Numero 26 del 2026
Titolo: Quando il gruppo sceglie il bersaglio
Autore: Maria Luisa Gargiulo
Articolo:
Bullismo, fragilità e responsabilità educative nell'età evolutiva
Marco ha tredici anni. È seduto in classe mentre gli altri ragazzi parlano tra loro prima dell'inizio della lezione. A un certo punto qualcuno imita il suo modo di muoversi. Un altro ride. Poi arriva una frase pronunciata abbastanza forte da farsi sentire da tutti: «Tanto lui non è capace». Qualcuno abbassa lo sguardo, qualcuno sorride, nessuno interviene.
Marco ride anche lui. O almeno ci prova.
È una scena semplice, quasi banale. E proprio per questo molto vicina a ciò che il bullismo è davvero nella vita quotidiana di molti bambini e adolescenti: non soltanto aggressioni evidenti, ma una esperienza di umiliazione, esclusione e perdita di valore davanti agli altri.
Il bullismo non nasce quasi mai all'improvviso
Quando si parla di bullismo si pensa spesso a ragazzi aggressivi e vittime fragili. In realtà il fenomeno è molto più complesso. Il bullismo è una dinamica relazionale che coinvolge il gruppo, i suoi equilibri, il bisogno di appartenenza e le gerarchie che si formano tra pari.
Molti episodi nascono dalla necessità di identificare qualcuno come «diverso», «debole» o semplicemente meno capace di difendersi. Colpire quella persona permette ad alcuni ragazzi di sentirsi più forti, più visibili o maggiormente integrati nel gruppo. Per questo il bullismo non riguarda soltanto chi aggredisce e chi subisce, ma anche tutti coloro che assistono senza intervenire.
Dal punto di vista psicologico, spesso il ragazzo che mette in atto comportamenti aggressivi non possiede una vera sicurezza personale. Al contrario, può utilizzare il dominio sugli altri per compensare fragilità, rabbia, bisogno di riconoscimento o difficoltà nella gestione delle emozioni. Naturalmente comprendere questi meccanismi non significa giustificare il comportamento, ma individuare modalità più efficaci per prevenirlo.
I dati raccolti negli ultimi anni da Istat e dagli osservatori scolastici mostrano come il fenomeno sia ampiamente diffuso in Italia. Molti adolescenti riferiscono di avere subito episodi di esclusione, prese in giro o aggressioni verbali. A questo si aggiunge il cyberbullismo, che rende l'umiliazione ancora più invasiva, perché la espone continuamente allo sguardo degli altri attraverso i social e le piattaforme digitali.
Quando la diversità diventa un bersaglio
Tra i ragazzi più esposti vi sono quelli con disabilità. Nel caso dei bambini e degli adolescenti con disabilità visiva, il rischio può aumentare quando alcune caratteristiche esteriori vengono trasformate in motivo di derisione o esclusione: una postura più ricurva, uno sguardo sfuggente, occhi chiusi o nascosti da occhiali scuri, modalità differenti di orientarsi nello spazio o di partecipare alle attività del gruppo.
Ma esiste anche una forma più silenziosa di discriminazione. Alcuni ragazzi non vengono apertamente insultati, ma vengono lasciati ai margini, esclusi dalle attività o trattati come eternamente «piccoli» e incapaci. È una modalità relazionale meno evidente, ma altrettanto dolorosa, perché comunica continuamente alla persona di non essere considerata parte del gruppo.
Nel corso della mia attività professionale mi è capitato di ascoltare giovani non vedenti raccontare episodi di bullismo che spesso erano stati poco compresi dagli adulti di riferimento. In alcuni casi assistenti o educatori, nel tentativo di proteggere il ragazzo, rispondevano con frasi come: «Lascia perdere», «Non ci pensare», «Sono stupidi, lasciali parlare». Apparentemente queste risposte cercano di rassicurare la vittima minimizzando ciò che è accaduto. In realtà rischiano di produrre l'effetto opposto: il ragazzo non si sente veramente compreso nel proprio disagio e soprattutto non riceve strumenti concreti per affrontare la situazione. Un bambino o un adolescente ha invece bisogno anche di essere aiutato a capire come rispondere, come gestire la relazione, come chiedere supporto, come affrontare realmente il conflitto interpersonale senza sentirsi completamente solo.
Cosa succede dal punto di vista psicologico
Le conseguenze psicologiche del bullismo possono essere profonde: perdita di autostima, ansia, ritiro sociale, difficoltà scolastiche, paura delle relazioni. Alcuni ragazzi iniziano a evitare gli ambienti sociali o a chiudersi progressivamente in sé stessi. E molto spesso non raccontano ciò che accade.
Questo silenzio nasce dalla vergogna, dalla paura di peggiorare la situazione o dalla convinzione che nessuno possa capire davvero. Per questo gli adulti devono imparare a osservare anche i segnali indiretti: cambiamenti improvvisi di umore, rifiuto della scuola, isolamento, tristezza persistente o sintomi fisici apparentemente immotivati.
Gli adulti possono fare la differenza
Una delle risposte più dannose è minimizzare. Dire a un ragazzo «sono cose che capitano» oppure «devi imparare a difenderti» rischia di aumentare il suo senso di solitudine. La prima necessità di una vittima di bullismo è sentirsi creduta e protetta.
Anche la scuola ha un ruolo decisivo. Punire il comportamento aggressivo è necessario, ma da solo non basta. Occorre lavorare sul clima relazionale della classe, sulla capacità empatica, sull'educazione emotiva e sul rispetto delle differenze. Il bullismo infatti è un fenomeno collettivo e richiede una risposta educativa collettiva.
Nel caso dei ragazzi con disabilità visiva, è importante sostenere psicologicamente la persona e dare strumenti come percorsi di autonomia personale nella scuola, la competenza tifloinformatica, la capacità di spostarsi con sicurezza e dignità attraverso corsi di orientamento, mobilità e tantissime occasioni di partecipazione sociale. Sentirsi competenti, capaci di muoversi negli spazi e nelle relazioni con maggiore sicurezza rappresenta un importante fattore di protezione psicologica. Questo non significa attribuire alla vittima la responsabilità di evitare il bullismo, ma aiutarla a costruire strumenti interiori e relazionali più solidi.
E poi esiste la responsabilità degli adulti come modello culturale. I ragazzi osservano continuamente il modo in cui gli adulti parlano della fragilità, della forza, della disabilità e delle differenze. Una società che ridicolizza il più debole o considera la vulnerabilità motivo di inferiorità prepara inevitabilmente il terreno al bullismo.
Qualche settimana dopo quella mattina in classe, Marco entra di nuovo nell'aula. Qualcuno prova a ripetere la stessa battuta. Questa volta però accade qualcosa di diverso. Un compagno dice semplicemente: «Basta». L'insegnante non finge di non vedere. E Marco non deve più ridere per forza insieme agli altri.
A volte il cambiamento comincia proprio così: nel momento in cui qualcuno decide di interrompere il silenzio del gruppo.
Maria Luisa Gargiulo