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Corriere dei Ciechi

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Numero 5 del 2026

Titolo: EDITORIALE- Il lavoro: questione di civiltà

Autore: Linda Legname


Articolo:
Inclusione, diritti e dignità: il lavoro non può escludere nessuno

Nel giorno in cui celebriamo i diritti dei lavoratori, resta una verità scomoda: milioni di persone tra le quali quelle con disabilità continuano a essere escluse dal mercato del lavoro. Non per mancanza di volontà o capacità, ma per la persistenza di barriere invisibili che troppo spesso nessuno è davvero disposto ad abbattere. Esiste una storia silenziosa, fatta di uomini e donne che hanno speso la propria vita per affermare un principio elementare: il diritto al lavoro non conosce eccezioni. Non richiede capacità standardizzate. Non pretende conformità a un modello di normalità. Richiede soltanto ciò che dovrebbe essere ovvio: la possibilità di contribuire, di essere riconosciuti, di partecipare pienamente alla vita sociale ed economica del Paese. Eppure, il quadro attuale resta profondamente critico, triste. Troppe aziende risultano ancora inadempienti agli obblighi normativi; troppo spesso gli accomodamenti ragionevoli vengono percepiti come un costo e non come un investimento. Il sistema appare affaticato: tollera le violazioni, accetta scorciatoie, riduce un diritto fondamentale.
Il lavoro non è riabilitazione, non è integrazione, non è concessione. È un diritto. E i diritti non possono essere negoziati al ribasso in nome della produttività. La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009, è inequivocabile: gli Stati devono garantire e promuovere l’esercizio del diritto al lavoro, anche per chi acquisisce una disabilità nel corso della vita professionale.
Non si tratta di un auspicio, ma di un obbligo giuridico, di un dovere civile e morale. E tuttavia, troppo spesso, questo principio resta inattuato. Le cause sono molteplici e ben note: persistono barriere architettoniche, sensoriali e culturali, soprattutto nelle aziende medio-piccole; sopravvive una cultura aziendale segnata da pregiudizi: si continua a ritenere che una persona con disabilità sia meno produttiva, meno affidabile, più onerosa da gestire. A ciò si aggiunge un sistema di valutazione ancora ancorato a logiche medico-assistenziali, che misurano deficit invece di riconoscere competenze, talenti e potenzialità.
La riforma avviata con la legge delega 227/2021 e i decreti attuativi del 2024 indica una direzione diversa: dalla centralità della diagnosi alla valorizzazione della persona, dalla certificazione dell’invalidità alla costruzione del progetto di vita. È un passaggio necessario, ma non sufficiente. Tra l’impianto normativo e la realtà quotidiana di chi cerca lavoro resta uno scarto significativo, fatto di inerzie, resistenze e ritardi. Per questo è necessario un cambio di paradigma reale. Le imprese non devono essere lasciate sole né percepirsi come soggetti meramente obbligati: vanno accompagnate, sostenute, orientate. In questa prospettiva, il ruolo dell’Unione è da tempo chiaro: offrire competenze, strumenti, buone pratiche per rendere accessibili gli ambienti di lavoro, per costruire percorsi di selezione inclusivi, per valorizzare competenze che esulano dagli standard tradizionali.
La nostra posizione è netta e non negoziabile: le persone con disabilità sono lavoratori tra i lavoratori, non destinatari di politiche assistenziali o di approcci caritatevoli.
Finché il diritto al lavoro resterà condizionato, ogni celebrazione sarà inevitabilmente incompleta.
Il lavoro dignitoso per tutti non è uno slogan. È una misura della nostra civiltà.



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