Numero 7-8 del 2026
Titolo: SPORT, TURISMO E TEMPO LIBERO- Come toccare un panorama?
Autore: Alessio Tommasoli
Articolo:
Intervista all'artista creatore di Follow the Shape
Dalla terrazza di Castel Sant'Elmo, Napoli si offre allo sguardo in tutta la sua complessità e splendore: il Golfo, il Vesuvio, il centro storico, il mare e le colline compongono un panorama tra i più iconici al mondo. Con Follow the Shape, Paolo Puddu, artista classe 1986, ha trasformato questa esperienza visiva in un'opera tattile, riproducendo in rilievo il profilo circolare dell'orizzonte osservabile dalla terrazza del castello. Un lavoro che invita ad esplorare il paesaggio attraverso il tatto, offrendo una nuova modalità di percezione e di relazione con la città.
In questo nuovo appuntamento della rubrica sul Turismo Accessibile, abbiamo incontrato l'artista per farci raccontare la genesi del progetto, il suo significato e il dialogo tra arte, spazio e inclusione che anima l'opera.
D. La sua opera "Follow the Shape" nasce in un luogo fortemente simbolico come Castel Sant’Elmo, affacciato su Napoli. Che cosa rappresenta per lei il paesaggio in questa opera? È solo qualcosa da guardare o anche qualcosa da attraversare, abitare, percepire?
R. L’opera nasce nell’ambito della V edizione del concorso "Un’opera per il castello", anno in cui il tema del concorso era "Uno sguardo altrove. Relazioni e incontri". Nello specifico, l’opera abita una zona periferica del museo, mimetizzandosi nell’architettura del castello e sostituendosi a un corrimano preesistente. Situata sull’affaccio al Golfo - quasi nel tentativo di rendere tangibile quella linea all’orizzonte - "Follow the Shape" diviene la voce narrante di ciò che è dinanzi, ma anche luogo d’incontro, spazio di coesistenza tra l’immagine e ciò che sfugge al campo del visibile. Riguardo al Paesaggio, trovo particolarmente pertinente una definizione che ci viene fornita da Gilles Clément nel suo testo "Giardini, paesaggio e genio naturale": "Paesaggio, secondo me, indica ciò che si trova alla portata del nostro sguardo. Per i non-vedenti, si tratta di ciò che si trova alla portata di tutti gli altri sensi. Alla domanda "che cos’è il paesaggio?", possiamo rispondere così: ciò che conserviamo nella memoria dopo aver smesso di guardare; ciò che conserviamo nella memoria dopo aver smesso di esercitare i nostri sensi all’interno di uno spazio investito dal corpo".
D. Il paesaggio di Napoli è stratificato, complesso, sonoro, vivo. In che modo la città entra nel suo lavoro? È sfondo o interlocutore?
R. Paragonerei questa città a un sismografo per la sua velocità di cambiamento e di adattamento. Questa sua mutevolezza è un’eco che riverbera quotidianamente nei corpi di chi la abita. Napoli non è solo un palcoscenico in cui le cose accadono: essa possiede una sua matericità morfologica e una peculiare fisicità, sia nel tessuto urbano sia in quello sociale; una plasticità che può essere percepita, manipolata, attraversata, hackerata. C’è una poeticità che nasce negli interstizi tra strategia e tattica, per utilizzare due termini molto cari a M. de Certeau.
D. L’accessibilità artistica è un obiettivo esplicito della nostra associazione. Ma la sua opera sembra andare oltre la semplice traduzione del panorama in qualcosa di tangibile. Qual è stata la sua intenzione nel crearla?
R. Più che parlare di intenzioni, preferirei parlare di intuizioni. In quel periodo rileggevo Memorie di cieco. L’autoritratto e altre rovine di Derrida, un testo pubblicato in occasione di una mostra che il Museo del Louvre aveva incaricato al filosofo di ideare utilizzando la ricchissima collezione del museo. Il percorso concepito dallo stesso fu costituito da una serie di immagini che avevano come soggetto i ciechi, sinonimo di quel buio come principio alla base del disegno. Parte delle riflessioni scaturite da quella lettura sono confluite in "Follow the Shape", materializzandosi in un’opera che si sviluppa orizzontalmente, per una lunghezza totale di circa 30 metri, invitando a una lettura polisemica, intrisa tanto di significato quanto di significante, dilatata nel tempo e nello spazio. Lungo questo percorso, come quella dei disegnatori descritti da Derrida, la mano si arrischia verso uno spazio ignoto, dove le regole grammaticali tendono ai limiti della leggibilità, dove fidarsi della sola narrazione potrebbe significare anche perdersi nella plasticità della sua ritmica, nel ricamo delle parole che, passo dopo passo, tendono a dissiparsi come quella linea all’orizzonte.
D. Pensa sia destinata soltanto a persone con disabilità visiva o crede che possa arricchire anche l’esperienza visiva di un visitatore normovedente?
R. "Nessuno escluso" come ci suggerisce un’opera degli artisti Bianco-Valente. All’interno del catalogo pubblicato per l’occasione del suddetto premio scrivevo: "penso al vento, per esempio, che non vediamo ma tocchiamo o alla linea dell’orizzonte, che al contrario vediamo ma non tocchiamo. Queste due ipotesi, che volendo potrebbero alludere all'illusorietà pittorica e alla tangibilità scultorea, si completano vicendevolmente senza che l'una escluda l’altra".
D. Arte contemporanea e accessibilità sembrano conciliarsi in virtù di un’esperienza artistica diventata ormai multisensoriale. La sua poetica asseconda questa apparente conciliazione?
R. La mia ricerca si muove attraverso azioni volte a disarticolare le configurazioni spaziali e a ri-significare gli spazi con cui sono chiamato a interfacciarmi. In qualità di artista, mi interessa interrogarmi sulle molteplici possibilità di intendere lo spazio e le diverse modalità attraverso cui possiamo farne esperienza. In questo senso l’arte può diventare un agitatore, capace di attivare ed espandere la percezione sensoriale e immaginativa: maggiori saranno i livelli percettivi, maggiori saranno le porte d’accesso.
D. Crede che l’invito a seguire la forma sia ancora valido nell’arte contemporanea, oppure il paesaggio, la natura in generale, siano ormai contenuti superati?
R. Non dimentichiamo che una forma può anche essere aperta. "Nel Paesaggio, ci ricorda M. Corajoud, non ci sono contorni netti: i confini si sfrangiano, si sottraggono, si sovrappongono per talvolta confondersi". Accogliere l’incertezza dei bordi trasforma il Paesaggio in un luogo di esplorazione e non più in uno spazio subordinato alla sola contemplazione. In tal senso, natura, esseri viventi e non viventi non sono più soltanto soggetti da rappresentare, bensì coautori con i quali generare nuove forme.