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Corriere dei Ciechi

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Numero 11 del 2026

Titolo: ATTUALITÀ- Crescere nel terzo millennio

Autore: Alberto Pellai


Articolo:
Vincere la fragilità grazie alla forza della comunità educante

Fragilità: il terzo millennio sembra aver scelto questa parola come una delle parole chiave per leggere e analizzare la modalità con cui l'età evolutiva abita la vita. In effetti è accaduto qualcosa che suona inaspettato e paradossale al tempo stesso, negli ultimi due decenni. Il mondo adulto ha cercato in ogni modo di garantire la massima felicità a bambini e bambine, ragazzi e ragazze. In realtà, però, ci troviamo in una contemporaneità connotata dai peggiori indicatori di salute mentale in adolescenza. Gli adolescenti contemporanei sono stati definiti da Jonathan Haidt, nel suo saggio che ha prodotto un dibattito globale sull'impatto che il digitale ha avuto sulle nuove generazioni, "la generazione ansiosa". Dal 2011 in avanti, chi è entrato in preadolescenza e adolescenza ha manifestato problemi nell'area della salute mentale con caratteristiche quali-quantitative mai viste prima. Ansia, depressione, autolesività, disturbi del comportamento alimentare e ritiro sociale hanno avuto tassi di incidenza e prevalenza progressivamente crescenti fino a raggiungere veri e propri livelli emergenziali in occasione della pandemia da COVID. La Generazione Zeta (rappresentata da coloro che sono nati tra il 1996 e il 2010) è quella che ha maggiormente manifestato una fragilità e un disagio evidenti nell'attraversamento delle diverse tappe di sviluppo e che, di conseguenza, ha riscontrato i maggiori problemi sia sul piano comportamentale che sul versante clinico.
Un fattore di rischio che sembra aver inciso in modo rilevante su tutto questo è la progressiva virtualizzazione delle esistenze dei più giovani. L'ingresso intenso e precoce dei minori di tutto il mondo nell'universo online, l'adesione ai modelli identitari proposti dalle piattaforme dei social media, l'isolamento sociale conseguente alla traslocazione delle esperienze di gioco dal mondo reale alle communities multiplayer, ha prodotto una notevole riduzione dell'acquisizione di quelle competenze di natura emotiva, cognitiva e socio-relazionale che da sempre l'età evolutiva apprende nel corso della crescita, ma che hanno bisogno di essere sperimentate nella palestra della vita reale. Un mondo a base di pixel, in cui l'altro è un avatar o un nickname a base di pixel, in cui la comunicazione diretta basata sullo scambio di sguardi e di parole dette di fronte all'altro viene sostituita da brevi messaggi scritti o vocali asincroni, ha attirato sempre più il desiderio e l'interesse dei minori, allontanandoli dal contatto con gli altri e riducendo la loro capacità di abitare il principio di realtà.
In un mondo cambiato così velocemente, lo stesso concetto di disabilità e inclusione si è visto sottoposto a profonde trasformazioni. Il modello identitario iper-performante, esteticamente perfetto, votato all'assoluta efficienza e spesso rinforzato dall'ausilio di artifici in grado di modificare le immagini rimuovendone ogni forma di percepibile imperfezione, ha prodotto - in realtà - l'effetto contrario rispetto a quello dichiarato. Il mondo social, infatti, dove tutti devono apparire perfetti e integrati, inclusi e felici, ha generato ansia comparativa e fatica nel processo di individuazione e di autopercezione della propria immagine corporea, portando ragazzi e ragazze a sperimentare un disagio che nel mondo online ha trovato al tempo stesso rifugio e accelerazione. Le ricerche mostrano in modo evidente che gli adolescenti oggi non riescono a mettere a fuoco un'idea funzionale di sé, non riescono ad avere autostima, non si sperimentano autoefficaci nelle richieste che la vita reale, con il suo quotidiano, porta nelle loro esistenze. Così è andata proliferando, nelle classi di tutte le scuole della nazione, un sottogruppo di studenti - sempre più ampio - portatori dei cosiddetti "bisogni educativi speciali". Questo ha promosso a livello scolastico però una maggiore attenzione e cura alla relazione. E la stessa disabilità, oggi a scuola si trova al centro di un'attenzione molto più concreta e orientata. La formazione dei docenti, la promozione di attività educative finalizzate al potenziamento delle life skills e alla costruzione di un clima emotivo di classe più consono e adeguato sono tutti elementi che stanno creando un dibattito - di cui la scuola è al tempo stesso oggetto e soggetto - che mette al centro della proposta educativa rivolta agli studenti, non solo la crescita del sapere e del saper fare, ma anche e soprattutto la crescita del saper essere.

BOX
Per crescere un bambino ci vuole un villaggio
L'intera comunità educante oggi si interroga su come promuovere e potenziare la salute in una prospettiva olistica e multidimensionale dei soggetti in crescita. Una cultura e una società che hanno recluso i corpi dentro alle stanze e davanti agli schermi, che hanno svuotato gli spazi urbani di luoghi adibiti al gioco e all'aggregazione dei più piccoli, va oggi riflettendo sull'inversione di rotta che può correggere quei fattori di rischio che hanno compromesso la salute di una fetta consistente di minori a tutte le latitudini. In particolare sono quattro i fenomeni problematici riscontrati su scala globale e impattanti il benessere dei minori:
a) la deprivazione di sonno
b) la deprivazione sociale
c) il depotenziamento cognitivo con la conseguente riduzione degli apprendimenti scolastici
d) la dipendenza dopaminergica.
Ripristinare oggi la salute in età evolutiva, favorire una vera inclusione che non amplifichi ulteriormente le fragilità che sembrano colpire un sottogruppo sempre più grande di minori, comporta aiutare chi cresce a sentirsi appartenente alle proprie comunità locali (e non alle communities delle piattaforme social) e consentire ai genitori di fare rete e di sentirsi protagonisti e promotori di una rete sociale che attivi l'intera comunità educante a diventare un vero villaggio che cresce un bambino. I valori da perseguire oggi sono quelli della genitorialità sociale, della sussidiarietà, del auto-mutuo aiuto tra famiglie all'interno dei quartieri e delle città. In parte, questo modello è oggi incarnato nei cosiddetti "patti digitali di comunità" in cui gruppi autonomi di genitori di una comunità locale si alleano e sottoscrivono un nuovo codice comportamentale da proporre ai propri figli per rallentare e ritardare la deriva digitale delle loro vite. Questo compito, che dovrebbe essere un compito di sanità pubblica e che dovrebbe essere svolto dai governi, è oggi nelle mani delle famiglie che, alleandosi dal basso, possono lanciare messaggi molto forti a chi sta in alto. Anche in base a queste sollecitazioni può essere ispirato e orientato un nuovo modo di fare politica, più attento e responsivo nei confronti dell'età evolutiva e delle famiglie.



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