Numero 9 del 2026
Titolo: ARTE E CULTURA- Una vita di note
Autore: Guido Festinese
Articolo:
Il 23 settembre nasceva Ray Charles, "The Genius"
"Non si finisce mai di imparare", recita testuale una frase che forse è anche luogo comune, ma conserva comunque un fondo di verità. Dimostrato peraltro dalla scienza moderna: quando si perde lo stimolo della curiosità verso quanto non conosciamo, ci si chiude a riccio in se stessi, credendo così di preservare chissà quali universi di buona identità a difendersi dal mondo. E finendo paradossalmente per escluderlo, il mondo, e impoverirsi.
Questa frase m'è venuta in mente quando mi è stato proposto di scrivere questo pezzo per Il Corriere dei Ciechi, e m'è venuta in mente immediatamente. Non molto tempo fa stavo lavorando, come mio solito, alla recensione della ristampa di un gran bel disco sparito per decenni, e per vicende bizzarre: si tratta di Falling in Love Is Beautiful. Era successo che il bel disco di Jimmy Scott, vocalist speciale, era scomparso dai negozi per una oziosa querelle legale appena un mese dopo la pubblicazione, nel 1963.
Come sempre succede, quando ascolto un disco, in ristampa o d'attualità che sia, cerco sempre di verificare se esistano all'interno note curate da qualche specialista, o comunque dati aggiuntivi che possano contribuire a meglio inquadrare quel lavoro. Certo, le orecchie del recensore, gli studi, le letture, l'esperienza e la pratica quotidiana devono fare gran parte del lavoro, ma qualche indizio esplicativo aiuta, eccome.
E allora: succede che, un po' nelle note di retro copertina curate da Rick Ward, un po' approfondendo per conto mio la storia, salta fuori che Jimmy Scott, l'omino con la voce d'angelo androgina affetto dalla sindrome di Kallman, era stato aiutato fattivamente da Ray Charles. Che aveva scelto proprio il disco di Scott per inaugurare una sua etichetta, la Tangerine.
Ennesimo e misconosciuto episodio della grandezza di Ray, gestire un'etichetta ed esserne il direttore artistico, ed affidare la prima uscita a un'altra persona gravata da un handicap. Non contento, Ray Charles aveva pure suonato il piano da par suo nel disco di Scott, con i sontuosi arrangiamenti degli arrangiatori che Charles si portava in studio, Gerald Wilson e Marty Paich.
È solo un episodio, ma rende ulteriore merito alla grandezza della figura di Ray Charles.
Sono riuscito ad assistere a un suo concerto solo una volta, nella mia vita di cronista musicale e critico, nel tempio della dolce vita ligure che fu, il Covo di Nord Est di Santa Margherita. Credo fossero gli anni '80 dello scorso secolo. Per il formidabile pianista e vocalist cieco, non a caso poi definito "The Genius", si trattava solo di una delle innumerevoli esibizioni nella sua vita trafelata e infittita di impegni, a me venne in mente invece che Ray Charles (come succede con i veri grandi della musica), visto sul palco a pochi metri, dava l'impressione di suonare e cantare come se fosse l'ultima volta che poteva farlo: con un impeto e una generosità senza pari, e il celebre sorriso largo e accattivante perennemente stampato sulla faccia.
Bella lezione di vita. Quella vita che non era stata certo sempre generosa con lui. Era nato il 23 settembre del 1930 ad Albany, Georgia, stato segnato profondamente dal veleno razzista del segregazionismo. E sul quale stava per abbattersi, oltre tutto, la tempesta economica del crollo di Wall Street, col suo seguito straziante di disoccupazione e miseria. Ci si era messo di mezzo pure il destino, con lui, diventato gradualmente cieco tra i cinque e i sette anni per un glaucoma o, più probabilmente, per un'infezione non curata, e non certo per scelta, ma per miseria. Il bambino, però, da subito lascia intuire determinazione e un carattere di ferro. Sua madre riesce ad iscriverlo alla Scuola di Sant'Agostino per ciechi e sordi in Florida, con mille sacrifici di donna povera e nera.
Lui ripaga apprendendo a scrivere e leggere la musica in braille con particolare abilità, e mostrando subito un talento speciale per gli ottantotto tasti del pianoforte e la matematica.
La musica, anzi, è anche matematica, nei rapporti che legano le note fra loro, negli intervalli, negli armonici, nell'intero architrave dell'armonia. Il giovanissimo Ray Charles lo intuisce subito. Ma sa anche, a proposito della sua disabilità, come ha dichiarato una volta, che "Quando sono uscito da quella porta ho camminato da solo nel buio".
E dunque: la disciplina nell'apprendimento, una memoria musicale prodigiosa, il saper incamerare, come una spugna vorace assetata di vita e di arte, tutti gli stili musicali che gli brulicavano attorno, da ragazzo, quindi negli anni Quaranta, stili che sentiva alla radio, dai compagni di corso e dagli insegnanti, ai concerti, dai dischi consumati con inesausta curiosità.
Era un momento decisivo per le sorti delle note afroamericane, e il giovane Ray Charles le incamera progressivamente tutte: il blues, il nascente jump 'n' blues o rhythm and blues, antenati diretti del rock and roll, il gospel e lo spiritual, il jazz delle big band rombanti ma raffinatissime e quello dei "combo" i piccoli organici, la soul music, la country music e il country & western queste ultime a torto ritenute solo "musica da bianchi", quando tutti i musicisti della popular music di allora suonavano e apprezzavano un po' tutto.
Ray Charles, il Genio, le fa reagire tutte alchemicamente, creando una miscela sonora unica speziata e saggia, rinvigorita da un uso magistrale del piano e dell'organo hammond, che si porta dietro ricordi di musica sacra e fiotti di sudore assai profani. Poi perfezionando anche uno stile vocale fatto di sorridente potenza, a domare il mare flessuoso delle note che gli scorrono sotto le dita.
Il resto, e fino al 2004 quando muore, è storia che appartiene, per molti versi, anche alla leggenda della grande musica che il tempo non scalfirà mai, dalle prime incisioni del '49: parliamo di brani come Georgia On My Mind, What I'd say, Hit The Road Jack, Unchain My Heart. Gli hanno dedicato anche un bel film, a Ray: ma il vero spettacolo è stata la sua vita di note, per tutti.