Numero 9 del 2006
Titolo: ITALIA - Torino. Dopo le paralimpiadi
Autore: Maurizio Corsetti
Articolo:
Gli occhi velati di Silvia, la bambina tedofora che commosse l'Italia durante la cerimonia d'apertura delle Paralimpiadi, ma anche quelli degli sciatori ciechi o ipovedenti che si sono lanciati dalle piste del Sestriere. Momenti di grande emozione, e di una partecipazione finalmente collettiva ai destini di chi pratica lo sport senza essere - parola orribile - "normodotato".
I giorni olimpici di Torino 2006 accesero qualcosa di più grande e solenne di un braciere, cioè l'attenzione di tutti. Adesso, a qualche mese di distanza, neanche troppi per la verità, ci si chiede se quell'attenzione abbia trovato una coerenza, se esista ancora, se abbia prodotto non solo la curiosità del momento ma un diverso modo di guardare lo sport dei disabili. Soprattutto, è giusto chiedersi se i modernissimi impianti di Torino 2006 siano diventati una risorsa quotidiana, per gli sportivi, abili e disabili, oppure se con la cerimonia di chiusura di Torino 2006 non si sia chiuso anche altro.
La città dei Giochi bianchi, del milione di torinesi in piazza per festeggiare fino a mattina, ha saputo raccogliere l'eredità materiale delle Olimpiadi, sotto forma di impianti e strutture, insieme a quella cosiddetta immateriale, che riguarda invece le competenze individuali, le attitudini personali? Esiste davvero una vocazione diversa, in primo luogo turistica, per la città che per troppo tempo ha dovuto fare i conti con l'ombra del declino e che, viceversa, i Giochi hanno forse saputo riportare all'ottimismo?
Ma l'ottimismo non può mai essere un concetto troppo astratto, per manifestarsi deve trovare risposte concrete, strutturali e non solo psicologiche. Cos'è rimasto, dunque, dello sforzo che il Comitato organizzatore (il Toroc) e il Comitato Olimpico Internazionale, insieme ovviamente al Coni, hanno saputo produrre a Torino nello scorso inverno?
"Gli impianti pensati anche per i disabili, cioè tutti quelli utilizzati per le Olimpiadi e le Paralimpiadi, devono continuare ad essere una risorsa per le persone" risponde Tiziana Nasi, ex numero uno delle Paralimpiadi torinesi. La signora Nasi, che da anni si batte per i diritti dei disabili nello sport, è ottimista. "Non vedo cattedrali nel deserto, e neppure smantellamenti. L'idea portante applicata nella costruzione degli impianti, è stata quella di renderli tutti agibili per disabili e normodotati, sia atleti che spettatori. Nessuna struttura, peraltro, è stata costruita solo per le Paralimpiadi; sarebbe stato come realizzare una specie di recinto, marcando le differenze. I nostri impianti olimpici, perfettamente a norma, anzi i più moderni del mondo, continueranno ad essere usati nel tempo. Parlo di quelli, ovviamente, che dopo i Giochi hanno mantenuto una vocazione sportiva".
E qui il discorso si complica, e non riguarda solo lo sport dei disabili. Infatti, alcuni impianti olimpici rimangono impianti sportivi, altri no. Lo stadio Comunale, teatro delle cerimonie, è diventato la "casa" di Torino e Juventus e lo sarà per due anni, in attesa che venga ristrutturato il "Delle Alpi": quella, sì, una cattedrale nel deserto, nata in uno slancio di pericoloso gigantismo ai tempi dei mondiali di calcio di Italia 90. Stadio troppo grande, con una pista d'atletica utilizzata una sola volta in sedici anni, in occasione di un Grand Prix, è rimasto quasi sempre vuoto, e ha pagato enormi costi di gestione e manutenzione. Ora l'impianto sarà parzialmente rifatto, anche se i guai societari della Juventus hanno costretto a ridimensionare i progetti.
Il pubblico disabile che si recherà nel nuovo Comunale non avrà dunque nessun problema, a parte l'esiguità dei posti disponibili. Proprio di fronte, brilla nel sole l'avveniristico palazzetto dello sport che i torinesi chiamano Pala Isozaki, dal nome del grande architetto giapponese che l'ha progettato. Un colpo d'occhio magnifico, anche se qui di sportivo rimane ben poco: i 12 mila spettatori che l'impianto può contenere si recheranno al Pala Isozaki per spettacoli musicali o culturali, più che per assistere a gare. All'occorrenza, si potranno mettere o togliere strutture mobili, in platea e sulle gradinate, in modo da modificare alla svelta la vocazione della struttura. Però, la sensazione è che lo sport sarà penalizzato.
Rimarrà invece agli atleti, compresi quelli disabili, il palaghiaccio di corso Tazzoli, dove il pubblico si è entusiasmato per le gare di "sledge hockey", l'hockey su ghiaccio su slittino: tutto esaurito per oltre una settimana, e questo potrebbe essere l'impianto adatto ad eventuali campionati del mondo di pattinaggio, o di "sledge hockey", che Torino volesse organizzare. Bello, ma che fine ha fatto il fantascientifico Oval del Lingotto, dove i pattinatori azzurri si erano coperti d'oro? "Ha già ospitato importanti fiere" risponde il sindaco Sergio Chiamparino "e la vicinanza con i padiglioni del Lingotto favorirà questa destinazione d'uso". Ma, signor sindaco, non è che gli sportivi saranno penalizzati da scelte che sembrano indi