Numero 11 del 2026
Titolo: ATTUALITÀ- La televisione e il servizio ai pubblici
Autore: Peppino Ortoleva
Articolo:
21 novembre: Giornata Mondiale della televisione
Ci sono forme di comunicazione che si sono affermate in modo travolgente, vere e proprie rivoluzioni nei modi di percepire e perfino di pensare. Così è accaduto per il cinema, nato come fotografia in movimento e diventato in pochi anni arte, romanzo e dramma, e per moltissimi, a cominciare dai giovani, vero e proprio oggetto del desiderio. Così, decenni dopo, per Internet, che ha trasformato l'intero sistema delle comunicazioni inserendoci tutti in una rete, globale e simultanea. La televisione si è imposta anche più rapidamente: in Italia ci sono voluti meno di dieci anni perché raggiungesse oltre metà delle abitazioni. Ma si è affermata con la forza di un'abitudine che ci voleva pochissimo ad assumere: una voce che non sovrastava l'ambiente come quella del cinema, ma si veniva ad aggiungere a quelle degli altri abitanti della casa; uno schermo che occupava uno spazio limitato, generalmente nel salotto o nel soggiorno.
Se n'era già accorto, quando il nuovo mezzo era ai primi passi, un giornalista tedesco, Kurt Wagenführ, in quella Germania nazista dove furono lanciate nel 1935 le prime trasmissioni regolari, sia pure con le immagini tremolanti e instabili di una tecnologia ancora sperimentale: «La televisione è capace di imporsi nella vita domestica con una forza stupefacente. Appena l'apparecchio viene collocato in casa e messo in funzione si nota l'azione di alcuni meccanismi di difesa... Comunque, quasi sempre, le difese vengono abbassate rapidamente, anzi fin troppo presto.» La TV era figlia della radio non solo per la tecnologia, immagini trasmesse sulle stesse onde che portavano i suoni, ma anche per l'organizzazione: come la radio distendeva i suoi programmi lungo le ore, inserendosi nelle altre abitudini di vita, tra il rientro dal lavoro la cena e il dopocena e poi nell'arco dell'intera giornata. Del resto furono le aziende radiofoniche, pubbliche e private a diventare radiotelevisive, come i grandi network in America, come la Rai (figlia a sua volta dell'EIAR) in Italia. Da allora la televisione è cambiata, certo, è passata dal bianco e nero ai colori surreali dello schermo elettronico, in Italia dal monopolio alla convivenza piccolo-privato. Da un controllo moralistico rigidissimo nei primi anni a uno stile spesso sboccato, tra turpiloquio ed esibizione aggressiva dei corpi femminili. Ma molto di più è quello che non è cambiato. Così, il fluire delle trasmissioni lungo le ore, per spettatori che passano di volta in volta dall'ascolto concentrato a uno distratto, nel quale spesso il suono prevale sulle immagini. Così, molti generi di maggior successo: le serie crime, i quiz, i telegiornali. E Sanremo, nata prima della TV e sempre là, ogni volta un po' diversa ogni volta identica.
Fin dalla nascita della radio e poi a maggior ragione con l'affermarsi della TV come regina dei media, in Europa si è parlato di "servizio pubblico". Ma non si è mai veramente (e giustamente) pensato a una funzione solo formativa e informativa. L'idea era piuttosto di offrire un po' di educazione, un'informazione professionale (ma l'idea che fosse "neutra" in paesi dominati dai partiti era utopistica se non del tutto ipocrita), e anche molto intrattenimento, di buona qualità. È questo il compito che un'azienda come la Rai avrebbe dovuto preservare anche una volta finito il monopolio, sotto il peso della concorrenza commerciale, e anche dovendo tenere conto delle sue proprie logiche di mercato. Un compito che molti considerano superato, nel tempo della rete e dei social, trattando la "vecchia" TV come un residuo di altri tempi e dimenticando che sono proprio i mezzi di massa, a cominciare proprio dalla televisione, ad additare al pubblico molte di quelle figure e di quei temi che poi otterranno più attenzione nei flussi multipli della rete.
Ma le funzioni di servizio della televisione, non solo in Italia, stanno deperendo. E questo vale sia sul piano dei contenuti sia su quello dell'attenzione ai pubblici. Per quanto riguarda l'informazione, non solo in Italia le TV pagate dai cittadini dedicano sempre meno spazio all'informazione di qualità, a cominciare dai documentari e dalle inchieste più approfondite, favorendo piuttosto il chiasso dei confronti violenti che attirano più ascoltatori (e più introiti pubblicitari). E per quanto riguarda i pubblici? La parola, non a caso, è al plurale: perché siamo in un'epoca in cui l'idea di un'audience unica, "di massa" è sempre meno realistica. Ma questo non deve significare che ci sia meno bisogno di servizio. O che a questo provveda la rete, frammentata per sua natura. Al contrario.
Ripensare il servizio pubblico televisivo tenendo conto della varietà e della stratificazione delle esigenze, e dei diritti di tanti soggetti resi diversi dall'età, dal sesso, dalle condizioni fisiche oltre che dall'educazione e dal reddito, e che offra alla varietà dei possibili pubblici educazione ma anche intrattenimento di qualità, è un compito difficile ma urgente. Un servizio che renda utilizzabile un mezzo, nato per essere visto, anche a chi non vede? Sembra una sfida insormontabile per chi pensa un mezzo solamente come canale che porta percezioni al suo utente. Ma se la televisione è penetrata con tanta rapidità è perché non parla a una persona per volta, ma si inserisce in un ambiente di relazioni. È su questo che si può e si deve far leva per una televisione che vada oltre i suoi limiti apparentemente più ovvi. E che stabilisca forme di comunicazione capaci di integrare, produttivamente, quelle sonore della radio e dei podcast (ma anche degli audiolibri e dell'oralità telefonica) a cui i non vedenti sono più abituati, aprendosi anche ai tanti stimoli tattili offerti dal sistema dei media che ci circonda.