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Corriere dei Ciechi

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Numero 9 del 2026

Titolo: SALUTE E BENESSERE- Il rientro che non abbiamo scelto

Autore: Gennaro Romagnoli


Articolo:
Perché tornare al lavoro pesa spesso più del lavoro stesso, e cosa c'entra il potere di decidere

C'è un momento preciso in cui le vacanze finiscono: la sera prima del rientro. La respirazione si fa corta, lo stomaco si stringe e un malumore sottile si posa sulle spalle. Se ti ci ritrovi, sappi che non c'è niente di sbagliato in te. Questa sensazione non dipende dalla pigrizia né solo dalla quantità di lavoro che ci aspetta, ma da quanto controllo sentiamo di avere su ciò che stiamo per fare.
Non è pigrizia, e non è solo il lavoro. Quando ci sentiamo svuotati al rientro, tendiamo ad incolpare i ritmi o noi stessi. Tuttavia, durante le ferie affrontiamo spesso fatiche fisiche enormi (viaggi lunghi, camminate, valigie), che però viviamo come una stanchezza "buona". Perché? Perché quelle attività le abbiamo scelte noi. Qui entra in gioco l'agency: la sensazione di essere autori di ciò che accade nella nostra vita e di poter agire sul mondo, anziché subire passivamente decisioni altrui.
La variabile nascosta: il controllo. Per anni si è pensato che lo stress fosse legato esclusivamente al carico di lavoro. Alla fine degli anni '70, Robert Karasek dimostrò che a logorare davvero non sono le richieste elevate in sé, ma la combinazione tra alte richieste e scarso margine decisionale (decision latitude). Quando c'è molto da fare e nessuna voce in capitolo, si genera uno strain che produce ansia e stanchezza cronica. A conferma di ciò, i celebri studi Whitehall condotti da Michael Marmot su migliaia di dipendenti pubblici britannici rivelarono che a soffrire maggiormente di problemi cardiaci e stress non erano i vertici, ma chi occupava i livelli gerarchici più bassi, dove il margine di controllo era minimo.
In vacanza riassaporiamo l'autorialità: scegliamo quando svegliarci, cosa fare e come gestire il tempo. Il rientro viene vissuto dal corpo come un ritiro improvviso di questa libertà, simile a un piccolo lutto. Inoltre, il cambio di routine richiede un forte intervento dei nostri processi di controllo esecutivo per riattivare gli automatismi, un'operazione cognitivamente costosa che genera ulteriore affaticamento. C'è poi una cosa importante da ricordare: il controllo che sentiamo di avere non dipende soltanto da noi, ma anche da come sono costruiti gli ambienti in cui viviamo. Quando strumenti, spazi o procedure non sono pienamente accessibili, una parte dell'autonomia che altrove daremmo per scontata deve essere continuamente riconquistata. Per questo l'accessibilità non è soltanto una questione pratica: significa anche poter esercitare più liberamente le proprie scelte.
Di fronte alla perdita di controllo, l'istinto è quello di stringere, programmando tutto e cercando di sopprimere le emozioni negative. E soprattutto (questa è la parte insidiosa), cerchiamo di controllare le nostre stesse emozioni. Ci diciamo: "Non dovrei sentirmi così", "Basta con questo malumore, è ridicolo", "Devo solo stringere i denti e reggere". Trattiamo il magone della domenica sera come un nemico da sconfiggere a forza di volontà.
Ma, come dimostrano gli studi di Daniel Wegner, cercare di non pensare a qualcosa (o di non provare ansia) produce l'effetto opposto. L'alternativa è qualcosa che chiamo il gioco delle sensazioni, ed è mutuato da una lunga tradizione: si tratta di quella qualità che tecnicamente definiamo equanimità. Consiste nel trattare ciò che sorge dentro di noi (piacevole o spiacevole che sia) allo stesso modo, come un fenomeno che passa, senza aggrapparcisi e senza combatterlo. Applicato al rientro, significa questo: la domenica sera arriva quel nodo allo stomaco? Bene. Non è un errore da correggere, non è un segnale che qualcosa in te non funziona. È solo il tuo corpo che registra un cambiamento. Puoi accoglierlo, notarlo, lasciarlo essere lì, senza aggiungere alla sensazione anche la fatica di doverla combattere.
Studi sperimentali confermano che rietichettare i segnali dello stress (il cuore che batte, il respiro corto) come energia che il corpo prepara per affrontare una sfida riduce l'impatto negativo dello stress stesso.
L'antidoto allo stress da rientro non è un controllo rigido, ma il recupero della propria autorialità attraverso opportunità di scelta. Ecco il paradosso liberatorio: non fermi l'onda del rientro. Non puoi. L'onda arriva, con il suo carico di sveglie e scadenze e caselle di posta traboccanti, e non c'è verso di deviarla. Ma puoi imparare a starci in piedi sopra. Puoi imparare a surfarla. E, come ogni surfista sa, il segreto non è irrigidirsi contro l'acqua: è trovare l'equilibrio dentro il movimento.
Poi c'è tutta la partita dei piccoli margini quotidiani, ed è più grande di quanto pensiamo. Molto spesso non possiamo scegliere cosa fare (quello lo decide il lavoro, il capo, l'organizzazione). Ma quasi sempre possiamo scegliere qualcosa sul come, sul quando, sull'ordine. Da che compito parti la mattina. Se ti concedi cinque minuti tuoi prima di aprire la casella di posta. Come organizzi la tua scrivania, la tua pausa, il tuo tragitto. Sono briciole di controllo, d'accordo. Ma sono esattamente la "decision latitude" di cui parlava Karasek, e ricordi cosa ci ha insegnato: è proprio quel margine, anche piccolo, a fare la differenza tra un carico che ci logora e uno che riusciamo a reggere. Reclamare i piccoli margini là dove esistono non è un ripiego: è la sostanza stessa del benessere lavorativo. E vale ancora di più, non di meno, per chi si trova in contesti dove buona parte dell'ambiente è già imposta dall'esterno: lì ogni scelta riconquistata pesa il doppio.
C'è infine una scelta che possiamo fare sempre, in ogni circostanza, ed è forse la più potente di tutte: la scelta della cornice. Possiamo vivere il rientro come qualcosa che ci viene fatto, oppure come qualcosa che stiamo facendo. Sembra una sfumatura da poco, e invece cambia l'esperienza dalla radice. Perfino il gesto minimo di dirti "sto scegliendo di tornare, e questo è il motivo vero per cui lo faccio" restituisce autorialità. Non stai negando la fatica. Stai solo riprendendo in mano il timone.
E qui torna la mia parola preferita, quella da cui è nato il mio primo libro: facci caso. Una parte della sofferenza del rientro nasce anche dal modo in cui la mente anticipa il futuro. La domenica sera stai già vivendo, in anticipo, tutta la settimana che verrà: il lunedì, il martedì, la riunione di giovedì, il carico di venerdì. Ti stai stancando per giornate che ancora non esistono. La nostra mente è una macchina del tempo che ci porta di continuo nel passato che rimpiangiamo o nel futuro che temiamo, e quasi mai nel qui e ora, dove, manco a farlo apposta, di solito le cose sono molto più gestibili di come le anticipiamo. Riportare l'attenzione al corpo, al presente, a ciò che sta effettivamente accadendo adesso, è uno degli antidoti più semplici e più sottovalutati. Il lunedì mattina, quando arriverà, sarà una cosa sola alla volta. Non tutta la settimana insieme. Solo il primo caffè. Solo la prima mail. Solo il primo respiro. Manca un ultimo tassello, e per me è tutt'altro che secondario, perché tocca il tema che attraversa tutto il mio lavoro da anni. Fin qui abbiamo parlato del rientro come di una faccenda individuale, tra noi e le nostre giornate. Ma non è così. Il rientro pesa in modo profondamente diverso a seconda del contesto umano in cui avviene.
Gli stessi studi di cui abbiamo parlato lo confermano e si è scoperto che la condizione peggiore in assoluto (quella che gli studiosi hanno chiamato isostrain) è la combinazione di tante richieste, poco controllo e, per giunta, poco sostegno. Al contrario, sentirsi accolti, sostenuti, parte di un gruppo, alleggerisce il carico in modo notevole. Non elimina la fatica del rientro, ma la rende umana, condivisibile, sopportabile. La capacità di entrare davvero in relazione con gli altri non è un accessorio della nostra vita: è la nostra vera forza, quella che ci ha fatti sopravvivere come specie. E vale anche per una cosa apparentemente piccola come il ritorno dalle vacanze. Nel rientro possiamo scegliere non solo come stare noi, ma anche come esserci per gli altri. Perché quasi tutti, intorno a noi, stanno vivendo la stessa fatica, solo che non lo dicono. E, curiosamente, prendersi cura del rientro degli altri è uno dei modi più efficaci per addolcire il proprio.
Quello che cambia non è il fuori. È il dentro. È la sensazione di autorialità che porti dentro quelle stesse giornate. Perché il peso del rientro non dipende soltanto da ciò che dobbiamo fare. Dipende anche da quanto sentiamo di avere ancora voce in capitolo mentre lo facciamo. E la sensazione di aver scelto non è una condizione che ci viene concessa dall'esterno: è qualcosa che possiamo ricostruire attivamente, un gesto vero alla volta. Non si tratta di controllare la propria vita (quello, l'abbiamo capito, è la trappola). Si tratta di tornare autori delle proprie giornate. Non fermi l'onda: impari a restarci in piedi sopra. E scoprirai, con un po' di pratica, che si può tornare al lavoro senza tornare passeggeri. Facci caso. Il primo lunedì, quando arriverà, sarà una cosa sola alla volta. E quella cosa, in qualche piccola misura, puoi ancora sceglierla tu.

BOX
Esercizi per il rientro
Le tre decisioni
Ogni sera, prima di dormire, ripensa alla tua giornata e individua tre decisioni che hai preso tu, volontariamente. Annotale con la loro piccola motivazione. Non devono essere grandi scelte esistenziali, anzi: funzionano molto meglio quelle piccole e quotidiane. "Ho deciso di fermarmi al bar prima di entrare al lavoro." "Ho scelto di dire di no a quell'impegno del weekend." "Ho deciso di fare quella telefonata che rimandavo." Man mano che ripeti l'esercizio, ti accorgerai di due cose: che le decisioni che prendi ogni giorno sono molte più di quante credevi, e che pian piano inizierai a prenderle con più intenzionalità. Non è un modo per sentirti bravo. È un modo per riaccendere, sera dopo sera, la sensazione di avere potere sulla tua vita. Questo esercizio è particolarmente prezioso proprio nella fase del rientro, perché agisce esattamente sulla ferita giusta. Il rientro ci fa sentire passeggeri; le tre decisioni ci ricordano, ogni sera, che passeggeri non lo siamo mai del tutto.
La catena dei perché
Prendi il tuo lavoro, o anche solo l'aspetto del rientro che più ti pesa, e chiediti: "Perché, in fondo, è importante per me?" Trovata la prima risposta, non fermarti: chiediti di nuovo "e perché questo è importante?". Fallo almeno tre volte di seguito. Per esempio: torno al lavoro → perché mi serve lo stipendio → perché con quello mantengo la mia autonomia → perché la libertà di non dipendere da nessuno è una cosa a cui tengo davvero. Ecco che, in fondo alla catena, non c'è più un peso imposto: c'è un tuo valore. La libertà, la famiglia, il contributo che dai agli altri, la competenza che ti rende fiero. Quando trovi il valore che sta sotto il compito, il compito smette di essere solo una cosa che ti viene fatta, e torna a essere, almeno in parte, una cosa che scegli. Non è soltanto un esercizio retorico: diversi filoni di ricerca mostrano che riconnettersi consapevolmente a ciò che per noi ha valore può influenzare il modo in cui affrontiamo situazioni impegnative. I valori funzionano come una bussola: quando le distrazioni si fanno molte e fatichiamo a orientarci, sono loro a indicarci la direzione. E riconnettere una giornata di lavoro faticosa a un valore che ci sta a cuore è uno dei modi più efficaci per trasformarla da subìta a scelta.



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