Numero 7 del 2026
Titolo: Grassa. Non un aggettivo come un altro
Autore: Sara Peggion
Articolo:
(da «Donna moderna» n. 11-2026)
Quando hai visto le immagini delle ragazze con corpi non conformi, cosa hai provato istintivamente? Empatia o distanza, tenerezza o fastidio, magari anche un po' di voyeurismo... Tutti siamo soggetti al giudizio estetico altrui, ma le persone che non rispondono al canone mainstream lo sono molto di più. Sia nella fase liminale della vita, quella più fragile in cui gettano le basi della loro identità, sia nella vita adulta, quando il rimando al corpo che hanno abitato da teenager continuerà a bussare alla loro porta.
Proprio Liminal è il tema della Biennale della Fotografia femminile di Mantova, che dal 6 al 29 marzo ospita anche i progetti «The big O» e «Kiss it!» della fotografa britannica Abbie Trayler-Smith. Due percorsi che esplorano cosa significhi, per chi soffre di obesità, vivere in un mondo ossessionato dalla bellezza standardizzata e convivere con un dolore che non svanisce con il passare degli anni. Come è accaduto ad Abbie stessa, che sul suo diario di scuola aveva inciso la parola «fat», grassa, per ricordarsi di dover dimagrire. «Ho trascorso gran parte della mia adolescenza circondata dagli amici, ma a causa del mio peso avevo sempre la sensazione di non essere abbastanza» racconta. «Quella voce riemerge ancora oggi e lo stigma invisibile, la colpa e la vergogna non mi abbandonano mai del tutto. Una volta obeso, il corpo tende a tornare al suo peso massimo: è una battaglia che combatti per il resto della vita e liberarsi dell'idea che il tuo valore sia legato alla tua dimensione fisica è dura».
Non c'è mai stato un tempo felice per chi ingaggia una lotta contro le proprie forme oversize o, al contrario, troppo sottili e minimali, ma la società dei like e dei deepfake, del fisico sporty come simbolo di disciplina e salute, dell'Ozempic a colazione (il farmaco per diabetici assunto off-label come dimagrante) è particolarmente invasiva. «Oggi tutto viene registrato, annotato, instagrammato» continua Trayler-Smith. «C'è sempre qualcuno che osserva. Bullismo, insulti e giudizi sono ovunque e si diffondono con maggiore facilità. È vero che esiste un movimento di body positivity e che la consapevolezza su questo tema è cresciuta, ma lo sguardo rimane simile: ciò che la società considera attraente o meno non è cambiato».
La cultura dominata dal mito della perfezione estetica non fa sconti nemmeno alle star. Tiziano Ferro ha ammesso di sentirsi «nella testa sempre 111 chili» e «marchiato a fuoco» riferendosi al suo passato di ragazzo in sovrappeso. «Camminerò per strada sentendomi grasso anche se non lo sono e sarò perennemente inadeguato». Ashley Graham, la prima modella plus size sulla cover di Vogue e paladina della body diversity, ha ammesso: «Avevo 9 anni quando mi sono confrontata per la prima volta con l'idea di bellezza. Sono stata una bambina robusta e atletica, la gente mi diceva che ero grande e forte; da modella, invece, c'era sempre qualcosa che non andava. Ero «bella per essere una ragazza grossa» o «bella dal collo in su». Mi sentivo come se dovessi lavorare il doppio perché ero diversa». A inizio carriera anche Margot Robbie, già protagonista di «Barbie» e ora al cinema in «Cime tempestose», ha rivelato di essere stata vittima di body shaming da parte di un collega: «Mi ha regalato una copia di «Perché le donne francesi non diventano grasse» di Mireille Giuliano, praticamente un libro che ti dice di mangiare meno». E ci sono voluti 35 anni alla popstar Ed Sheeran per ammettere di aver sofferto di binge eating, abbuffate incontrollabili: «La mia carriera è iniziata all'epoca degli One Direction e guardandoli non potevo che chiedermi: «Perché non ho gli addominali scolpiti come loro?». Io restavo sempre quello grasso».
Oggi l'interiorizzazione dello stigma da parte delle persone obese è dimostrata da molti studi. Il più completo è l'Ask Study del King's College di Londra pubblicato su Lancet. Dice che l'80% dei genitori preferirebbe che il figlio avesse una patologia organica piuttosto che fosse sovrappeso. L'obesità, di cui il 4 marzo ricorre la Giornata mondiale, è vista già in famiglia come una colpa. La pressione diventa ancora più forte nel gruppo dei pari a scuola, è attuata da insegnanti e da medici, «nonostante dal 3 ottobre 2025 in Italia sia ufficialmente riconosciuta come una patologia cronica, una malattia con componenti genetiche, infiammatorie, endocrinologiche» spiega Laura Dalla Ragione, psichiatra, direttrice della Rete regionale disturbi alimentari della Regione Umbria e autrice del saggio «Social Fame» (Il pensiero scientifico).
Vincere i propri fantasmi e affrancarsi dalla «fat mentality» e dai chili dell'anima da adulti è una strada ardua, ma percorribile. «I primi anni della vita sono decisivi e le ferite subite purtroppo rimangono, perché il corpo non dimentica le offese, è la casa in cui abitiamo e facciamo crescere la nostra identità e le nostre sicurezze» spiega Dalla Ragione.
«Poi, però, esistono quelle che noi chiamiamo «esperienze riparative», che ci rinforzano: può essere un ambiente di studio o di lavoro stimolante, una vita sentimentale appagante, degli amici con cui entrare in connessione. L'essere umano è biologicamente programmato per sopravvivere a intemperie incredibili, però sopporta tutto tranne l'insignificanza: un dolore non si supera solo con il tempo, ma con qualcuno che ti aiuta a elaborare quel vissuto, a trovare una strada di uscita e di rinascita». Per Abbie Trayler-Smith decisivo è stato l'incontro con Shannon, una delle ragazze obese che ha ispirato il suo progetto fotografico catartico, autrice di una lettera che si conclude così: «Forse un giorno mi piacerò, forse aspettarsi che le cose cambino è solo un sogno, ma se non ci provo non lo saprò mai. Per favore non trattatemi con condiscendenza dicendomi: «Mangia meno e fai più esercizio». Camminate nei miei panni per un giorno, poi ditemi come vi sentite».
Nonostante i proclami sulla body positivity, i canoni estetici restano sempre gli stessi. Chi è sovrappeso o, al contrario, sottopeso subisce lo stigma
Ho avuto successo nella vita, ma continuo a non accettare le mie gambe oversize
Il giorno in cui ho preso consapevolezza del mio sovrappeso indossavo una tuta viola con le bande laterali.
Avevo 11 anni, stavo partecipando a una gara scolastica e, chinandomi prima del via, ho guardato le mie cosce: erano grosse, visibili al punto da allargare la banda dei pantaloni. Ero sempre stata la cicciottella del paesino di provincia dove abitavo e a scuola ero vittima di commenti crudeli per il mio peso, ma a casa nessuno lo viveva come un problema. I pomeriggi erano due o tre merende di fila, più per noia che per fame. Le mie gambe oversize sono rimaste, anche da adulta, il catalizzatore delle mie insicurezze fisiche. Oggi mi fotografo sempre a sezioni: dalla vita in su sono ok, giù è un disastro. Se perdo peso, non è mai sui maledetti cuscinetti. La scarsa autostima, il bullismo subito, la fatica di nascondere quei chili accumulati non mi hanno impedito di avere una famiglia, successo sul lavoro, amici e una vita a Milano lontana dalla mentalità chiusa di provincia. Mi sono riscattata in tutto, eppure continuo a non accettare la forma del mio corpo che, come mi ha detto una specialista, «non sarà mai perfetto come quello che hai idealizzato tu». E credo proprio sia vero. (Barbara, 46 anni, analista finanziaria)
Ancora oggi la mia taglia 38 è un lasciapassare per commenti non richiesti
«Pensa da magra». Sono passati almeno due decenni, ma questo titolo su come perdere i chili di troppo è rimasto scolpito nella mia mente: la body positivity non era all'orizzonte, i corpi non conformi erano definiti con un garbato «plus-size», l'inclusività una parola nota solo alle taglie 38. La mia. Erano anni di donne belle per il solo fatto di essere sottili, di fisici smilzi esaltati a ogni latitudine, ovunque ti girassi l'importante era essere snella, asciutta, ossuta, piatta. Il tuo corpo esile era esposto a ogni pubblica esternazione perché percepito in vantaggio: un giorno «Questo vestito puoi metterlo solo tu»; l'altro «Ma sei sicura che mangi abbastanza?»; al terzo si faceva largo il sospetto di un disturbo alimentare. Non ho mai cambiato taglia e ancora oggi la mia magrezza è un lasciapassare per qualsiasi commento sul mio fisico, naturalmente mai richiesto. La menopausa non ha intaccato le mie forme, con mio grande dispiacere, perché almeno avrei potuto mettere fine a una vita di giudizi e all'osservatorio gratuito sul mio peso. Al medico che mi diceva che nei lager le donne non rimanevano incinte perché magre vorrei dire che ho avuto due splendidi ragazzoni. Al parente che mi irrideva a tavola per il mio seno piatto vorrei dire che almeno oggi non casca. A tutti gli hater ante litteram: «Vi assolvo per inconsapevolezza di procurato dolore». A tutte le persone con corpi non conformi: «Non fatevi dire mai da nessuno: Pensati come non sei». (Simona, 52 anni, web editor)
Sara Peggion