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Kaleîdos

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Numero 7 del 2026

Titolo: Silvia Semenzin, sì internet è maschilista

Autore: Elisa Venco


Articolo:
(da «Donna moderna n. 11-2026)
A 80 anni dal diritto di voto, le donne continuano a muoversi in spazi, fisici e digitali, che spesso negano loro altri diritti fondamentali: a non essere aggredite, a decidere del proprio corpo, a uscire da ruoli stereotipati. La tecnologia, che prometteva nuove modalità di convivenza, si è rivelata un ambiente in cui vecchie logiche patriarcali si riproducono con nuovi strumenti: algoritmi che amplificano la misoginia, sistemi di Intelligenza artificiale che moltiplicano il pregiudizio, piattaforme che monetizzano il corpo femminile. La discriminazione Online, «non è episodica, ma sistematica» afferma Silvia Semenzin, sociologa digitale, docente all'Università Oberta de Catalunya e autrice di «Internet non è un posto per femmine» (Einaudi). «Tutto nasce da un modello tecnologico che privilegia visibilità e profitto a scapito di diritti, sicurezza e giustizia. Le donne non possono che subirlo».
D. Nel 1946 le donne conquistavano il diritto di far sentire la loro voce. Oggi sono libere di fare altrettanto Online?
R. La libertà di espressione è più apparente che reale. Certo, nessuno ti arresta se avanzi rivendicazioni allineate alle battaglie femministe. Tuttavia, da un lato chi lo fa riceve reazioni estremamente violente; dall'altro, paradossalmente, questi contenuti possono essere censurati dalle piattaforme perché «non rispettano i termini e le condizioni d'uso». A dispetto dell'idea diffusa che la Rete consenta a tutti di esprimersi liberamente, nella realtà gli ambienti digitali non sono democratici.
D. Una delle storture sta nel fatto che gli algoritmi incorporano pregiudizi di genere.
R. La discriminazione in Rete è pervasiva a ogni livello perché inizia già con la raccolta dei dati. Si pensa che siano oggettivi e neutrali, ma non è così: le informazioni che raccogliamo determinano il modo in cui alimentiamo gli algoritmi, i quali a loro volta decidono come ordinarle per definire il funzionamento delle piattaforme. Visto che in ognuno di questi passaggi gli stereotipi di genere sono inclusi, alla fine le discriminazioni vengono amplificate.
D. In che modo?
R. Se l'algoritmo usato da un'azienda per selezionare ingegneri è allenato sulle caratteristiche dei dipendenti pregressi, tra i quali mancano le donne, ecco che finisce per scartare in automatico un curriculum solo perché appartiene a una candidata. Se l'Ai viene addestrata a offrire uno stipendio in base ai dati sulla remunerazione delle donne, finora ingiustamente inferiore, suggerisce una cifra più bassa, perpetuando le disparità dietro l'apparenza di un calcolo «oggettivo». Gli algoritmi riflettono la visione di programmatori e sviluppatori: maschile, bianca, spesso eterosessuale. Per correggerli occorrerebbe conoscere come sono stati sviluppati, ma nessuno vuole condividere queste informazioni.
D. I contenuti falsi creati dall'Ai vengono usati nel 94% dei casi ai danni delle donne. Eppure i gestori delle piattaforme dichiarano di prevedere strumenti contro questo tipo di materiale. Lei cosa ne pensa?
R. Che sia mero pinkwashing. Se osserviamo le politiche delle Big Tech, soprattutto dopo l'elezione di Donald Trump, notiamo l'abbandono delle pratiche di Diversity & Inclusion ottenute grazie alle battaglie femministe. Dietro la proclamata difesa della libertà di espressione, i contenuti non vengono più moderati. E quando le vittime denunciano la violenza digitale, le piattaforme non solo non rimuovono i messaggi aggressivi, ma spesso censurano le femministe. Con il risultato che chi adotta la misoginia come chiave di narrazione pubblica è visibile online, chi difende i diritti delle donne molto meno. D'altra parte, se i nomi di magnati del tech figurano negli Epstein Files, possiamo immaginare che il loro approccio al mondo femminile non preveda il rispetto.
D. Una forma di maschilismo si ritrova anche nel prevalere online della bellezza ritoccata dal botox e dalla chirurgia e del modello della «moglie tradizionale». Come possiamo difendere scelte diverse?
R. Purtroppo questi modelli sono premiati con una maggiore visibilità rispetto a esempi meno conformi e la loro predominanza incide sul modo di pensarsi delle più giovani. È quindi necessario promuovere contronarrazioni in cui mostrare modi alternativi di essere donna. In Spagna, dove abito, questo tipo «diverso» è più comune perché abbiamo più politiche, più giornaliste e più attiviste e il loro esempio fa scuola. Da Greta Thunberg alla ex sindaca di Barcellona Ada Colati, non mancano gli esempi cui ispirarci per riprenderci la nostra libertà.
D. Se la Rete discrimina le donne ha senso fare attivismo Online?
R. L'attivismo digitale di singoli soggetti richiede enorme dedizione e trova un limite nella diffidenza dei movimenti femministi più tradizionali, che lo considerano una forma di narcisismo favorita dai social. Questo può occasionalmente capitare, come di recente è avvenuto con la chat denominata Fascistelle (in cui 3 attiviste sono state accusate di diffamazione e stalking, ndr) ma in Rete le ragazze più giovani trovano materiale femminista cui prima non avevano accesso. Perciò credo che serva un'alleanza tra la piazza pubblica e la piazza digitale, tra l'impegno individuale e la mobilitazione collettiva. Il web può servire insieme ad altri strumenti di confronto. Le faccio il mio caso: se nel 2018 non avessi lanciato la petizione #Intimitàviolata su Change.org e raggiunto alcune influencer, probabilmente non avremmo una legge che punisce il revenge porn.
D. Se dovesse indicare un diritto da reclamare subito, quale sarebbe?
R. Il diritto all'intimità: non è ancora codificato, ma è necessario. È dalla sua negazione che nascono i deepfake, il revenge porn, lo stalking e il doxxing, una forma di cyberbullismo che diffonde le informazioni sensibili di chi viene preso di mira. La difesa di questo diritto, che tutela i nostri corpi, scelte e identità, è la premessa per veder riconosciuta la propria dignità.
Elisa Venco



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