Numero 11 del 2026
Titolo: ARTE E CULTURA- Intervista a Marianna Aprile, autrice de La Promessa
Autore: Carmelo Di Gesaro
Articolo:
Ottant’anni di conquiste e promesse ancora da mantenere per le donne italiane
Qualche tempo fa ho avuto il piacere di incontrare Marianna Aprile, giornalista e autrice de "La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta".
Con lei abbiamo discusso del suo libro che, con grande attenzione giornalistica, ma anche attraverso molte emozioni personali, traccia un percorso attraverso conquiste, battaglie, diritti ottenuti e promesse ancora da mantenere, mettendo in luce quanto la parità di cittadinanza sia ancora un obiettivo da costruire e difendere.
In questa intervista, Aprile ripercorre alcuni dei momenti più significativi di questa storia e riflette sui rischi di considerare acquisiti diritti che, invece, continuano a essere messi alla prova.
D. Marianna Aprile, La promessa è un viaggio lungo ottant'anni nella storia delle donne italiane: dal 1946, con la nascita della Repubblica e il riconoscimento del diritto di voto alle donne, fino ai giorni nostri e alla figura di Giorgia Meloni. Un viaggio fatto di storie e di protagoniste che hai scelto e raccontato, attraverso conquiste, battaglie e diritti. Ma qual è, esattamente, la promessa da cui parte questo viaggio?
R. La promessa che in qualche modo viene messa nero su bianco quando viene riconosciuto, nel '46, il diritto di voto alle donne. È una promessa di una cittadinanza paritaria rispetto a quella dell'uomo, no? Una cittadinanza piena, come di fatto non era mai stata prima in Italia. E infatti quella promessa viene mantenuta, attraverso il voto, attraverso l'impegno delle donne che vanno a votare. Cioè, il grande timore nel '46 era che alla fine alle donne non gliene importasse davvero. E quindi il timore era che, ok, abbiamo riconosciuto il diritto di voto, ma tanto non ci andranno. Era una tesi di Mussolini, tra l'altro. Diceva: «alla fine, ci andrà più o meno la metà delle aventi diritto». E invece le donne, ovviamente, smentiscono i pronostici che le penalizzano, si fanno trovare pronte, votano esattamente come gli uomini, in quantità uguale, e da lì in poi comincia una costruzione certosina di diritti per colmare tutti i gap che c'erano stati fino a quel momento rispetto agli uomini. Però quella costruzione è ancora molto in progress, c'è ancora molto da fare. Cioè, basta prendere i dati sul gap salariale, sull'occupazione, sulla reale possibilità di fare carriera o sull'entità delle pensioni delle donne rispetto a quelle degli uomini. Insomma, ci sono una serie di indicatori che ci dicono che molte di quelle promesse non sono ancora state mantenute: alcune sono state proprio tradite, altre sono state mantenute, ma i diritti acquisiti sono stati in qualche modo poi trascurati da noi stesse, che abbiamo, diciamo, omesso di fare una manutenzione necessaria. E quindi il libro serve anche un po' a cercare di raccontare quanto sia necessaria quella manutenzione e quanto sia necessario ritrovare anche un po' di rabbia per chiedere che siano mantenute certe promesse.
D. Se dovessi fare due fotografie, due istantanee: quella del momento migliore di questa promessa, cioè quello in cui è stata realizzata, in cui è andata a buon fine, e quella del momento peggiore, quello in cui invece questa promessa è ancora in difficoltà, quali sceglieresti?
R. Scrivendo, recuperando il dietro le quinte di molte delle storie che ho raccontato, ho individuato tanti, tanti momenti epici, più che storici, proprio epici. Alcuni anche con forte commozione personale. C'è il momento in cui, nella Costituente, donne e uomini, si mettono d'accordo sul termine «ripudia» dell'articolo 11, perché appunto si discuteva di quale fosse il verbo giusto per dire che l'Italia voleva stare il più lontano possibile dalla guerra. Allora, «rifiuta»? No, non va bene. Allora, «esclude»? No, non va bene. A un certo punto si mettono d'accordo su «ripudia» e le ventuno costituenti scendono dall'emiciclo, arrivano, nello spazio al centro dell'aula, di fronte ai banchi del Governo, si prendono per mano e ballano. Ed erano ventuno donne che la guerra l'avevano conosciuta e che avevano promesso a se stesse, alle donne del futuro e ai figli del futuro che la guerra non ci sarebbe più stata. E quindi poterlo scrivere in Costituzione era stato un momento commovente per loro e commovente per chiunque di noi. Chiunque voglia farlo, può leggersi i resoconti stenografici di quelle sedute, che sono online. Mi chiedevi poi il momento meno, meno felice...
D. Sì, il meno felice, il non mantenuto, di questa promessa.
R. Il momento meno felice della promessa, forse lo stiamo vivendo adesso. Soprattutto per le generazioni dalla mia in poi. Forse abbiamo dato per scontato che i diritti e il loro consolidamento fossero una progressione scontata e inarrestabile. Abbiamo trascurato tutta una serie di segnali che invece ci dicono che i diritti sono costantemente sotto attacco. E che non c'è, per attaccarli o per eluderli, neanche più bisogno di cancellare le leggi o di farne di più restrittive: basta aggirarle. Faccio un esempio su tutti: la legge 194, che è stata, negli anni '70, una conquista, a valle di un decennio di conquiste di diritti meraviglioso, in cui le donne hanno avuto una parte fondamentale. La 194, cioè la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza, è ancora lì, non l'ha toccata nessuno. Però ci sono, da anni, troppi anni, intere regioni in Italia dove è impossibile per una donna usufruire di quel diritto riconosciuto, perché i medici obiettori, gli infermieri obiettori, gli operatori sanitari obiettori oppure interi ospedali sono obiettori e di fatto limitano l'esercizio di un diritto. E quindi, come spesso accade, sempre più spesso, in questo Paese, per usufruire di un diritto devi o potertelo permettere economicamente, per supplire privatamente a ciò di cui il pubblico non ti dà la possibilità di usufruire, oppure andare altrove, emigrare anche per esercitare un diritto. Lo facciamo per il fine vita, lo facciamo anche, spesso, per una dolorosa decisione come l'interruzione volontaria di gravidanza, e questa forse è la pagina più triste.
D. Questo è un aspetto che riguarda anche i diritti in generale, cioè non solo per le donne.
R. Esatto, sì, sì, è proprio come una modalità nuova. Cioè, vuol dire, in realtà è vecchia come il mondo: i diritti ce li ha chi se li può permettere. Solo che noi c'eravamo illusi. La mia generazione, in particolare, è cresciuta in una fase del mondo, dell'Europa e dell'Italia in cui cadevano i muri, c'era Schengen, si viaggiava con la carta d'identità, avevamo tutti la stessa moneta, ci riconoscevamo a vicenda. E c'era la pace, perché dopo il '45 abbiamo potuto vedere solo la pace; in realtà le guerre c'erano, eccome, però, insomma, ce la siamo raccontata un po' come una progressione inarrestabile verso una parità di diritti. In realtà non è per niente così e quindi adesso siamo ritornati, purtroppo, in una fase in cui l'esercizio di un diritto, di una libertà, spesso dipende da quanti soldi c'hai, da quanta agibilità hai anche nel muoverti. Ed è una regressione, in realtà.
D. Tipo la sanità...
R. La sanità è uno di questi aspetti, per esempio, clamorosi. O aspetti due anni per sapere se il tuo cancro è benigno o maligno e probabilmente muori prima, se è maligno. Oppure paghi: tre ore dopo hai la TAC, due ore dopo sei già in sala operatoria. Però devi poter pagare.
D. Tu citi Giorgia Meloni come ultimo orizzonte attuale della promessa. A che punto è questa cronologia? Dove va questa promessa da Giorgia Meloni in poi?
R. Allora, intanto diciamo che, ottant'anni dopo, abbiamo una donna a capo dell'opposizione, Elly Schlein, anche se nessuno vuole riconoscerla come tale. Un classico, diciamo, in Italia. Tecnicamente, lo è, perché è la segretaria del principale partito di opposizione. Pertanto, il capo dell'opposizione è Elly Schlein. Quindi, una donna a capo dell'opposizione e una donna a capo del Governo, entrambe con una presa sul proprio partito molto significativa: Giorgia Meloni l'ha fondato, mentre Elly Schlein l'ha conquistato dall'esterno, perché, da dentro, nessuno le avrebbe dato spazio. E anche questo, insomma, dice molto di come sono organizzati i partiti in Italia. E dunque due donne che, da fuori il sistema, si sono prese un partito e l'hanno portato all'apice della gerarchia, ottant'anni dopo il voto, sono una buona notizia. Tanto più che, da quando il libro è andato in stampa a oggi, ci sarebbe da aggiungere un'appendice, perché ci sono altre due donne che stanno lì, in panchina: una a destra e una a sinistra, Marina Berlusconi e Silvia Salis, che aspettano di vedere che fine faranno le due titolari del momento. Quindi, il fatto che, in questo periodo, per parlare di politica si parli sostanzialmente di donne «è un fatto assurdo». Dopodiché, Giorgia Meloni. Lo racconto nel libro: quando ho assistito al giuramento al Quirinale di Giorgia Meloni, vedendo lì sua figlia, ancora piccolina, che guardava sua madre diventare Presidente del Consiglio, ho avuto un brivido, perché dico: «Madonna, ma quella bambina e le bambine della sua età oggi sono fortunate, perché la me di otto anni non lo metteva nel conto che una donna potesse diventare Presidente del Consiglio». Per questa bambina sarà normale immaginarsi lì, al Quirinale, o dovunque voglia immaginarsi. Sarà più normale di quanto sia stato per quelle della mia generazione. Quindi, bellissimo. Poi, è una promessa tradita, perché lo sguardo e quindi l'azione politica che Giorgia Meloni ha portato a Palazzo Chigi non divergono in nulla dallo sguardo e dall'azione politica di chi l'ha preceduta, cioè degli uomini che l'hanno preceduta. Non che io mi aspettassi o chiedessi a Meloni di fare politiche per le donne perché è donna, questa è una roba che rifiuto proprio a priori. Però la domanda che rimane è: che vantaggio c'è ad avere uno sguardo nuovo a Palazzo Chigi se proprio lo sguardo non è nuovo? E quindi bisogna aspettare uno sguardo diverso sul mondo.
D. Allora, chiudiamo così: se c'è un'appendice di questa promessa, è una promessa da rinnovare?
R. Io credo che abbiamo bisogno di promesse nuove, perché abbiamo bisogno di promettere a noi stessi e a noi stesse di avere la forza di reclamare che le promesse che ci sono già state fatte vengano mantenute. Però la promessa nuova che dobbiamo chiedere, in realtà, è una promessa non di parità. Come dice Luciana Castellina, non dobbiamo più cadere nell'inganno del neutro, cioè non dobbiamo chiedere gli stessi diritti che hanno gli uomini, perché quei diritti sono stati scritti pensando a un uomo, non a una donna. Le donne hanno delle specificità che, peraltro, è la società a imporre loro, perché, ad esempio, c'è l'obbligo della cura familiare. Cioè, sono tutte cose che portiamo sulle spalle perché ce le hanno imposte, in qualche modo, ma, insomma, sostanzialmente il dato è questo. Quindi l'obiettivo, la nuova promessa che dobbiamo farci, è che l'intero sistema, l'organizzazione del lavoro e della società, sia pensato per comprendere e tenere al suo interno anche le specifiche esigenze delle donne, che sono diverse da quelle degli uomini. E quindi gli orari di lavoro, le riunioni alle nove di sera, no? Allora, o mi fate il welfare, tutto il resto, e perciò facciamo pure la riunione alle nove di sera. Sennò, finché non c'è tutto il resto, anche il lavoro dovrebbe essere organizzato su basi diverse, che comprendano gli obblighi che ancora oggi le donne hanno in esclusiva rispetto agli uomini.