Numero 1 del 2001
Titolo: STUDI E RICERCHE
Autore: Marco Mazzeo
Articolo:
Nell’epoca moderna il dibattito sul rapporto tra tatto e vista si protrae con una certa vivacità, per lo meno dalla fine del Seicento con la cosiddetta questione Molyneux. Con la nascita della psicologia sperimentale questo confronto-scontro tra vista e tatto trova nuovo vigore. Esclusi in partenza gusto ed olfatto, estromesso di solito l’udito (1), diversi psicologi si ponevano il problema della priorità e della conformità tra spazio tattile e spazio visivo, partendo dal presupposto (spesso dichiarato, a volte implicito) che solo questi due sensi fossero spaziali.
In una parte della tradizione occidentale (2) si afferma la convinzione che il tatto, in quanto più grezzo e meno intellettuale, preceda filogeneticamente e ontogeneticamente la vista e che, di conseguenza, il progresso spirituale dell’uomo sia accompagnato dalla crescente importanza di quest’ultima.
All’inizio del nostro secolo, diversi studi, spesso di matrice gestaltica, hanno mostrato che i rapporti tra questi due sensi sono complessi e sfumati, in un continuo gioco di somiglianze e differenze.
Le diversità non vanno certo sottovalutate. La vista permette di ottenere informazioni sensoriali distanti, mentre il tatto consente una esplorazione molto più limitata, ampia quanto la lunghezza delle nostre braccia. Attraverso gli occhi, possiamo cogliere immediatamente la forma, l’insieme costitutivo di un oggetto, mentre il tatto procede in maniera più indiretta: parte con l’analisi delle singole parti che costituiscono la struttura dell’oggetto per poi arrivare, a posteriori, ad una sintesi finale.
In prima approssimazione, è possibile affermare che la vista (almeno nell’uomo (3)) è il senso della lontananza, dell’orizzonte, della forma come un tutto immediato, mentre il tatto è quello della vicinanza, dell’analisi, della costituzione di un tutto percettivo, frutto di una sintesi concettuale che richiede tempo e fatica.
Révész (1938, pp. 141-155), uno dei maggiori studiosi del tatto di questo secolo, introduce proprio la coppia concettuale forma/struttura per indicare questa discrepanza: la percezione della forma sarebbe tipica della vista, perché in grado di cogliere gestalt immediate, la percezione della struttura sarebbe caratteristica del tatto e della sua schematicità.
Scholtz (1957), un allievo di Révész, ha mostrato inoltre che, per il tatto, le leggi gestaltiche di Wertheimer sono valide solo in alcuni casi.
La loro forza coercitiva è fortemente limitata dal carattere comparativo e misurativo del tatto ed è circoscritta a complessi simmetrici e semplici (Becker, 1935).
Ma, al di là di queste differenze, tatto e vista presentano alcune affinità: è lo stesso Révész, in un articolo del 1953, a sottolineare come ci sia una conformità, seppur limitata, tra spazio visivo e spazio tattile.
È da sottolineare che questa conformità, già notata da altri studi, non è in contrasto con le ricerche di Scholtz: se nel tatto non valgono le leggi gestaltiche per complessi percettivi estesi ed intricati, diverso è il discorso per i complessi percettivi molto limitati e simmetrici e, soprattutto, per quello che riguarda le illusioni percettive.
Révész, mostra che le illusioni percettive non costituiscono dei casi curiosi o dei semplici errori valutativi: indicano, invece, che la percezione è un processo attivo, che segue delle tendenze e che queste tendenze sono costanti per differenti specie animali e nell’ambito di sensi diversi come la vista e il tatto. In entrambi le modalità sensoriali (illusioni come quella di Poggendorf, Müller-Lyer o Kundt) hanno forte capacità coercitiva.
Per capire i rapporti complessi che intercorrono tra questi due sensi, bisogna partire da una distinzione risalente a Révész, e ripresa più tardi da Gibson (1962) tra tatto attivo e tatto passivo, ovvero tra senso tattile e senso aptico (4).
Questa distinzione è importante, perché se la sensibilità tattile viene considerata solo come la capacità di registrazione di pressioni provenienti dall’esterno, questo senso appare grezzo e poco informativo.
Il tatto non è limitato entro regioni stabilite e non ha precisi corrispondenti organici, poiché la cute avvolge tutto il nostro corpo: è il più esteso dei nostri sensi. Allo stesso tempo, ci sono aree di maggiore sensibilità: le mani, i piedi e le labbra.
Queste aree particolarmente sensibili sono, non a caso, anche aree fortemente attive. L’attività, come sottolinea Gibson, non va identificata semplicemente con capacità operative come quelle della manipolazione (mani) o della deambulazione (piedi).
Soprattutto grazie alle mani (ma nei primi mesi di vita anche grazie alla bocca e alle labbra) possiamo esplorare il mondo, interrogarlo alla ricerca di risposte (cfr. Montagu, 1971, p. 220). È con il tatto attivo che è possibile una particolare modalità di percezione della forma, impossibile per la vista (cfr. Mazzeo, 2000): quella tridimensionale della stereognosia (5), che si esperisce quando, ad esempio, si impugna un oggetto