Numero 1 del 2001
Titolo: I BAMBINI CIECHI E L’INFORMATICA
Autore: Cattani - Quatraro - Bizzi
Articolo:
Il Dottor Massimiliano Cattani ci invia la lettera che di seguito pubblichiamo.
Ci siamo rivolti a due esperti nostri collaboratori, il prof. Antonio Quatraro ed il prof. Enzo Bizzi, per ottenere la loro opinione sulla questione proposta dal dott. Cattani.
Spettabile Direzione di “Tiflologia per l’integrazione”,
desidero proporvi un quesito su un argomento che mi sta molto a cuore: vista l’enorme diffusione che l’informatica sta conoscendo in questi ultimi anni, si ritiene (giustamente) che i minorati della vista non debbano essere tagliati fuori da questa importante risorsa conoscitiva e operativa. Per questo, si sostiene che i bambini ciechi, così come i vedenti, debbano essere introdotti all’utilizzo delle nuove tecnologie fin dai primi anni di scuola.
Premetto che con questa tesi sono idealmente d’accordo, ma ci sono alcuni aspetti della cosa che non mi convincono pienamente e vorrei venissero esaminati con un po’ di attenzione.
1. I bambini vedenti imparano a usare il computer, facendo giochi o, comunque, utilizzando modalità semplici e immediate, che fanno appello alla visione e all’immagine, mentre chi non vede deve, fin da subito, usare procedure molto più “mentali” e, spesso, laboriose. Non rischia, tutto questo, di tradursi in uno sforzo eccessivo per il bambino?
2. Il vedente, che utilizza il computer, si trova di fronte a una pagina video che può vedere nella sua globalità. Chi non vede, invece, accede a questa stessa pagina in modo analitico e frammentario, attraverso l’esame tattile (o l’ascolto) successivo delle singole porzioni dello schermo. Ora, io dico: per un adulto, che ha imparato a leggere e a scrivere con i sistemi tradizionali, sapere che quel gruppo di caratteri, che il display braille gli mette sotto le dita, è una porzione di schermo, il quale è equiparabile a un ideale foglio di carta, non è un problema. Ma un bambino, come ci può arrivare? Non rischia di confondersi e non rischiano di mancargli importanti concetti, come la spazialità e la disposizione corretta delle cose?
3. I ragazzi che utilizzano il computer nella scuola lo usano per fare cose ben diverse da quelle per cui si vorrebbe che se ne servissero i bambini ciechi: giochi, posta elettronica, ricerche, comunicazione e interscambio con altre realtà scolastiche, ecc.; tutte attività molto stimolanti e fortemente interattive. Noi, invece, dovremmo utilizzarlo per leggere, riga per riga, il manuale di storia o di geografia, che già in sé, per un allievo, non costituisce il massimo dell’attrattiva e del divertimento.
Le considerazioni che ho fin qui esposto non intendono affatto sminuire l’importanza delle nuove tecnologie o del loro apprendimento. Credo, però, che, per evitare i rischi connessi con l’eccessiva frammentazione percettiva e con la conseguente confusione cognitiva, sia necessario non abbandonare l’insegnamento della scrittura e della lettura tradizionali, perché il foglio ed il libro braille danno alla mente quell’organizzazione di base che potrà poi essere messa a frutto, quando ci si avvicinerà alle tecnologie più avanzate. Inoltre, bisogna cercare di fare in modo che anche per i bambini ciechi il computer sia uno strumento di gioco, facile, agile e immediato. Solo così, si potrà invogliarli ad accostarvisi. In caso contrario, o lo rifiuteranno o (il che è peggio) cresceranno anzi tempo, diventando magari dei bravi studenti, ma restando delle persone incapaci di sorridere alla vita.
Massimiliano Cattani
Caro Direttore,
rispondo volentieri alla lettera di Massimiliano Cattani, perché mi consente di mettere a fuoco alcune considerazioni sul tema e, spero, di contribuire a fare chiarezza, anche se la materia è abbastanza nuova e ancora tutta in evoluzione.
Mi auguro che queste poche righe possano sollecitare la discussione tra genitori, insegnanti, persone, comunque, interessate alla educazione dei non vedenti.
Le osservazioni di Cattani mettono al centro dell’attenzione uno stato di fatto, che riguarda l’uso del computer presso i vedenti, in confronto alle possibilità che hanno i non vedenti di trarne beneficio. Giustamente Cattani fa notare come l’approccio alla macchina, nel primo caso, obbedisca alle regole della comunicazione visiva; il rapporto bambino-macchina, poi, corre lungo il binario della seduzione, della immediatezza, della naturalezza. Per contro, come in altri settori (vedi per esempio l’uso degli spazi fisici interni ed esterni), per il bambino non vedente è la solita strada in salita, la solita fatica di Sisifo per sollevare le piume.
Certo, quando si adotta una soluzione, quale che essa sia, ci si deve sempre chiedere se vi sono i prerequisiti perché questa porti ai risultati desiderati; è sempre opportuno porsi nei panni del bambino o dell’adolescente che deve usarla, avendo l’umiltà di porre in discussione la nostra scelta in ogni momento, anche il giorno dopo la fine dell’attività.
Va notato, d’altro canto, che per il non vedente il vivere accanto agli altri, richiede uno