si decise finalmente di domandare ad una servente che gli passava sui piedi: «Ma insomma... dova se va a mangiare?».
«Un momento» rispose colei, e via giù per le scale senza più voltarsi.
Aspettarono un quarto d'ora, un po' sull'uscio, un po' sul pianerottolo.
«L'è na bela musica!» borbottò Gaudenzio, e tornò a spiare in sala. Ma quei signori facevano il loro comodo seduti a tavola, come fossero in famiglia. Una comitiva di nuovi avventori veniva su per le scale.
«Stan freschi!» pensò Gaudenzio.
Invece una donna venne a scontrarli, e li condusse via tutti per un uscio che nello spalancarsi lasciò intravedere una tavola apparecchiata.
«E noi, semo cani?» chiese Gaudenzio stizzito alla donna che aveva accompagnato quei signori.
«Quella è una sala riservata», rispose colei.
«Ma l'è un'ora che spettiamo!».
«Pazienza... a momenti saranno serviti».
Gaudenzio voleva ripicchiare, ma l'altra era già in fondo della scala. Martina, sempre sul pianerottolo, stava a sentirsi il suo mal di denti. Finalmente in sala alcuni cominciavano a muoversi da tavola, e Gaudenzio, che era lì in agguato, si precipitò sui primi posti vacanti.
Furono quasi subito serviti sulla mensa ancora sparpagliata dalle briciole degli altri. Gaudenzio aveva fame, e trovò eccellente l'antipasto; Martina invece, col suo dente allungato e dolente, non poteva assaggiar grazia.
Man mano altri posti si facevano vacanti, ed i Gibella rimasero isolati in capo alla tavola. Martina si provò a mangiare la minestra, e quella andò giù.
«Sta in gamba» disse Gaudenzio, «mangià o mangià no, se paga l'istess!».
Questo lo sapeva anche lei, e se ne crucciava tanto, ma per buona voglia che ci mettesse, quando si trattava di masticare, era finita, bisognava rinunziare a quei bei piatti.
I signori dell'altra tavola verso la finestra, ora che erano ben pasciuti, sfogavano l'allegria in chiacchiere; uno raccontava lepidezze, gli altri ascoltavano, saccheggiando le confetture ed i biscottini, ma non potevano mai ridere di cuore, perché avevano sempre la bocca piena. Una donnona grassa, turgescente, sbucò sulla porta, otturandola quasi con la sua voluminosa persona; e dietro lei fece capolino un giovane alto e secco che aveva una faccia da galletto irrequieto. Parevano a prima vista marito e moglie, ma a guardar ben bene, si capiva che c'era qualche cosa di meno.
Presero posto nella tavola di fianco a quella dei Gibella. La grossa signora con mossa da prima donna, salutò le madame ed i signori dell'altra tavola, squassò le vesti, e sedette, facendo gemere quella povera seggiola sotto il peso muto de' suoi fianconi massicci.
Intanto si levò i guanti, e si tirò giù il giubbetto, sotto cui ponzavano rigogliose le protuberanze del seno. Gaudenzio sbirciò più volte quell'abbondante figura, poi, chissà per quale successione di pensieri, sciamò: «De Diana! l'è una bela dona!» e tracannò subito una sorsata di vino, come per annegare un ghiribizzo molesto.
Decisamente quel buon pranzetto gli dava della vitalità. Sor Gaudenzio aspettava con l'animo in letizia l'ultima portata del dolce, aveva asciugato la sua bottiglia, e già poneva mano alla porzione della moglie, tanto per non sciupare almeno quella, quando lo colse come un tegolo sulla testa, una sorpresa ingratissima.
Un giovane dalla figura scomposta, infagottato malaccio in abiti di eleganza ritardataria, si affacciò sulla porta occhieggiando in giro per la sala. Testa lunga, occhi scimieschi, ravvicinati, piccini, dardeggianti di bessaggine; orecchie che sgocciolavano giù sotto la gola, un naso che pareva d'imprestito, messo giù a casaccio tanto per averne uno.
Fermò gli occhietti sulla grossa signora con un risolino beffardo, e stette lì un momento come imbambolato.
Gaudenzio ebbe un brisciamento di terrore riconoscendo in colui il signor Giacomo Noretti, l'impiegato della prefettura, ubbriacone per disperazione di amore. In un baleno gli lampeggiò nella memoria la scenaccia di Orta, e quella cantafera dei suoi amori che aveva messo lui e la sua Martina in fuga disperata. Chinò la faccia sul piatto, sperando di non essere riconosciuto, ma l'altro appena lo vide gli fu sopra come un falco, gridando: «Oh caro signore! Finalmente ecco che ci troviamo! Riverisco, madama... come sta? e così, e così, si sono divertiti?... ma bravi... pranzeremo insieme!».
E ballonzolando, strisciando le suole con malandra disinvoltura, strinse per forza la mano al droghiere, fece una piramidale scappellata a Martina, come se riverisse una principessa, e rimovendo le sedie, e facendo un baccano di casa del diavolo, prese posto a tavola a fianco del signor Gaudenzio, che lo avrebbe mandato tanto volentieri sulla forca.
(continua)