Numero 11 del 2026
Titolo: ATTUALITÀ- La tolleranza e la "pelle" delle idee
Autore: Bruno Mastroianni
Articolo:
16 novembre: Giornata Mondiale della Tolleranza
"Io rispetto tutte le opinioni". È una frase che pronunciamo spesso, soprattutto quando nessuno sta mettendo in discussione la nostra. La prova arriva subito dopo, quando qualcuno contesta un'idea a cui teniamo e magari usa parole che ci irritano. È lì che viene fuori la differenza tra dichiararsi tolleranti e riuscire a esserlo davvero. Siamo molto disponibili verso la diversità, purché abbia il buon gusto di non contraddirci troppo.
Questo piccolo difetto riguarda ciascuno di noi. Quando discutiamo, nelle idee che sosteniamo mettiamo qualcosa di più di un ragionamento: lì dentro ci siamo noi stessi con le nostre aspettative, i nostri valori di riferimento, le nostre esperienze vissute. Per questo ogni critica può sembrarci un attacco personale. Sentiamo che a essere toccata è la nostra pelle, il nostro modo di stare al mondo e ci viene spontaneo difenderlo, magari attribuendo all'altro un difetto che ci permetta di squalificarlo. Se è ignorante, prevenuto o in malafede, possiamo risparmiarci la fatica di capire che cosa ci sta dicendo.
La tolleranza comincia proprio in quel "tocco sulla pelle delle nostre idee". Per coltivarla occorre riconoscere che quella "pelle" è presente anche nelle idee dei nostri interlocutori. Sebbene possa sembrare qualcosa di scontato, ha una conseguenza piuttosto rilevante: anche chi sostiene opinioni di scarso fondamento conserva la sua "pelle", cioè la possibilità di essere preso sul serio. Anche perché tra le opinioni poco valide, ogni tanto ci sono proprio le nostre.
Insomma, nelle nostre interazioni non ci sono solo le idee, ci sono anzitutto le persone. Confondere i due piani produce conseguenze poco felici. Possiamo finire per trattare ogni critica a un'idea come una mancanza di rispetto verso chi la esprime. Oppure possiamo convincerci che aver individuato un errore ci autorizzi a disprezzare chi lo ha commesso. Nel primo caso diventa impossibile discutere; nel secondo la discussione si trasforma in una selezione di chi merita di parlare. In entrambi perdiamo l'occasione di capire meglio qualcosa.
Pensiamo a una riunione in cui si debba decidere come rendere accessibile uno spazio comune. Qualcuno sbotta: "Non possiamo cambiare tutto per le esigenze di pochi!". È una frase che può ferire chi quelle difficoltà le vive ogni giorno. Rispondere "Sei una persona insensibile" dà forse soddisfazione, ma sposta la questione: si comincerà a discutere della sensibilità del partecipante, delle sue intenzioni, magari delle sue esperienze personali. Nel frattempo, lo spazio rimarrà poco accessibile, con buona pace delle nostre ottime intenzioni.
Si può invece chiedere: "Quali cambiamenti ti preoccupano? E come permettiamo di usare questo spazio a chi oggi ne resta escluso?". Le due domande riconoscono l'interlocutore - la sua "pelle" - nonostante il suo rifiuto e lo invitano a tenere insieme il problema sollevato e le persone che rischiano di scomparire dal discorso. Permettono di distinguere un'obiezione sui costi, sui tempi o sulle soluzioni da un rifiuto di considerare i bisogni altrui. Sono questioni differenti che richiedono risposte differenti. Finché rimangono impastate in una frase di insofferenza, è difficile affrontarne anche una sola.
Questo lavoro richiede fermezza. Ascoltare un'obiezione non obbliga ad accettarne le conclusioni, permette di individuare il punto su cui dissentire con più precisione. Quando emerge un problema concreto, lo si può affrontare. Se invece si pretende che qualcuno resti escluso perché le sue esigenze contano meno, quella pretesa va contestata proprio perché dimentica le persone coinvolte.
È il senso della disputa felice: mantenere viva la relazione (tra persone) mentre si mettono alla prova le idee (attraverso le parole). La felicità riguarda la possibilità di ricavare qualcosa dal dissenso: una ragione che mancava, un problema visto meglio, un interlocutore che prima stavamo escludendo. Può accadere anche senza arrivare all'accordo: capire che non si troverà un punto comune, per quanto duro, permette di prendere decisioni molto più proficue che non finire in un litigio sterile.
C'è però un'altra condizione da considerare. Le persone non entrano tutte nelle discussioni con le stesse risorse. C'è chi sa parlare bene e chi cerca le parole; chi è abituato a essere ascoltato e chi non riesce a esprimersi efficacemente. Così come c'è chi ha una "pelle" più idratata ed è in condizione di privilegio e chi ce l'ha infiammata perché è frustrato o in difficoltà. Dare a tutti la possibilità formale di intervenire può essere insufficiente. Occorre accorgersi di chi viene interrotto, di quali esperienze non trovano posto, di chi ha bisogno di tempo per riuscire a spiegarsi. La qualità di una discussione dipende anche da quanto spazio sappiamo creare per queste differenze.
Naturalmente questo impegno ha dei limiti. È il criterio per cui non si può essere "tolleranti con gli intolleranti". Nessuno è tenuto a subire umiliazioni per essere tollerante. Quando compaiono minacce o aggressioni bisogna intervenire per proteggere le persone e le condizioni del confronto. Anche porre fine a uno scambio può essere un atto di tolleranza. Il criterio è chiedersi che cosa stiamo rendendo possibile con il nostro comportamento: una maggiore libertà di partecipare oppure il predominio di chi riesce a imporsi?
Possiamo esercitare la tolleranza ogni volta che qualcuno ci dà torto e ci tocca nel vivo. Prima di replicare, proviamo a riconoscere che anche l'altra persona ha una "pelle" che accompagna le sue idee più o meno valide. È un esercizio impegnativo perché ci toglie una comodità: quella di sentirci dalla parte giusta soltanto per aver dichiarato di rispettare tutti.