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Corriere dei Ciechi

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Numero 11 del 2026

Titolo: TURISMO, SPORT E TEMPO LIBERO- Toccare un volto e scoprire che è vero

Autore: Alessio Tommasoli


Articolo:
Visita tattile al Museo Pietro Canonica di Roma

Ci sono artisti che hanno cambiato la storia, non solo quella dell'arte, sfidando il gusto della loro epoca per superarlo e creare qualcosa di nuovo. Caravaggio, Monet, Van Gogh. Picasso: la lista è lunga e composta da nomi celebri, artisti indimenticabili. Ognuno dei quali, però, ha pagato questa immortalità futura a discapito del proprio presente, per un riconoscimento che è avvenuto dopo la morte e dopo un'esistenza costellata di derisioni, rifiuti e povertà.
E poi ci sono artisti, al contrario, che hanno scelto di seguire il gusto della propria epoca, per vivere un'esistenza agiata, preferendo il riconoscimento in vita alla memoria oltre la morte.
Sono scelte di vita opposte, dopotutto, che ogni essere umano compie, artista o non artista che sia.
Ma nella storia dell'arte, questa decisione ha un peso evidente, perché l'artista che sceglie il presente corre il rischio che il futuro non ricordi neppure il buono che ha fatto, etichettando frettolosamente le sue opere nell'omologazione del gusto dominante.
E quando si tocca il viso di Donna Franca Florio si sente tutto il peso gravoso di questo torto.
Siamo nel cuore di Villa Borghese, a Roma, in una di quelle affascinanti costruzioni che emergono sporadiche dal verde, costruite perlopiù da Scipione Borghese nel corso del XVII secolo per le attività di caccia che si tenevano nella tenuta. Costruzioni ridestinate e restaurate nel corso del tempo, come quella che ha le sembianze di una piccola fortezza medievale, originariamente un "Gallinaro" e oggi museo, nel cui deposito, al piano interrato, sono custodite le statue originali del I e II secolo d.C. che ornavano la Villa Borghese, attualmente visitabili attraverso visite guidate tattili con cui scoprire il marmo antico, reso poroso dal tempo.
Al di sopra di questo autentico tesoro segreto, nel piano principale del museo, sono esposte altre statue che richiamano quelle classiche al disotto, pur tradendo, nella liscezza del loro marmo che scorre sotto le dita di chi le sta esplorando tattilmente, la giovinezza di un'epoca molto più vicina al nostro presente. Quella a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, per la precisione, anni in cui l'arte classica tornava, per l'ennesima volta, un punto di riferimento culturale imprescindibile nel gusto dominante. Un gusto che il regime fascista non avrebbe esitato poi a proseguire e cavalcare, fondandosi sul mito dell'antica Roma e di quel neoclassicismo che imponeva lo stile armonico, ordinato, perfetto del Canone teorizzato dal greco Policleto: un sistema di proporzioni ideali per rappresentare il corpo umano, fondato sull'equilibrio matematico tra le diverse parti del corpo.
Quelle statue al piano principale, infatti, sono di Pietro Canonica. Un nome che, oggi, di fronte agli immortali dell'arte soccombe, perché scelse il riconoscimento in vita, piuttosto che una ribellione estetica. E se questo splendido museo nel cuore di Villa Borghese porta il suo nome, non è soltanto perché custodisce le sue opere, ma perché è stata la sua casa e il suo studio: nel 1927, il Comune di Roma affidò l'edificio in concessione all'artista, che vi abitò e lavorò fino al 1959, anno della sua morte.
Ed è proprio qui dentro, nel simbolo del successo ottenuto in vita da Pietro Canonica, che possiamo toccare con mano il peso gravoso del torto subito nel tempo da un artista che ha scelto di seguire il gusto del proprio presente: lo percepiamo facendo scivolare le nostre mani sul marmo levigato di una delle sue opere più celebri, il ritratto di Donna Franca Florio. Perché, mentre le nostre dita s'insinuano tra le pieghe del marmo, lisciano quei capelli castigati, sfiorano le orecchie delicate e carezzano gli zigomi morbidi per soffermarsi sui suoi occhi, cresce in noi un profondissimo brivido d'imbarazzo, come se quel volto, attraverso le proprie pupille, ci stia guardando, e si sia scostato da un lato proprio per sfuggire alla nostra ossessiva necessità di conoscerlo, alla brutale violazione della sua riservatezza, all'atto impunito di penetrare nella sua intimità, fino a volerci impossessare del suo pensiero, della sua emozione, del suo dolore.
Ed eccolo lì, proprio sotto le nostre mani, il torto che viene fatto a Pietro Canonica, etichettando distrattamente la sua arte come classicismo, senza accorgersi quanto essa sappia unire al gusto accademico e raffinato della sua epoca un rigoroso studio del vero, capace di produrre ritratti eleganti, ma carichi di un'intensità che li rende vivi.
Anche senza ribellioni estetiche, senza aderire alle avanguardie del tempo, c'è qualcosa di unico nelle sue opere. Qualcosa che l'occhio pigro e sfuggente sa perdersi troppo facilmente nella sua corsa sfrenata in questo mondo stracolmo d'immagini: mentre le mani no, non se lo sono fatto sfuggire.



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