Numero 1 del 2001
Titolo: TESTIMONIANZE
Autore: Fernando Torrente
Articolo:
L’estetica del non visivo
Nella prima parte di questo mio breve intervento cercherò di evidenziare alcuni problemi relativi alle difficoltà che incontrano i non vedenti nella fruizione delle opere e degli eventi artistici.
Nella seconda parte, invece, porterò alcuni esempi di eventi artistici che, per il loro particolare allestimento e per la volontà dell’artista di coinvolgere tutti i sensi, offrono alcuni spunti interessanti per capire quali strade si possono imboccare per permettere, anche ai non vedenti, di fruire a pieno dell’arte.
Farò questo in modo estremamente schematico perché voglio tentare, con queste mie riflessioni, di costruire una griglia di questioni e di tematiche intorno alle quali, a mio avviso, occorre approfondire la ricerca che deve essere condotta sia a livello teorico che, soprattutto, sperimentale.
Tale ricerca deve coinvolgere artisti e pubblico di vedenti e non vedenti in un rapporto dialogico.
Per evitare fraintendimenti infine, mi preme chiarire che qui affronterò la questione dall’ottica dei non vedenti e che utilizzerò, in parte, alcune mie esperienze personali. Inoltre, affronterò il discorso dando per scontate tutte le implicazioni e gli studi sulla diversità di percepire la realtà che esiste fra vista e tatto e cioè sull’approccio sintetico della prima e analitico del secondo. E ancora il diverso modo di percepire il mondo attraverso l’udito.
Il primo problema (e il più immediato che si pone al non vedente che entra in un museo o in una galleria d’arte) è la barriera invalicabile del “qui non si tocca”. Questo problema che diverse istituzioni museali stanno affrontando, con vari tipi di risposte, rappresenta sia un ostacolo concreto che un ostacolo di tipo mentale e culturale.
Infatti, significa spesso che l’arte è fruibile solo attraverso la vista impedendo completamente il rapporto del fruitore con la materia, ma anche negando il rapporto intercorso fra lo stesso artista e i materiali che egli ha selezionato e manipolato per creare la sua opera.
Credo che anche da queste considerazioni debba prendere le mosse un ragionamento teso a cercare un nuovo rapporto fra arte e tatto, fra arte e non visivo in generale.
Un’altra grave difficoltà che il non vedente incontra è insita nel curriculum scolastico di chi non vede e, cioè, nell’approsimativa cultura in storia dell’arte, e formazione di un gusto estetico personale. Infatti, spesso i non vedenti vengono tenuti lontani dallo studio di materie artistiche. In passato, molti di noi erano perfino esonerati dal partecipare alle lezioni di storia dell’arte, e, ancor oggi, quando mi capita di incontrare docenti di materie artistiche, sento in loro l’angoscia di dover affrontare questo problema con i giovani non vedenti e, insieme al dubbio, una domanda non espressa rimane come sospesa: “Ma è proprio necessario che voi...”.
Così al non vedente mancano tutte le informazioni che, a prima vista, fanno dire: Quest’opera è del periodo ellenistico, oppure, appartiene al barocco, etc. E quando tali conoscenze ci sono, spesso, sono frutto di un apprendimento verbalistico e non di una esperienza concreta che può avvenire solo attraverso il tatto.
A questo proposito, sarebbe importantissimo promuovere una didattica che permettesse di riconoscere, attraverso il tatto, gli stili e determinati archetipi artistici (come, per esempio, il trattamento del volto e del corpo in epoca arcaica e in epoca ellenistica), e aiutasse a migliorare le capacità tattili del non vedente.
Per quel che riguarda le espressioni di un volto, aprirò qui una piccola parentesi. Un volto può essere riflessivo, allegro, annoiato o addolorato e piangente.
Ma se mancano le conoscenze adatte, il non vedente può essere tratto in inganno (ad esempio, una bocca aperta rappresenta una forte risata, o al contrario un grido di dolore?) Penso ad esempio alla riproduzione eseguita a Bologna dell’opera di Ercole De’ Roberti “la Maddalena”, nella quale l’ambiguità può essere risolta solo attraverso un’educazione e una spiegazione dell’opera al non vedente.
Ma al di là di questi “dettagli” sarebbe indispensabile affrontare, prima di tutto, una questione molto importante e complessa: la relazione tra estetica tattile e estetica visiva.
Siamo sicuri che ciò che alla vista risulta bello, emozionante, sublime, oppure sul versante opposto spaventevole, grottesco, caricaturale sia percepibile allo stesso modo al tatto?
Questo problema, a mio avviso, si pone, soprattutto, nella riproduzione di opere pittoriche, quando non venga considerata la differenza fra il linguaggio visivo e quello tattile.
Dico questo perché il mio timore è che ci sia la tendenza a imporre un concetto estetico, talvolta inesistente per chi non vede, in modo da accettare come bello al tatto qualcosa che invece risulta banale o poco più.
Insomma, voglio mettere in guardia verso quell’omologazione a proposito della quale è possibile trovare interessanti riflessioni nell’opera “il dono oscuro” di John Hull,