Numero 7 del 2026
Titolo: Essere Grazia Deledda
Autore: Federica Ginesu
Articolo:
(da «Donna moderna» n. 13-2026)
È il 10 dicembre 1927 quando, a Stoccolma, Grazia Deledda varca la soglia del Palazzo dei Concerti per ricevere il Premio Nobel per la Letteratura 1926. La motivazione recita: «Per la sua potenza di scrittrice che ritrae in forme plastiche la vita e che con profondità e calore tratta problemi di generale interesse umano». Un riconoscimento che la consacra nella storia - unica scrittrice italiana ad averlo ottenuto - non solo per il talento, ma per la forza di una penna guidata da un'audacia che sorprende ancora oggi, in questo Anno Deleddiano durante il quale numerose iniziative (tra cui il film «Quasi Grazia» con Irene Maiorino) celebreranno il centenario del Nobel.
Quinta di sette figli, Grazia Deledda nasce il 28 settembre 1871 a Nuoro in una famiglia della piccola borghesia. La madre, Francesca Cambosu, governa la casa con severità; il padre, Giovanni Antonio, proprietario terriero e commerciante, uomo colto e appassionato di poesia, accoglie spesso in casa ospiti di ogni condizione sociale: figure destinate a sedimentarsi nella memoria della giovane Grazia e a riemergere, trasfigurate, nei suoi romanzi. A scuola eccelle. Per non interrompere gli studi ripete la quarta elementare: non perché bocciata, ma perché in città non esistono altre classi femminili. Per volontà paterna prosegue con lezioni private di italiano tenute da un professore del Regio Ginnasio. Quando l'insegnante parte all'improvviso lasciando un baule pieno di libri, lei li aggiunge a quelli di casa e continua a istruirsi da autodidatta. Comincia a scrivere poco più che adolescente, nella sua stanza con vista sul monte Ortobene, spinta da un'urgenza creativa che non la abbandonerà mai. In una società che assegna alle donne il destino del focolare domestico, la sua ambizione appare ribelle. «In famiglia non volevano che pubblicassi le mie cose» ricorderà. «Non perché fossero fanciullaggini, ma perché non stava bene che una ragazza di buona famiglia si esponesse alle critiche». Nulla riesce però a fermarla.
La scrittura diventa necessità ineludibile e sfida ai pregiudizi. Lontana dai centri letterari del potere, Grazia può contare solo sulla sua passione e su una volontà incrollabile. Coltiva così «il sogno dell'arte e della gloria», inviando i suoi testi alle redazioni dei giornali. A 17 anni, nel 1888, esordisce con il racconto «Sangue sardo» sul giornale romano «L'Ultima Moda». È l'inizio di un percorso che la porterà a conquistare un posto di primo piano nella letteratura italiana e internazionale. Durante un soggiorno a Cagliari, nel 1899, incontra Palmiro Madesani, segretario all'intendenza di finanza di origine mantovana. Diventerà suo marito e il suo più grande alleato: lascerà il lavoro per sostenerla e seguire la sua carriera, trasformandosi di fatto in un agente letterario. La coppia si trasferisce a Roma, perché Deledda sa che la Capitale può offrirle gli orizzonti che ha sempre immaginato. Qui entra in contatto con i principali circoli letterari e artistici, diventa madre di due figli restando sempre fedele, fino alla morte nel 1936, al suo desiderio più profondo: essere scrittrice.
«La sua straordinaria modernità sta nell'irriducibile volontà di autodeterminarsi come scrittrice e come donna» osserva Dino Manca, professore di Filologia della letteratura italiana all'Università di Sassari, nell'opera «Sento tutta la modernità della vita. Attualità di Grazia Deledda a 150 anni dalla nascita» (Iste-Aipsa), da lui curata. Il titolo riprende la frase di una lettera scritta da Deledda a 21 anni che esprime la sua lungimiranza siderale. «Fu la prima, ad esempio, ad affrontare nel 1902 il tema del divorzio in un romanzo, poi tradotto in inglese e diffuso negli Stati Uniti, mentre il ministro della Giustizia Francesco Cocco-Ortu presentava in Italia un disegno di legge che non sarebbe mai stato approvato» scrive Manca. «Nel 1909 accettò perfino la candidatura al Parlamento offertale dai Radicali nel collegio elettorale di Nuoro, in un periodo in cui le donne non potevano neppure votare».
Incarnando il modello di una donna libera in una società profondamente maschilista, Grazia Deledda ha aperto la strada alle scrittrici italiane dimostrando che la letteratura poteva essere per una donna vera professione e strumento di autonomia. Minuta di statura, ma gigante nel far vibrare sentimenti ed emozioni nelle pagine dei suoi lavori, ha prodotto oltre 30 romanzi, centinaia di novelle, scritti, articoli, lettere, si è dedicata a raccogliere le tradizioni popolari sarde. Se «Cosima» è quasi un'autobiografia, opere capolavoro come «Elias Portolu», «Canne al vento», «La madre», «Cenere» (da cui fu tratto l'unico film interpretato da Eleonora Duse), solo per citarne alcune, sfuggono ai canoni letterari e hanno un respiro universale. Perché la sua vera grandezza rivive in ogni suo scritto che appassiona, scuote o impressiona, nelle sue protagoniste indimenticabili agitate da conflitti interiori, in quei paesaggi animati descritti con una sensibilità straordinaria, nell'incredibile capacità di scandagliare e delineare i moti dell'animo umano. Grazia Deledda ha dimostrato che il margine poteva diventare centro, che dal cuore della Sardegna era possibile parlare al mondo intero. Ha insegnato alle donne che una stanza tutta per sé può diventare il luogo dove ogni sogno prende forma, il punto di partenza per conquistare il proprio spazio nel mondo.
Federica Ginesu