Numero 9 del 2026
Titolo: ATTUALITÀ- Il podcast: un vasto orizzonte di storie possibili
Autore: Jonathan Zenti
Articolo:
Con l'audio non si guardano immagini, ma si ascoltano immaginari
Quando ci si avvicina per la prima volta all'audio come linguaggio e mezzo espressivo, e quando, con il primo microfono e il primo registratore, dopo i primi esperimenti quasi infantili con il suono, si comincia ad acquisire un po' di consapevolezza delle potenzialità di quella forma di racconto, si attraversa quasi sempre una fase in cui si pensa: «Devo fare audio per i ciechi». Cioè usare quel mezzo e quel linguaggio per chi, privato del senso della vista, non può guardare le immagini. Immagini che, invece, finiscono per occupare - e in qualche modo inquinare - il panorama sensoriale di chi la vista ce l'ha, più o meno funzionante. Quella di sentire di voler fare audio per chi è cieco è un'epifania acerba, cruda, ma al tempo stesso è anche un sintomo autentico di vitalità. È un'esclamazione che ci dice che siamo ancora molto lontani dal "saper fare", ma che siamo comunque sul sentiero giusto. È capitato a tutti i miei colleghi, perlomeno a quelli che stimo e di cui ammiro le capacità e la vocazione artistica, ed è capitato anche a me. Erano i primi anni 2000, avevo già lavorato come assistente alla regia di un programma radiofonico per qualche anno, ma erano i primi periodi in cui cercavo di fare qualcosa di mio. Di scriverlo, registrarlo, produrlo e farlo sentire al mondo. Ero immerso in un brodo primordiale fatto di ambizione, ascolto e ricalco: passavo le giornate ad ascoltare tutto quello che trovavo e che mi sembrava interessante e provavo a rifarlo, a modo mio. Su un blog che non potrò mai più ritrovare cominciai ad ascoltare una sorta di articolo accompagnato da dei file audio. Il podcast non era ancora diffuso ma già da qualche anno alcuni pionieri sperimentavano forme di distribuzione digitale, come blog con dei player audio. Era un articolo che raccontava la vita di tutti i giorni di un fonico, a memoria un fonico che si occupava di musica, di cui però non ricordo il nome, che era cieco. Si alternavano pezzi scritti e poi dei file audio con la registrazione di momenti di vita spiegati e raccontati dal protagonista. E mi ricordo esattamente di questo file in cui il fonico camminava con il bastone, e si sentivano i colpi di bastone, e spiegava che dava i colpi per terra per capire quali erano gli ostacoli dalle rifrazioni del suono, cioè ricostruiva l'ambiente in cui si muoveva da come i colpi del suo bastone rimbalzavano sulle superfici. Io avevo sempre pensato, guardando le persone cieche camminare, che quel bastone servisse per scoprire gli ostacoli colpendoli direttamente. Non avevo mai pensato ai "ricochet", ai rimbalzi. Riascoltai quel file molte volte, e di ascolto in ascolto la scena davanti a me si faceva sempre più chiara: una strada con un grande marciapiede, le auto distanti, un bastone bianco con la punta rossa. E tutto il resto era grigio chiaro quasi bianco. Erano grigie chiare le facciate dei palazzi, era grigio chiaro l'asfalto, erano grigi chiari anche gli alberi ai bordi del marciapiede. Era un'immagine molto nitida, che non avevo però mai visto, o perlomeno, non con gli occhi. Cioè non c'ero mai stato in quella strada con quel fonico a guardare cosa faceva con il suo bastone. Eppure, potevo vedere tutto. Era, anche quell'immagine, un rimbalzo sensoriale.
Il podcast, che si festeggia ogni anno il 30 settembre con una giornata internazionale dedicata, è nato come uno strumento di distribuzione di contenuti audio. Per quasi ottant'anni, tutto quello che di sonoro si poteva creare che non fosse musica, veniva trasmesso dalla radio, con qualche rara eccezione di pubblicazioni in vinile nel secondo dopoguerra. L'arrivo di internet ha espanso la possibilità di pubblicare qualsiasi cosa e tra varie tecnologie possibili per far circolare dei file audio, ha vinto il "podcasting". Il podcast non è un genere, non è un formato. È solo un modo di trasmettere. La forma espressiva è quella dell'audio, che può diventare un documentario, un dramma, poesia, esplorazione, può avere diverse forme. Quando queste forme vengono realizzate al loro meglio, rendono evidente qual è l'enorme potenziale di questo linguaggio, che è lo stesso che fa scattare quell'ingenua intuizione di voler fare audio per le persone che non hanno accesso alla vista: con l'audio non si guardano immagini, ma si ascoltano immaginari. La pressione acustica emessa da un file audio esce dalle casse e vibra sulla pelle, entra dalle orecchie e si insinua all'interno del nostro corpo alla ricerca di immagini che abbiamo già dentro di noi. Le tira fuori, anche quelle dimenticate, le mescola, le adatta, le cambia, e ce le ripropone in una nuova veste, inaspettata. Ogni suono oggettivo può prendere una forma soggettiva, diversa per ognuno di noi. Per cui, quando ascoltavo quel file in cui un fonico cieco spiegava come usava i rimbalzi acustici del bastone per ricostruire lo spazio attorno a sé, io ho iniziato a ricostruire quella strada secondo il mio immaginario, partendo da elementi che erano dentro di me e che potevo ricostruire. Era nel mio immaginario che la punta di quel bastone diventava rossa, fendendo un paesaggio grigio chiaro quasi bianco. Ma al tempo stesso, quello stesso paesaggio era diverso per chi stava raccontando, per chi stava registrando e per le altre centinaia di persone che poi devono aver ascoltato, come me, quelle registrazioni.
È anche per questo che l'audio è, come si dice nel settore, "il mezzo delle relazioni". Perché mentre le immagini sono fisse, con tutti gli elementi separati gli uni dagli altri (anche quando le immagini sono in movimento sono, al loro interno, "fisse"), nell'immaginario gli elementi, per esistere, devono entrare in relazione tra loro. Una relazione multisensoriale: un albero diventa rumore, prende un odore, un colore e una consistenza. E gli elementi di un immaginario devono parlarsi tra loro per potersi conoscere e potersi costruire. È nella costruzione di questo immaginario che si inserisce quello che viene chiamato "sound design", ovvero la capacità di progettare gli elementi dell'immaginario e come questi elementi dialogano tra loro. Spesso si parla di sound design in un'ottica di "abbondanza": c'è sound design quando c'è un sovraccarico di suoni e di musiche. Ma per creare quell'immaginario che cerchiamo servono invece delle scelte. Decidere cosa tenere e cosa lasciare, giocare con le pause, il ritmo, le sfumature e, soprattutto, con i silenzi. Scegliere cosa togliere, oltre che cosa mettere. Non è necessaria l'abbondanza, è necessaria la coerenza. Il dialogo tra gli elementi.
Oggi la distribuzione online dei contenuti audio, con il podcast, ha un potenziale enorme. E c'è un vasto orizzonte di storie possibili, di racconti, di viaggi sonori da comporre. Di immaginari personali e collettivi a cui dare una forma. In modo che ognuno, partendo da dentro di sé, possa andare oltre quello che si vuole o che si può vedere, e possa cominciare finalmente a immaginare.