Numero 7 del 2026
Titolo: Geopolitica- Se Hormuz rimane chiuso entrano in gioco le riserve strategiche di petrolio: cosa sono e per quanto bastano
Autore: Andrea Moccia
Articolo:
(da «geopop.it» del 4 marzo 2026)
L'Occidente dichiara di avere circa 8,2 miliardi di barili di riserve. Sembrano una garanzia assoluta, ma se il «rubinetto» del momento (lo Stretto di Hormuz) rimanesse bloccato a lungo, quelle scorte potrebbero evaporare prima del previsto.
Quando le tensioni nel Golfo Persico si infiammano e i prezzi del greggio schizzano verso l'alto, la domanda sorge spontanea: i Paesi occidentali hanno un piano B? Esistono dei «depositi segreti» per le emergenze? La risposta è sì, esistono. Si chiamano riserve strategiche, cioè scorte di greggio o derivati raffinati del petrolio tenute dai Paesi consumatori in caso di crisi energetica (come quella che stiamo attraversando attualmente). Ma per capire se possono davvero «salvarci» dobbiamo distinguere tra i numeri dei titoli di giornale e la realtà tecnica dei rubinetti.
Cosa sono e quante sono le riserve strategiche: la piramide delle scorte
Negli ultimi giorni leggiamo che i Paesi Ocse (Organisation for Economic Co-operation and Development, l'organizzazione internazionale che riunisce i Paesi più industrializzati e democratici del mondo) hanno in pancia circa 8,2 miliardi di barili di petrolio. Considerando che oggi nel mondo consumiamo circa 105 milioni di barili al giorno, è una cifra grossa, ma attenzione a non fare confusione. Bisogna fare una differenza tra:
Scorte commerciali (la «base» della piramide). La maggior parte di quei miliardi di barili è «petrolio di esercizio». È il greggio che si trova già nei tubi, nelle stive delle petroliere in viaggio o nei serbatoi delle raffinerie. Serve a far girare l'economia ogni giorno e non può essere usato per coprire un'emergenza senza fermare le industrie.
Riserve strategiche (il «vertice» della piramide). È il vero «tesoretto» per le crisi energetiche è di circa 1,5-1,8 miliardi di barili. Queste sono le scorte che i Paesi membri dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (Iea) sono obbligati a tenere per legge, pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette.
In media, circa il 50% di queste riserve strategiche è gestito direttamente dai governi (come la famosa Strategic Petroleum Reserve statunitense), mentre l'altra metà è in mano a privati che sono obbligati a non toccarle se non su ordine dello Stato.
A cosa servono davvero le riserve strategiche
La logica delle riserve non è sostituire le importazioni per sempre. È comprare tempo. Servono a dare ai diplomatici e ai militari lo spazio di manovra per risolvere la crisi senza che l'economia globale collassi in 48 ore.
Il meccanismo è già stato testato: dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 e durante le recenti tensioni del 2026, la Iea ha coordinato rilasci straordinari di milioni di barili al giorno. Ha funzionato? Sì, ha calmato i mercati, ma a un costo: le riserve si svuotano.
Il vero nodo è psicologico: se il blocco di Hormuz si protraesse oltre le 4-6 settimane, i mercati inizierebbero a calcolare il giorno in cui le riserve finiranno. Risultato? Il prezzo del petrolio salirebbe comunque a 120-130 dollari al barile, indipendentemente da quanto petrolio c'è ancora nei depositi.
Per l'Italia il problema è doppio: la questione del gas naturale
Qui arriva il punto critico per noi. Le riserve di cui abbiamo parlato finora riguardano il petrolio. Ma l'Italia è una nazione che «mangia» soprattutto gas naturale.
Il Qatar è uno dei nostri partner fondamentali: fornisce circa il 45% del nostro Gnl (Gas Naturale Liquefatto) che arriva via nave al rigassificatore di Rovigo. Quel gas deve necessariamente passare per lo Stretto di Hormuz.
Il paradosso è questo: se Hormuz chiude, potremmo avere abbastanza petrolio nelle scorte per far muovere le auto, ma non abbastanza gas per far girare le centrali elettriche o le industrie a costi sostenibili.
Mentre il petrolio si sposta con relativa facilità, il gas dipende da navi specifiche e rigassificatori. Se mancano le navi dal Qatar, non basta «attingere» dalle riserve di petrolio per risolvere il problema elettrico.
Cosa succederebbe concretamente in caso di blocco prolungato di Hormuz: le previsioni degli esperti
Gli analisti del think tank Bruegel e i principali esperti di geopolitica energetica concordano su una timeline:
Fase 1 (1-2 settimane). Prezzi in picchiata verso l'alto per panico, ma forniture ancora regolari grazie alle navi già in viaggio.
Fase 2 (2-4 settimane). Intervento coordinato Iea. Si aprono i rubinetti strategici. Il prezzo si stabilizza ma resta alto.
Fase 3 (da 4 settimane in poi). Se il blocco continua, le scorte strategiche iniziano a scendere sotto i livelli di guardia. L'economia entra in modalità «razionamento» e i costi energetici diventano insostenibili per molte imprese. La rete di sicurezza non è più un'alternativa.
In conclusione, la rete di sicurezza esiste ed è robusta, ma è un'assicurazione sulla vita, non uno stipendio infinito. Le riserve strategiche ci proteggono dagli shock brevi e violenti, ma se la geopolitica mondiale dovesse chiudere definitivamente una porta come Hormuz, nessuna scorta sarebbe abbastanza grande da evitarci un cambio radicale di stile di vita.