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Corriere dei Ciechi

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Numero 11 del 2026

Titolo: ATTUALITÀ- La televisione, bene comune

Autore: Aldo Grasso


Articolo:
Il servizio pubblico non è soltanto ciò che la tv offre, ma anche il modo in cui lo offre

Per molto tempo abbiamo pensato alla tv come a uno strumento che racconta la realtà. Poi abbiamo capito che la tv fa qualcosa di più: contribuisce a costruirla. Conserva la memoria di un Paese, ne registra i cambiamenti, stabilisce quali eventi meritino di essere ricordati e quali, invece, scivolino rapidamente nell'oblio. È una sorta di grande archivio collettivo, ma anche una piazza nella quale, ogni sera, una comunità si ritrova.
E proprio perché è una piazza, la domanda diventa inevitabile: chi può davvero entrarci?
Parlare di tv come bene comune significa infatti andare oltre la vecchia definizione di «servizio pubblico». Non basta che un programma sia trasmesso da una tv pubblica perché sia automaticamente un servizio alla collettività. Il servizio pubblico non coincide con la semplice proprietà pubblica dell'emittente, così come un bene comune non è tale soltanto perché formalmente appartiene a tutti. Il punto è la possibilità concreta di accedervi. La tv ha avuto per decenni una straordinaria funzione democratica proprio perché era uno dei pochi luoghi capaci di mettere insieme persone diverse. Prima ancora di Internet e dei social network, c'era lo schermo domestico: milioni di persone potevano vedere le stesse immagini, ascoltare le stesse parole, partecipare, almeno idealmente, allo stesso racconto. Una partita, una finale di Sanremo, un telegiornale, una fiction, una serata di varietà: generi diversi, ma tutti parte di una medesima esperienza collettiva.
Oggi quella funzione è diventata più complessa. La tv non è più soltanto tv: è streaming, piattaforma, archivio digitale, video on demand, contenuto che si guarda quando si vuole e dove si vuole. Abbiamo moltiplicato l'offerta fino all'abbondanza. Ma abbondanza e universalità non sono la stessa cosa.
Anzi, il paradosso della tv contemporanea è proprio questo: mentre aumenta la quantità dei contenuti disponibili, non necessariamente aumenta la possibilità per tutti di usufruirne pienamente. La tecnologia ha moltiplicato gli strumenti, ma non ha cancellato le barriere.
È qui che il tema dell'accessibilità per le persone con disabilità visiva smette di essere una questione specialistica e diventa una questione generale. Se la tv è davvero un bene comune, allora deve esserlo anche per chi non può affidarsi alla visione. Non soltanto quando si tratta di ricevere un'informazione indispensabile, ma anche quando si tratta di partecipare alla vita culturale di un Paese.
C'è infatti una gerarchia implicita che andrebbe superata. Sembra quasi scontato che una persona con disabilità debba poter accedere alle informazioni essenziali: le notizie, le comunicazioni di servizio, le indicazioni di emergenza. Molto meno scontato appare invece il diritto a guardare una fiction, seguire un documentario, godersi un programma di intrattenimento, partecipare al rito televisivo di una finale sportiva.
Eppure, proprio qui si misura la qualità di una società. La cultura non è un lusso, così come l'intrattenimento non è un accessorio. Una comunità non si costruisce soltanto attraverso ciò che considera necessario, ma anche attraverso ciò che sceglie di condividere per piacere, curiosità, emozione. Escludere qualcuno da questi territori significa produrre una forma di cittadinanza incompleta.
L'audiodescrizione rappresenta, da questo punto di vista, uno degli strumenti più importanti. Ma sarebbe un errore considerarla una sorta di sottotitolo per chi non vede, una traduzione tecnica aggiunta alla fine del processo produttivo. L'accessibilità dovrebbe entrare nella progettazione del contenuto fin dall'inizio, come entrano la scrittura, il montaggio, il suono, la grafica. Non una toppa applicata al prodotto finito, dunque, ma una caratteristica del prodotto. La questione è anche culturale. Perché spesso l'accessibilità viene ancora raccontata attraverso il linguaggio dell'eccezione: «facilitare», «aiutare», «venire incontro». Ma se parliamo di diritto all'informazione e di partecipazione culturale, la prospettiva dovrebbe essere rovesciata. Non si tratta di aiutare qualcuno a entrare in uno spazio che appartiene agli altri. Si tratta di riconoscere che quello spazio gli appartiene già. Il problema riguarda, in fondo, l'idea stessa di pubblico. La parola «pubblico» rischia di diventare un guscio vuoto se dentro non ci sono tutti. Possiamo discutere per ore di pluralismo, qualità, indipendenza editoriale, innovazione tecnologica, ma una tv che produce contenuti formalmente destinati a tutti e concretamente accessibili solo ad alcuni contiene già una contraddizione.
La rivoluzione digitale, da questo punto di vista, offre una possibilità e insieme pone una responsabilità. Possibilità, perché le tecnologie permettono oggi forme di accesso che fino a pochi anni fa sembravano impensabili. Responsabilità, perché proprio per questo non possiamo più attribuire l'esclusione soltanto ai limiti tecnici. Quando uno strumento esiste, la sua mancata applicazione diventa anche una scelta editoriale, organizzativa, economica.
E allora forse bisogna tornare alla domanda iniziale: che cosa significa considerare la tv un bene comune?
Significa riconoscere che il servizio pubblico non è soltanto ciò che la tv offre, ma anche il modo in cui lo offre. Significa che il diritto all'informazione comprende il diritto a comprendere ciò che si ascolta e si vede; che il diritto alla cultura comprende anche il diritto all'immaginazione e all'intrattenimento; che l'accessibilità non è una concessione fatta a una minoranza, ma una verifica della qualità democratica del sistema.
La tv ha sempre avuto una vocazione universalistica: parlare a tutti, entrare nelle case di tutti, raccontare un mondo che tutti potessero riconoscere come proprio. Oggi quella promessa va presa sul serio.
Perché il vero servizio pubblico non è quello che dice «questo programma è per tutti». È quello che riesce a fare in modo che nessuno debba rispondere: «Sì, ma non per me».



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