Numero 4 del 2026
Titolo: ATTUALITÀ- Disabilità, diritti umani e responsabilità internazionale
Autore: Francesco Ricci
Articolo:
Giornata Mondiale della salute: l’esperienza di EMERGENCY in Afghanistan e nei contesti post-conflitto, crisi e fragilità
L’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD) nel 2006 ha segnato una svolta fondamentale nel diritto internazionale dei diritti umani, riconoscendogli per la prima volta di essere soggetti titolari di diritti e non solo destinatari di assistenza. Il principio, “Nothing about us without us”, sintetizza questo cambiamento di paradigma, affermando la necessità di coinvolgere direttamente le persone con disabilità nei processi decisionali che riguardano la loro vita e le politiche che le interessano.
Oggi la sfida principale è tradurre questi principi nei contesti più complessi, tra cui paesi segnati da conflitti armati, instabilità politica e crisi umanitarie prolungate, luoghi nei quali EMERGENCY lavora per assicurare cure mediche gratuite alla popolazione. In tali situazioni la disabilità non rappresenta soltanto una condizione individuale, ma diventa spesso una conseguenza strutturale dei conflitti. Dopo più di trent’anni di attività in luoghi di guerra, abbiamo visto come una delle conseguenze dirette sia generare nuove disabilità attraverso l’uso di armi come mine, droni e ordigni inesplosi, che continuano a ferire e mutilare anche anni dopo la fine dei conflitti. Tuttavia, le cause della disabilità sono molteplici e incidono anche la debolezza dei sistemi sanitari, la malnutrizione, la diffusione di malattie e vari fattori sociali.
Afghanistan e Iraq, Paesi nei quali EMERGENCY lavora da quasi trent’anni, sono esempi emblematici di queste dinamiche. In Afghanistan la disabilità non è interpretabile esclusivamente una questione sanitaria, ma deve essere compresa alla luce di fattori politici, economici e sociali interconnessi. Secondo le Nazioni Unite del 2025, circa il 24% della popolazione vive con una forma di disabilità, mentre il 14% presenta una disabilità severa. Tra i bambini e gli adolescenti la percentuale supera il 17%. Considerando che l’Afghanistan è uno dei Paesi più giovani al mondo, con oltre la metà della popolazione sotto i vent’anni, è chiaro come l’elevata incidenza della disabilità in una popolazione così giovane rappresenti una sfida significativa per il futuro sociale ed economico del Paese.
Qui dal 2021 EMERGENCY ha visto un aggravarsi della situazione, sia in ambito sanitario e nel campo dei diritti: il sistema sanitario è collassato e l’accesso ai servizi di base è diminuito drasticamente in particolare per le donne (dal 24% all’8%). Inoltre, l’aggravarsi della povertà e l’aumento dei costi della vita rendono inoltre sempre più difficile per molte famiglie sostenere le spese sanitarie essenziali.
Se già la situazione femminile nel Paese appare tragica per l’esclusione delle donne da ambiti come educazione e lavoro, le donne con disabilità vivono una ulteriore forma di discriminazione multipla o intersezionale, in cui genere, disabilità e povertà si combinano generando livelli profondi di marginalizzazione. Circa il 60% delle donne con disabilità indica le restrizioni di genere come principale barriera alla partecipazione sociale, mentre l’85% risulta escluso dall’accesso alla giustizia in assenza di un tutore maschile.
Altro fattore di esclusione è il divario tra aree urbane e rurali. Il 47% delle persone con disabilità indica la distanza dai servizi sanitari e riabilitativi come una barriera difficilmente superabile e l’assenza di infrastrutture accessibili, la carenza di ausili adeguati e la presenza diffusa di barriere architettoniche contribuiscono ad accentuare l’isolamento sociale. In tali condizioni la disabilità diventa anche una questione di diritti negati.
In questo scenario il ruolo delle ONG assume un’importanza cruciale, in particolare quando il loro intervento non si limita alla risposta emergenziale, ma contribuisce alla promozione di cambiamenti strutturali. L’inclusione delle persone con disabilità non può essere considerata un elemento marginale delle politiche di cooperazione internazionale, ma deve essere riconosciuta come una responsabilità politica e morale della comunità internazionale. Questo è ciò che EMERGENCY prova a fare dall’inizio delle sue attività nel Paese.
Un elemento centrale di questo approccio è rappresentato dalla riabilitazione. L’esperienza maturata da EMERGENCY sul campo dimostra il potenziale trasformativo di questo approccio. Nel centro di riabilitazione e reintegrazione sociale di Sulimaniya, nel Kurdistan iracheno, sono state applicate negli anni oltre 14.000 protesi e realizzati più di 63.000 trattamenti di fisioterapia. Ogni mese vengono applicate tra le 50 e le 70 protesi e i pazienti ricevono anche supporto psicosociale. Un aspetto particolarmente significativo è rappresentato dal fatto che circa un terzo dei membri dello staff è composto da persone con disabilità: non più solo beneficiari di servizi ma protagonisti attivi nei processi di cura e reintegrazione.
Quando i servizi riabilitativi sono assenti o insufficienti, la disabilità rischia di trasformarsi in una condizione di esclusione sociale permanente. Senza interventi tempestivi e strutturati, la disabilità può comportare perdita di autonomia, esclusione dal lavoro, maggiore dipendenza familiare e progressivo impoverimento delle comunità. Per questo la riabilitazione deve essere considerata una componente essenziale per garantire alle persone con disabilità autonomia e partecipazione sociale.
La sfida per il futuro consiste quindi nel superare una logica puramente emergenziale e promuovere politiche capaci di garantire inclusione strutturale e duratura. Ciò significa passare dalla cura alla riabilitazione, dalla riabilitazione alla reintegrazione sociale e, infine, alla piena partecipazione alla vita della comunità.
L’obiettivo non è “soltanto” curare, ma restituire alle persone dignità, autonomia e prospettive di futuro.
Francesco Ricci, fisioterapista di EMERGENCY