Numero 11 del 2026
Titolo: EDITORIALE- La paura che ci cambia
Autore: Linda Legname
Articolo:
Tra paura e diffidenza, il valore della fiducia e della libertà
Viviamo giorni segnati da tanti episodi che direttamente e indirettamente tendono a influenzare la nostra vita quotidiana, la crescita dei nostri figli, i nostri pensieri, le abitudini, il modo di affrontare le situazioni, di pensare e perfino di guardarci negli occhi. Non parlo soltanto della paura della violenza o delle guerre. Penso a quella più silenziosa, che si insinua nelle nostre relazioni, alimenta la diffidenza e, poco alla volta, ci sottrae la libertà di essere noi stessi.
Paura, per esempio, di esprimere un'opinione, di affrontare apertamente temi delicati come la maternità, la religione, la politica, la diversità. Temiamo di essere sistematicamente giudicati, fraintesi, etichettati. Come se ogni pensiero, idea, opinione, debbano necessariamente collocarci da una parte o dall'altra, come se siano state cancellate le sfumature, non debbano esistere più i dubbi, sia stato abrogato il diritto sacrosanto di cambiare idea.
E così finiamo per scegliere il silenzio, non per mancanza di argomenti o convinzioni, ma proprio per evitare di essere etichettati, per non finire dalla parte sbagliata di una discussione che di discussione, purtroppo, ormai conserva ben poco.
Non temiamo il naturale disaccordo, bensì la condanna. E così, un po' alla volta, ci convinciamo che, in fondo, è meglio lasciar perdere e distrarci con il solito cellulare!
Abbiamo, così, non soltanto la paura di camminare per strada, di attraversare una piazza, uscire da soli la sera o frequentare luoghi poco raccomandabili. Abbiamo anche una paura che cresce nelle relazioni quotidiane, dove qualcosa è cambiato davvero.
Abbiamo cominciato a guardare con sospetto il vicino di casa, il collega, lo sconosciuto in autobus. Eppure, spesso, la diffidenza non nasce da esperienze dirette, ma è figlia del sentito dire, del racconto di episodi sempre più frequenti, delle notizie di cronaca che ci inseguono di continuo, si ripetono, magari ingigantite o addirittura perfino inventate e, tuttavia, efficaci a instillare in noi un velenoso senso di inquietudine.
Mi chiedo, a volte, quando abbiamo cominciato a guardarci con tanto sospetto e crescente diffidenza, quando il confronto si è mutato in scontro, la diversità in una ragione per diffidare.
Ricordo, da bambina, le lunghe tavolate e le discussioni degli adulti su sport, politica, cultura... Ognuno manifestava il proprio punto di vista, anche con passione, ma senza sentire il bisogno di prevaricare, offendere o sminuire quello degli altri. Durante gli anni della scuola e dell'università ho partecipato a proteste e scioperi studenteschi per problemi della scuola e della società che ritenevo importantissimi. Da studentessa ho sostenuto i lavoratori del petrolchimico della mia città, ho manifestato in favore della legalità, della sicurezza di una comunità allora insanguinata dagli omicidi di mafia. Ho pianto, mi sono arrabbiata, ho provato un senso di impotenza smisurato per le morti dei giudici Falcone e Borsellino.
Mai, tuttavia, - e dico mai, - ho provato davvero paura. Oggi, purtroppo, sì. Non perché siano venute meno le mie convinzioni, ma perché avverto una crescente difficoltà a riconoscerci come persone naturalmente diverse, ad accettare il confronto senza trasformarlo in ostilità, a vivere le differenze senza considerarle una minaccia.
Nel parlare della libertà di ogni persona, il mio pensiero corre inevitabilmente anche alla disabilità, per il ruolo che ricopro, per l'impegno che da anni cerco di onorare, ma anche perché è parte della mia vita, del mio modo di stare al mondo.
Essere una persona cieca o ipovedente non impedisce di compiere scelte, muoversi, assumersi responsabilità, conoscere persone, affrontare imprevisti. Si fa affidamento, sì, sulle proprie capacità, ma si confida anche su un elemento essenziale al quale forse non si pensa abbastanza: la fiducia. Quella che nasce dal rispetto delle regole comuni, dall'attenzione degli altri, dalla correttezza di chi si incontra. Significa dunque esercitare continuamente una forma di fiducia verso gli altri e verso l'ambiente che ci circonda. Non è quindi la disabilità visiva a farmi paura, ma l'idea che divenga sempre più difficile potersi fidare.
Cosa accade, infatti, quando la fiducia viene meno? Quando una strada diventa pericolosa, un ostacolo impedisce il passaggio, qualcuno approfitta di una condizione di vulnerabilità? Non viene compromessa soltanto la sicurezza fisica in senso stretto. Si incrina qualcosa di più profondo: la certezza di poter vivere liberamente il proprio spazio, senza dover dipendere dalla protezione di qualcun altro.
C'è poi un'altra esperienza che conosco bene che alimenta la paura: quella di non essere considerati all'altezza, di dover dimostrare di continuo le proprie capacità, di sentirsi osservati attraverso una disabilità anziché essere riconosciuti in quanto persone.
È una paura che può indurre a rinunciare, a non esporsi, a non impegnarsi, anche a costo di ridimensionare le proprie aspirazioni.
E quando accade, la barriera più difficile da superare non è tanto quella fisica o sensoriale, ma quella che si innalza dentro di noi.
Non voglio raccontare, però, un mondo fatto solo di ostacoli e diffidenza. Sarebbe ingiusto e lontano dalla mia esperienza. Ho incontrato spesso disponibilità, rispetto, solidarietà. Ho imparato quanto possa essere preziosa la fiducia reciproca e quanto sia importante non lasciarsi definire dai propri limiti o dai pregiudizi e dai timori degli altri.
Proprio per questo mi rifiuto di accettare che la paura divenga un'abitudine quotidiana, una sgradevole compagna, una giustificazione per chiudersi, per escludere, per rinunciare a conoscere.
Viviamo un paradosso: parliamo di continuo di libertà, ma ci mostriamo sempre meno disposti a riconoscerla a chi pensa, crede o vive in modo diverso dal nostro.
I social media esasperano le contrapposizioni, trasformano un'opinione in una provocazione, un episodio in un pretesto per una condanna collettiva. E troppo spesso c'è chi trova conveniente alimentare questo clima, perché una società impaurita è anche una società più facilmente controllabile.
Credo che abbiamo bisogno di recuperare il valore del confronto, il rispetto per la diversità delle opinioni, la capacità di distinguere un pericolo reale da un pregiudizio. E soprattutto dobbiamo trovare la via giusta per restituire fiducia alle persone, proprio a partire da chi cresce in un mondo che sembra insegnare a sospettare prima ancora di conoscere.
La fiducia non può essere una responsabilità soltanto individuale: deve trovare risposta in una società capace di garantire sicurezza, rispetto e pari dignità.
Vorrei che tornassimo a guardarci con minor sospetto e maggiore curiosità, che imparassimo a discutere senza ferirci e a convivere senza considerarci reciprocamente una minaccia.
Temo, infatti, che il pericolo più grande non sia rappresentato, in fondo, da quello che ci fa paura, ma piuttosto da ciò a cui stiamo, per paura, lentamente rinunciando: la libertà di pensare, il piacere di incontrarci, il diritto di appartenere pienamente alla nostra comunità.