Numero 7-8 del 2026
Titolo: EDITORIALE- Dall'eccezionale all'ordinario
Autore: Linda Legname
Articolo:
Perché il riconoscimento dei diritti non può dipendere dall'essere straordinarie
A fine giugno, la nostra Unione insieme alle istituzioni a essa collegate, ha partecipato a ExpoAid a Rimini, un appuntamento che ha riunito tantissimi enti del Terzo settore che si occupano di disabilità. Circa 50 i panel con tantissimi relatori che hanno affrontato argomenti riguardanti la vita quotidiana delle persone con disabilità e le loro famiglie.
A me è toccato l’onore, e insieme l’onere, di rappresentare la nostra Unione con un intervento nel panel dedicato alle donne dal titolo "Donne con disabilità: difficoltà, storie di vita e successo".
Mi capita sempre di vivere con forte senso di responsabilità e con emozione i momenti nei quali sono chiamata a rappresentare la nostra Unione in un contesto pubblico.
Gli anni scorsi mi hanno insegnato che cosa significhi essere derisa ogni volta che parlavo in pubblico, per il mio accento orgogliosamente siciliano e per qualche parola che a volte scivola. Quell'esperienza mi ha ferito nel profondo, ma mi ha anche reso più forte. E in un panel dedicato alle donne, ho scelto di non lasciare spazio a nessun retropensiero.
Sono stata a lungo indecisa su come affrontare l’argomento, perché il rischio, in incontri come questo, è che ciascuna di noi racconti la propria battaglia vinta, il proprio ostacolo superato, e che alla fine il pubblico lasci la sala commosso, ma con l’impressione che il problema, in fondo, qualcuno lo stia già risolvendo.
Non è così.
Ho compiuto, pertanto, una scelta precisa: non raccontare la mia storia personale, né quella dell'Unione. Senza alcuna arroganza o pretesa ho chiesto e mi sono chiesta non che cosa abbiamo già fatto, ma che cosa manca ancora, e perché manca ancora.
Quando si parla di donne con disabilità, oscilliamo spesso tra due immagini molto forti: la donna vulnerabile, da proteggere, la donna straordinaria, da ammirare e applaudire.
In entrambe queste immagini, però, la persona reale tende a scomparire perché diventiamo ipervisibili come simbolo e invisibili come persone.
Non mi è parso utile parlare soltanto delle difficoltà, né solo delle cosiddette storie di successo. Ho preferito parlare del peso invisibile che sta nel mezzo: l’obbligo continuo di dimostrare il proprio valore a ogni costo. Una donna con disabilità non merita inclusione perché "brava", "forte", "resiliente", "straordinaria". Deve essere riconosciuta e apprezzata, invece, perché persona, cittadina, donna, portatrice di Diritti.
Il successo è importante, ma non può diventare la condizione per essere ascoltate. Non dovremmo essere credibili solo quando diventiamo un esempio positivo. Una donna con disabilità ha il diritto di essere riconosciuta anche nella normalità della propria vita. Soprattutto nella normalità, o meglio, nella pienezza della propria vita.
Penso a tutte le forme di "paternalismo gentile" educato, persino affettuoso: una discriminazione meno evidente, ma non per questo meno odiosa, che vive in frasi come "sei già stata bravissima" o "ti puoi accontentare". Parole apparentemente carezzevoli che però riducono lo spazio della scelta.
E vogliamo parlare della parola resilienza? Una parola molto amata, da usare, però, a mio avviso, con cautela. Certo, tante donne con disabilità sono resilienti. Ma la resilienza non può diventare l’alibi di una società che lascia intatte le barriere e poi applaude chi riesce a superarle.
Non possiamo continuare a celebrare la forza individuale, senza interrogarci sulla responsabilità collettiva.
Chissà quando una donna con disabilità potrà essere competente senza essere considerata miracolosa; fragile, senza essere ritenuta incapace; ambiziosa, senza essere giudicata eccessiva; autonoma, senza essere lasciata sola. Donna, semplicemente donna. Senza aggettivi che la riducano, pur esaltandone la forza di avercela fatta.
Forse è questa la sfida più grande: passare dal racconto del successo alla libertà di una vita piena. Non una vita eroica. Solo una vita scelta. Nella quale non vogliamo essere celebrate, ma consultate; ascoltate, non applaudite; protagoniste, non rappresentate. Insomma, non donne con disabilità da aiutare e nemmeno solo donne con disabilità eroiche. Donne con disabilità da riconoscere nella loro piena complessità, senza dover sottostare a quella specie di obbligo permanente dell’eccezionalità.
Le storie di successo rimangono importanti. Servono come esempio, aprono strade, dànno coraggio, alimentano immaginario collettivo. Ma non possiamo accettare che il successo diventi la condizione per ottenere riconoscimento.
Una donna con disabilità non merita l’apprezzamento pubblico perché è eccezionale, ma in quanto persona, cittadina, donna. Portatrice di diritti, desideri, contraddizioni, capacità, fragilità, ambizioni, limiti, come chiunque altro.
Nel caso delle donne cieche e ipovedenti, questo meccanismo è particolarmente evidente. La barriera non sta soltanto nel marciapiede occupato, nel documento non accessibile, nel sito che non funziona con lo screen reader, nella tecnologia progettata senza pensare all’accessibilità. La barriera è forse, soprattutto, nello sguardo sociale che troppo spesso decide prima di noi che cosa possiamo fare, dove possiamo andare, quanto possiamo essere autonome, madri, professioniste, dirigenti, compagne, cittadine, presenti nella vita pubblica.
Ogni giorno viviamo un divario di genere dentro un divario di disabilità. Una discriminazione al quadrato che per anni abbiamo raccontato con un'espressione che oggi voglio usare con cautela: "discriminazione multipla". Cautela perché temo sia diventata una formula elegante, capace di addomesticare quella rabbia che invece dovrebbe suscitare.
E a noi stesse, alle associazioni rivolgo un appello: evitiamo di lavorare per compartimenti stagni. Donne sorde, cieche, con disabilità motoria, con sclerosi multipla, con disabilità intellettiva. I nostri acronimi sono diversi, FISH, AISM, UICI, ANFFAS, ENS, ma il divario occupazionale, l'inaccessibilità dei servizi e l'esposizione alla violenza colpiscono tutte noi con la stessa intensità strutturale. Occorre un fronte comune di donne con disabilità, un tavolo permanente che assumerebbe un peso politico del tutto superiore a quello che le nostre associazioni, da sole, riescono oggi a esercitare.
Viviamo purtroppo in una contraddizione che trovo ogni giorno più difficile da tollerare. Siamo visibili quando qualcuno ha bisogno di ispirarsi. Quando si cerca la storia della donna che ce l'ha fatta, che ha vinto, che ha sorriso nonostante tutto. Siamo lì, nelle campagne di comunicazione, nei panel, nelle interviste. Ma quando si tratta di decidere, di sedere nei luoghi dove si scrivono le leggi, dove si allocano le risorse, dove si definiscono i servizi che influenzano la nostra vita, diventiamo molto meno visibili.
E c'è una differenza enorme tra essere rappresentata e rappresentarsi. Quante donne con disabilità vengono invitate in televisione per le loro competenze e non già per la loro storia di disabilità? Non per raccontare cosa hanno superato, ma piuttosto per dire cosa pensano di politica, economia, cultura, futuro.
Smettiamo magari di scrivere "nonostante la disabilità" nelle biografie, nelle presentazioni, negli articoli. Ogni volta che si scrive "Linda Legname, vicepresidente nazionale UICI, che nonostante la disabilità visiva ha raggiunto..." si sta dicendo, implicitamente, che la disabilità è un ostacolo da superare, un peso da portare, qualcosa di cui quasi scusarsi.
Io non desidero scusarmi. E non ho superato niente. Ho costruito. Con gli strumenti che avevo, in un mondo che non era progettato per me. Insieme ad altre persone straordinarie.
Le parole che usiamo diventano cultura. E la cultura, alla fine, produce la legge, i servizi, i comportamenti. Se vogliamo davvero un cambiamento, iniziamo da lì, da come raccontiamo e ci raccontiamo.
Concludo tornando al punto di partenza. Le storie di vita e di successo delle donne con disabilità sono vere, importanti, e meritano di essere raccontate. Ma da sole non bastano. Il nostro compito, da qui in avanti, non credo sia continuare a produrre eccezioni di successo. È riuscire a rendere ordinario quel che oggi è ancora eccezionale.