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Corriere dei Ciechi

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Numero 5 del 2026

Titolo: SALUTE E BENESSERE- Trapianto di cornea

Autore: Andrea Cusumano


Articolo:
La nuova frontiera delle cornee artificiali

Per molti pazienti affetti da gravi patologie corneali, il trapianto di cornea rappresenta da anni una straordinaria possibilità di recupero visivo. Tecniche sempre più raffinate, come la DMEK e la DSAEK, hanno reso gli interventi più sicuri, meno invasivi e con risultati visivi spesso eccellenti.
Tuttavia, nonostante questi progressi, esiste un limite a cui la chirurgia da sola non può sopperire: l’insufficiente disponibilità di cornee da donatori umani. A livello globale, la richiesta supera di gran lunga l’offerta e ciò si traduce in lunghe liste d’attesa che generano ritardi nelle cure e, per molti pazienti, la perdita della possibilità di un recupero visivo.
È in questo contesto che nasce il nuovo dispositivo denominato EndoArt, ideato e prodotto dalla società israeliana EyeYon Medical. Non si tratta di una cornea artificiale nel senso tradizionale, bensì di una soluzione mirata a sostituire funzionalmente l’endotelio corneale - lo strato più interno della cornea - fondamentale nel mantenimento della trasparenza di questo importante tessuto oculare.
Quando l’endotelio corneale è affetto da una patologia - come accade, ad esempio, nella distrofia di Fuchs o dopo alcuni interventi chirurgici - la cornea si imbibisce di liquidi e va incontro ad edema, con perdita di trasparenza e riduzione progressiva della funzionalità visiva.
Realizzato in materiale polimerico biocompatibile, EndoArt si presenta come un sottilissimo impianto perfettamente trasparente e flessibile. Contrariamente a quanto avviene nelle tecniche chirurgiche DMEK e DSAEK, il dispositivo va a sostituire l’endotelio corneale malato solo dal punto di vista funzionale e non anatomico: esso viene inserito nella camera anteriore dell’occhio e in seguito posizionato sulla superficie posteriore della cornea, dove agisce come una sorta di "barriera" che impedisce ai liquidi di penetrare nello stroma corneale, consentendo alla cornea di mantenere - o recuperare - la sua trasparenza. La chirurgia d’impianto è minimamente invasiva e permette un buon recupero del visus nei giorni e nelle settimane successive all’intervento.
EndoArt non contiene cellule, quindi non è un vero tessuto biologico, e questa è la sua forza: a differenza delle cornee da donatore umano - la cui disponibilità dipende dal numero di persone che esprimono la volontà di voler donare le proprie cornee dopo la morte, e che devono essere utilizzate entro tempi ben precisi - questo dispositivo viene prodotto industrialmente e può essere conservato per tempi lunghi, facilitandone la disponibilità e la facilità di distribuzione, e semplificando la pianificazione degli interventi. Inoltre, il fatto che EndoArt non derivi da donatori umani, rende il suo impianto privo di rischi di rigetto, una delle criticità più importanti in tutte le tecniche di trapianto.
I primi impianti di EndoArt sono stati eseguiti in Europa nella seconda metà degli anni 2010. I dati ottenuti dagli studi clinici hanno evidenziato un miglioramento significativo della trasparenza corneale e, di conseguenza, della funzionalità visiva, oltre a un buon profilo di sicurezza.
Le criticità principali dell’utilizzo di questo dispositivo risiedono nella necessità di un perfetto posizionamento del dispositivo stesso; nei casi in cui dovesse verificarsi una dislocazione è necessario eseguire un nuovo intervento.
Sono ancora in fase di raccolta i dati a lungo termine che permetteranno di comprendere con più precisione la durata e la stabilità di questi impianti.
Il trapianto di cornea da donatore umano resta oggi il trattamento di riferimento per le patologie corneali, soprattutto per i risultati visivi che può offrire. Tuttavia, i limiti ben noti di questa procedura (dipendenza dai donatori, tempi di attesa e rischio - seppur controllabile - di rigetto) rendono EndoArt capace di aprire scenari nuovi se non rivoluzionari nel trattamento delle patologie corneali.
Il dispositivo - che non nasce con l’intento di sostituire le tecniche chirurgiche DMEK e DSAEK, bensì di affiancarle - potrebbe rappresentare infatti una soluzione preziosa per tutti quei pazienti che non riescono ad accedere al trapianto.



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