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Corriere dei Ciechi

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Numero 9 del 2026

Titolo: ATTUALITÀ- Il diritto alla visione: oltre le barriere del cinema

Autore: Federico Pontiggia


Articolo:
In occasione del Festival del Cinema di Venezia, riflessioni sull'accessibilità cinematografica

Al buio, vicino - a volte - a uno sconosciuto, a condividere la stessa emozione: se non è sesso, è cinema. Arte industriale senza eguali, sin dalle origini ha richiesto due condizioni: la sospensione dell'incredulità e la concessione all'empatia. Vissuti, estrazioni, sensibilità differenti in sala trovano sintesi di senso: ma anche di sensi?
Per milioni di persone con disabilità visive o uditive, questo spazio di naturale condivisione è rimaneggiato e interdetto. Oggi meno di ieri, e - non si spera, si deve - meno di domani.
La battaglia per la piena fruizione, per la più vasta inclusione è una battaglia umana, che convoca la giustizia sociale e al contempo ciascun individuo: altrimenti il cinema, la Settima Arte si deprime e parcellizza nel privilegio, nella diseguaglianza tra chi può essere spettatore e chi no. Senza avere, si capisce, alcuna scelta in capitolo. È un diritto culturale e universale, che chiama a un dovere, quello di abbattere iniquità e inibizione.
Laddove si affronti il tema dell'accessibilità nel contesto cinematografico, esercizio e festival parimenti, per prime si appalesano le barriere architettoniche: è un riflesso persino incondizionato, e non viene per nuocere, anzi.
Scale e gradini sprovvisti di rampe, ascensori fuori servizio permanente effettivo, uscite di sicurezza, nel migliore dei casi, inaccessibili, posti riservati alle persone in sedia a rotelle relegati nelle prime file, con ricadute(in)sensibili sulla visione del film stesso: criticità che mettono a repentaglio, e più, il libero accesso all'offerta cinematografica.
Ma non sono esaustive, non sono le sole: per le persone sorde, ipouditive, cieche o ipovedenti lo stato dell'arte ha in serbo un brutto film, giacché a quelle architettoniche per loro si aggiungono le barriere sensoriali, ovvero - la ricorrenza dell'aggettivo è indiziaria, di più, colpevole - culturali.
Che fare? Intanto, che cosa non fare: un film proiettato senza audiodescrizione (AD) o sottotitolazione per sordi (SDH), esclude una parte consistente del pubblico potenziale. Il pericolo, ovvero la perniciosa inadempienza, è segnalato, anche dibattuto, ma la contezza non è condizione necessaria e sufficiente per la soluzione.
Il panorama festivaliero è recipiente, ancorché ambivalente: protocolli di accessibilità, audiodescrizione, sottotitolazioni speciali, interpretariato in lingua dei segni (LIS) sono progressivamente adottati con esiti alterni, ma apprezzabili. C'è di più.
Premesso che nel novero l'informazione e la promozione sono fondamentali e funzionali al progresso, siffatte misure rivolte alle persone sorde, ipouditive, cieche o ipovedenti scontano qui e ora un problema infido: più che implementate, sono annunciate, ovvero utilizzate per lavarsi - washing, come si dice oggi... - la coscienza e fare bella figura.
Il cinema stesso ci aiuta a commentare questa tendenza o, meglio, andazzo: potete mutuare il "Com'è umano lei!" di Paolo Villaggio in Fracchia la belva umana (1981), per stigmatizzare l'attitudine pietistica sovente sottesa a tali provvedimenti, oppure ricorrere al "Non lo famo, ma lo dimo" della (fuori)serie Boris, per additare il carattere annunciatorio e, appunto, promozionale degli stessi.
Correlato e disposto, c'è il criterio della straordinarietà di questi interventi a uso civile, anziché l'auspicabile norma, ossia la loro eventizzazione: li si declama, a mezzo stampa, ci si dà una pacca sulla spalla con diffuso (auto)compiacimento, e a posto così.
Ma in un mondo che si rispetti, ovvero che rispetti, l'adozione di questi interventi avrebbe la stessa necessarietà, la medesima legittimità, l'analoga desiderabilità dell'happy ending nel cinema classico hollywoodiano, vale a dire sarebbe un buon inizio, di più, il buon inizio. L'Intelligenza Artificiale può certamente, già lo fa, soccorrere un audiovisivo ancora scarsamente inclusivo, applicazioni per smartphone e tablet quali Movie Reading o Greta & Starks adiuvano alla piena cittadinanza spettatoriale, e dunque residenza democratica, delle persone con disabilità visive o uditive, ma la strada da fare - proverbialmente ma non meno dolosamente - è ancora lunga.
Tanto nella produzione - molte società non mettono a bilancio la realizzazione delle tracce di audiodescrizione e/o dei sottotitoli per sordi in fase di post-produzione - che nell'esercizio - numerose sale non dispongono di adeguate infrastrutture di trasmissione né formano ad hoc il personale.
Per tornare, e concludere, alla Hollywood classica, ne La vita è meravigliosa, indimenticato capolavoro di Frank Capra del 1946, il protagonista George (James Stewart) dichiara che "In amore tutto è permesso". È una bella e condivisibile battuta, lo sarebbe anche di più con l'audiodescrizione e i sottotitoli per sordi: a quando "In sala tutto è permesso"?



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