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Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ETS - APS

 

Corriere dei Ciechi

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Numero 4 del 2026

Titolo: ATTUALITÀ- Una storia dimenticata che racconta la Libertà

Autore: Alessio Tommasoli


Articolo:
Gli aerofonisti ciechi e il coraggio dell’ascolto nella lotta per la Liberazione
Radar a lungo raggio, Satelliti militari, disturbo dei segnali GPS, Jamming radar, Spoofing, e poi droni, caccia intercettori, sistemi CWS, e ancora Reti di sensori collegati, software di comando e controllo, Intelligenza Artificiale: oggi la difesa contro gli attacchi aerei si basa su sistemi integrati molto avanzati, che individuano, tracciano e intercettano, combinando il rilevamento precoce alla guerra elettronica. E, purtroppo, la stretta attualità ci impone di saperlo molto bene, attraverso le notizie quotidiane di una guerra che non è più possibile ignorare, ormai. Perché, per quanto si faccia di tutto per evitare di dirlo, la guerra oggi è tornata ad essere mondiale. Ce lo dimostra un fronte del conflitto non più definito, ma fluido, nel quale le bombe incidono quasi quanto dazi ed embarghi, echeggiando in tempo reale sui social globali e colpendo in diretta l’opinione pubblica, tanto da convincere più di qualcuno ad auspicare un superamento della democrazia, difficile per fortuna, ma non impossibile, che forse l’AI sta già preparando, rendendo sempre più labile il confine tra realtà e virtuale, tra coinvolgimento diretto e incosciente, confortevole distacco.
Non ci resta che la Memoria per resistere a questa pericolosa deriva. La nostra Memoria: non un concetto astratto, ma una funzione organica concreta e attiva, la capacità del cervello di acquisire, immagazzinare e recuperare informazioni nel tempo. Non ci resta che la Memoria per resistere, e la memoria della Resistenza.
Quell’evento così lontano, offuscato da droni e radar, sbiadito da reti digitali e sistemi automatizzati, sdoganato da algoritmi e social: quell’evento così lontano dove l’unica vera arma era l’ingegno umano, la sensibilità, l’ascolto.
Armi che hanno permesso di conquistare la libertà, quella dal nazifascismo, quella che celebriamo ogni anno il 25 aprile, chiamandola Liberazione. Armi che sono state impugnate, più di qualsiasi altro, da un manipolo di uomini che avevano perso la vista a causa di ferite di guerra, incidenti sul lavoro o malattie, persone che la società del tempo considerava inutili, incapaci di contribuire alla vita collettiva, e che invece passarono alla Storia nel momento più difficile della Seconda Guerra Mondiale: gli aerofonisti ciechi.
Alla vigilia della guerra, quando il radar non era ancora diffuso, l’avvistamento degli aerei nemici si basava su strumenti chiamati aerofoni: giganteschi dispositivi acustici dotati di trombe direzionali, capaci di captare i rumori dei velivoli fino a molti chilometri di distanza. Attraverso l’ascolto e l’orientamento dello strumento, era possibile individuare la direzione di provenienza degli aerei, lanciando l’allarme alla popolazione e alle batterie contraeree.
Fu l’Unione Italiana dei Ciechi a proporre che questo compito venisse affidato ai non vedenti. La proposta fu accolta con una legge, il 20 novembre del 1939, che consentì ai ciechi di arruolarsi volontariamente nei reparti di difesa antiaerea: una scelta rivoluzionaria che per la prima volta spostò l’attenzione da ciò che mancava a ciò che restava, riconoscendo che chi non vedeva poteva offrire altro che i propri occhi alla comunità.
Le domande di arruolamento furono più di duemilacinquecento, e dopo un lungo addestramento e una selezione severissima, soltanto ottocento vennero destinati ai posti di vedetta antiaerea distribuiti su tutto il territorio nazionale, dando vita alla figura dell’aerofonista cieco.
Un lavoro di responsabilità estrema per il quale era essenziale la capacità di sopportazione, tanto quanto lo era la sensibilità acustica: turni che duravano ore ed ore, spesso durante la notte, all’aperto e al gelo, obbligati a mantenere la testa dentro un elmetto collegato alle trombe dell’aerofono, restando immobili e concentrati nell’esplorazione del cielo attraverso i suoni. In un’inimmaginabile tensione di chi sa che da una propria percezione e dal proprio tempestivo allarme dipendono migliaia di vite umane. Persone che spesero il loro coraggio in un Paese dove la dittatura già propagandava una razza superiore, nella quale non veniva contemplata certo la disabilità, che, piuttosto, non arrivava neppure ad essere una questione sociale, ma una fastidiosa realtà, di fronte alla quale solo la commiserazione, la pietà e la carità sapevano alternarsi a una spontanea discriminazione. Immersa in una simile condizione, la scelta compiuta da una persona cieca di arruolarsi come aerofonista rappresentava qualcosa di inimmaginabile: la dimostrazione concreta che la disabilità non cancella la dignità, il valore e la responsabilità civile di una persona.
Una dimostrazione che oltrepassò la dittatura, partecipando in maniera determinante al suo abbattimento quando gli aerofonisti si misero al servizio della Resistenza, scrivendo pagine importanti della Liberazione che ogni anno celebriamo orgogliosamente. Pagine che non si limitano a una guerra, ma che vanno oltre, fino a scrivere la società in cui viviamo oggi, quella in cui sappiamo che i ciechi non sono soggetti passivi da assistere, ma cittadini capaci di partecipare alla vita del Paese, come alla sua salvezza e al suo sviluppo. Anche grazie a questa consapevolezza, nel dopoguerra l’Unione Italiana dei Ciechi poté avviare importanti battaglie per i diritti, il lavoro e l’integrazione sociale delle persone con disabilità visiva.
Una storia spesso dimenticata quella degli aerofonisti ciechi, anche se vive in modo eclatante in ogni quotidiana conquista d’inclusione sociale. Ma lo abbiamo detto: oggi, più che mai, non ci resta che la Memoria. Come quella di questi eroi ciechi, che hanno combattuto attraverso la fragilità del loro corpo umano, con una delle sue capacità fondamentali, la percezione di uno dei suoi sensi. Dimostrando che solo quando ci si rende conto davvero di aver perso qualcosa, ci si accorge di avere altro, tanto altro per compensarla. E che questa coscienza ci rende liberi.



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